Truman Capote – A sangue freddo

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truman_capote_a_sangue_freddo.png Obiettivamente non è troppo di buon gusto scrivere ora la recensione di un film con protagonista Philip Seymour Hoffman, perché si rischia di cadere nel “ok, adesso che è morto tutti dicono che è bravo”. Lo so, è cinico da dire ma non raccontiamocela: quando un attore o un regista muoiono anche se fino al giorno prima non se li calcolava nessuno, improvvisamente diventano grandi interpreti, innovatori, pilastri della settima arte.

Dall’altra parte però c’è il corso degli eventi che mi ha portato a restare a casa questa sera (cosa che non capita praticamente mai), una cena bella sostanziosa che mi ha fatto posizionare sul divano, e un tweet del Bollalmanacco di cinema della mia amica Erica che informava che su La7d c’era “Truman Capote – A sangue freddo”, film con protagonista appunto Seymour Hoffman che non ho mai avuto il piacere di vedere. L’universo mi ha portato a vederlo insomma ah ah ah.

Beh, sono rimasto davvero davvero colpito. Questo è uno di quei film che rapisce, che ammalia con quell’aria misteriosa, coi suoi silenzi, con quei piccoli misteri della natura umana che è sempre così difficile decifrare.

Ma andiamo di trama: “Un anno dopo la pubblicazione dell’acclamato romanzo ‘Colazione da Tiffany’, lo scrittore Truman Capote (Philip Seymour Hoffman) legge un articolo riguardante un terribile caso di cronaca accaduto il giorno precedente: l’omicidio di quattro membri di un’agiata famiglia di agricoltori a Holcomb, in Kansas. Sconvolto dalla insensata efferatezza del delitto decide di recarsi sul posto per scriverne un articolo, ma intrigato dall’omicidio e dalla conoscenza di uno dei due assassini, decide di scriverne un libro”.

E’ inutile negare che questo film giri intorno al suo protagonista, un personaggio incredibilmente interessante e interpretato divinamente. Ma per non cadere nel banale e per sottolineare la bellezza di questo lavoro (molti, troppi casi insegnano che non basta una bella interpretazione per fare un bel film) voglio prima parlare di altro. La cosa che mi ha colpito fin dalla prima scena è stato il tono serio, enigmatico, grigio ma allo stesso tempo intrigante della pellicola. Gli alberi spogli, il freddo, l’umido che si percepisce e che traspare dalle scene crea un’atmosfera di mistero difficile da spiegare, quasi si trattasse di un film tratto da un romanzo di Agatha Christie.

Il protagonista al di là dell’interpretazione è stato meravigliosamente scritto nella sceneggiatura come una sorta di specchio di questa atmosfera (o forse è l’atmosfera a rispecchiarlo?) con il suo essere enigmatico, con la sua volontà di non sbilanciarsi mai, con le frasi taglienti di tanto in tanto e quell’ironia cinica a volte abbozzata. Da questi presupposti il film fin dalle prime scene immerge gradualmente lo spettatore in queste sensazioni, facendo perdere la bussola, non facendo capire cosa sta effettivamente succedendo. Capote come personaggio da un lato fa sorridere per i suoi modi, dall’altro sembra cinico, disinteressato, ma a colpi anche emotivo, nervoso, divertito. Ed è forse questo il punto di forza di questa figura, rappresentata alla fine della fiera in tutte le sue piccole e grandi contraddizioni, nel suo essere (passatemi il termine) un po’ instabile emotivamente e mentalmente.

Truman non sa bene il perché del suo trasporto nello scrivere questo libro, non capisce il perché del suo attaccamento ad uno dei due assassini (amore? compassione? solidarietà? pena?), viene semplicemente risucchiato da un vortice al quale non può sottrarsi e che lo porterà a partorire il suo libro più importante e controverso, non senza pagare pegno però. I misteri di quella notte lo arrovelleranno, gli faranno perdere il controllo, riuscendo addirittura a fargli buttare giù quel muro di freddezza e cinismo per il quale poteva essere sempre riconosciuto. In questo senso “A sangue freddo”, il titolo del libro, può da un lato rappresentare il modo in cui gli assassini uccisero la famiglia, e dall’altra parte l’atteggiamento esterno di Capote, internamente provato dalla situazione ma esternamente troppo sicuro di sé, pronto a dire con molta arroganza che si sarebbe trattato del più grande libro mai scritto. Un dualismo interiore che arriva fino alla fine del film tra le risate e le battute un po’ volgari per un bicchiere di troppo e il lucrare senza sentimento sulla vita di due condannati a morte. Sulle loro ceneri la sua gloria insomma.

Detto tutto questo (e mi sono trattenuto molto) un Philip Seymour Hoffman INCREDIBILE, un Oscar meritatissimo il suo (anno 2006). Al di là di riuscire a rendere l’omosessualità di Capote con le sue movenze, le gambe accavallate, la mano perennemente appoggiata al mento (quasi come a sottolineare un perenne senso di stanchezza esistenziale), con poche e mirate espressioni riesce a far percepire disagio, affetto, curiosità, ansia. Il suo lavoro come attore è stato di quelli che piacciono a me: “di sottrazione”. E’ riuscito a prendere una miriade di emozioni e sentimenti spesso e volentieri contrastanti (di qui l’enigmaticità del personaggio) e a metterli su una “faccia di bronzo”, quasi monoespressiva. Un lavoro incredibile che merita tutta la stima che può meritare e può farmi dire ulteriormente che la sua morte sia stata una grave, gravissima perdita per il mondo del cinema.

TRUMAN CAPOTE – A SANGUE FREDDO
Capote
Canada/USA 2005, 114′
VOTO (Max 5)

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ilpina
Creatore, curatore, amministratore, webmaster e in sostanza dittatore supremo e monarca assoluto di The Ed Wooder. Amo darmi alla latitanza quando il tempo me lo permette.