Wonder

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Non ero molto convinto di andare a vedere questo film, diciamo che le storie classicamente “lacrimose” non fanno per me. Il protagonista della pellicola è infatti un bambino con una evidente deformazione cranio/facciale, e già mi aspettavo lunghe scene in ospedale col fiato sospeso, grandi pianti e molta retorica, ma non è stato così. Ed anzi sono stato subito colpito da una certa dose di originalità nell’affrontare questa storia.

Trama: August “Auggie” Pullman è un bambino affetto dalla Sindrome di Treacher Collins (malattia congenita dello sviluppo craniofacciale) in procinto di frequentare la quinta elementare in una scuola pubblica locale. Costretto precedentemente a studiare a casa a causa dei numerosi interventi chirurgici al viso, è la prima volta che si unisce a una classe di coetanei. Nonostante le preoccupazioni di mamma e papà sostiene gli sguardi curiosi e diffidenti degli studenti con fierezza e dignità, facendo il suo ingresso nella scuola pubblica come un supereroe, o piuttosto come un astronauta deciso a piantare la sua bandiera in un mondo distante e inesplorato”.

Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla. Sii gentile, sempre”. Per tutta la durata del film questa famosa citazione ormai sdoganata in rete mi è girata in testa come senso principale di questa storia meravigliosa. Dico meravigliosa non tanto perché sia particolarmente “speciale” o diversa da tante altre, ma perché partendo da una situazione più rara del solito (la deformità di Auggie) parla semplicemente di vita, parla di quello che tutti noi viviamo tutti i giorni, o ancora meglio di tutto quello che abbiamo vissuto da ragazzini, sotto diversi punti di vista.

Auggie vive in un contesto particolarmente speciale, accudito da dei genitori estremamente premurosi e attenti, con una sorella adolescente sempre disponibile ed affettuosa, in una enorme casa newyorkese dove vige amore, allegria e rispetto reciproco: una casa della “Mulino Bianco” d’oltre oceano in pratica, ma con un cagnolino al posto della gallina Rosssita e Julia Roberts al posto di Antonio Banderas. Con queste premesse viene da pensare che l’unica cosa che potrebbe andare male sia qualche agente “esterno”, l’acuirsi di una situazione di malattia o la presenza di classici personaggi “cattivi” per rendere la vita difficile al protagonista. E invece questa storia trova la sua originalità toccando sì in parte uno di questi temi (il bullismo verso il ragazzino “diverso”) ma espandendosi anche in altre direzioni molto ma molto più “comuni” e insegnando che anche con le migliori premesse c’è sempre qualcosa che può scricchiolare, ci può essere sempre una mancanza, una parola non detta, una incomprensione che senza una volontà di fare del male crea disagio.

Il film mira a smantellare l’idea di “antagonista” intesta nel senso dualistico classico, dove abbiamo un protagonista fondamentalmente buono o vittima e qualcuno di fondamentalmente cattivo a mettergli i bastoni tra le ruote. Antagonista infatti può essere chiunque, soprattutto in età adolescenziale: l’amico a cui sfugge una parola di troppo, l’amica che smette di farsi sentire, dei genitori troppo attenti al proprio figlio fino a dimenticare tutto il resto, o troppo concentrati su di lui per credere possibile un suo sbaglio. E non stiamo parlando di persone che sono volutamente cattive, ma di qualcuno che a causa di un suo trascorso o di qualche fatto particolare si trova ad agire anche stupidamente contro il proprio interesse o contro le persone a cui si vuole bene. È per questo che la morale finale è quella di essere gentili verso tutti, è quella di guardare le persone, cercare di capire il perché di certi comportamenti, cercare di provare empatia verso di loro, di mettersi nei loro panni. Perché se uno è uno stro*zo magari c’è una motivazione dietro.

E Auggie in tutto questo non è in alcun modo il “protagonista” delle storie che ci vengono raccontate, con la suddivisione del film in capitoli ciascuno con l’approfondimento/il punto di vista di un personaggio, il bambino con la deformazione facciale risulta solo il perno intorno cui girano le altre storie, ma solo ed esclusivamente perché la sua situazione particolare è un espediente di trama per crearne altre.

A livello tecnico ho trovato il film davvero ben diretto, anche se il regista Stephen Chbosky che avevo conosciuto con “Noi siamo infinito” non riesce nemmeno questa volta nonostante il materiale davvero forte a farmi pensare al capolavoro. Nello specifico la storia va avanti in maniera un po’ altalenante, non c’è un vero sviluppo o un climax ma sono tutti alti e bassi di una storia che commuove ma non troppo, con musiche belle ma non troppo, con un montaggio e un ritmo efficaci ma non troppo.

Unica cosa che invece è sempre al top è lei cari miei, Julia Roberts (nel ruolo della mamma di Auggie): come ho detto all’uscita del cinema “è come la maionese: ci sta dappertutto”. Il suo sorriso, la sua espressività, il suo modo naturalmente materno…trasmette veramente tantissimo, l’ho trovata superba in questo ruolo. Molto bene comunque anche gli altri attori compreso Owen Wilson nel ruolo del papà, anche se non mi hanno fatto gridare al miracolo.

Non giudicate il libro dalla copertina né il film dalla locandina (mio dio, ho fatto pure la rima ah ah): Wonder è un film che merita e che vi assicuro nonostante qualche giusta iniezione di zucchero non essere il classico lavoro fatto per costringere il pubblico alla lacrima facile.

WONDER
Stephen Chbosky, USA 2017, 113’
VOTO (Max 5)
8

About ilpina

ilpina
Creatore, curatore, amministratore, webmaster e in sostanza dittatore supremo e monarca assoluto di The Ed Wooder. Amo darmi alla latitanza quando il tempo me lo permette.