Tre Manifesti a Ebbing, Missouri

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Ogni tanto mi piace entrare in sala senza sapere NULLA del film che sto per vedere. La prima volta che ho sentito parlare di “Tre Manifesti a Ebbing, Missouri” è stato per il gran rumore che il film ha fatto durante i Golden Globes, e per le candidature direi ormai già scontate per gli Oscar 2018. Poteva trattarsi di qualsiasi cosa per quello che ne sapevo, una commedia, un film drammatico, un noir…e invece si è rivelato essere una sorta di sintesi di tutto questo.

Trama: “Dopo mesi trascorsi senza passi in avanti nelle indagini sull’omicidio di sua figlia, Mildred Hayes decide di prendere in mano la situazione e “rimbeccare” le indolenti forze dell’ordine. Sulla strada che porta in città, la madre furente noleggia tre grandi cartelloni pubblicitari sui quali piazza una serie di messaggi polemici e controversi, rivolti al capo della polizia William Willoughby”.

Una risata, uno schiaffo, un’altra risata, altro schiaffo, lacrima, risata. Se c’è una cosa chiarissima da dire di “Tre manifesti a Ebbing, Missouri”, è che non ci si può annoiare nelle quasi due ore di montagne russe del film, piene zeppe di ironia, di cinismo, di critica sociale, di dramma. Il paragone più calzante che si può fare per spiegare lo strano melting pot di toni presenti nella pellicola è quello con la maggior parte dei film dei fratelli Coen, ai quali il regista Martin McDonagh (di cui sinceramente non avevo visto nulla) ha rubato anche l’attrice Frances McDormand.

La storia parte come una sorta di film noir con il mistero dell’omicidio di una ragazza nella sperduta provincia americana, ma ha il pregio e (in alcuni casi) “l’originalità” di diventare tutt’altro. Diciamo che per tutta la durata del film mi è stato difficile capire dove volesse andare a parare il tutto perché la sceneggiatura si apre a moltissimi temi che si prestano ad altrettanti approfondimenti: il rapporto conflittuale ma profondissimo tra madre e figlia, lo stato culturale di un’America agricola che sembra un altro Pianeta rispetto a New York e Los Angeles, il modo per affrontare una malattia terminale, la perdita dei propri cari, il senso di essere e le azioni del corpo di polizia in un contesto dimenticato da Dio. Tutti questi temi ci vengono fatti assaporare tra dramma e comicità facendo porre molte domande e dando qualche risposta, ma riuscendo certamente a mantenere l’attenzione ad ogni scena.

Se però mi chiedete se questo film merita tutti i premi che sta già vincendo (gli ultimi sono i quattro Golden globes a fronte delle sei nominations), la mia risposta è un “nì”, o un “sì se non c’è molta altra concorrenza”. Per quanto il film sia molto interessante e soprattutto per quanto abbia delle interpretazioni da panico (in senso positivo naturalmente!) non trovo quelle classiche caratteristiche “in più” che me lo fanno vedere come un film da incetta di Oscar. La regia infatti è un po’ deboluccia (tornando al discorso di prima sarebbe stata un’altra cosa se girato dai Coen) nel senso che non ho percepito una visione unitaria di film, non ho capito l’idea di fondo, il messaggio, quello che il regista voleva dire. La colpa è sicuramente da dare alle troppe parentesi aperte, e forse anche al tono generale della pellicola: quella mescolanza di humor nero e dramma non è cosa da poco, e che le mani del regista non fossero ancora pronte per gestirla è chiaro, non c’è unitarietà.

A far molto piacere come anticipato prima sono le interpretazioni, che valgono davvero da sole il costo del biglietto. Non saprei di chi non parlare perché gli attori sono stati diretti in maniera ineccepibile, compreso Woody Harrelson che (lui non ne ha colpa, è un problema mio ah ah) odio da sempre. Sam Rockwell è estremamente convincente nel suo agente Dixon, riesce appieno a ricreare l’immagine del poliziotto razzista perché ignorante, alcolizzato ma che con una giusta spinta può fare del bene; Caleb Landry Jones dopo film come X-Men first class ma soprattutto dopo questo, Twin Peaks (terza serie ovviamente) e Get Out, è ufficialmente diventato uno di quelli su cui punterei per il futuro; buonissimi anche Tyrion Lannist…hemmm Peter Dinklage e Lucas Hedges (giovane e promettente pure lui), anche se l’attenzione per tutta la durata del film è stata senza alcun ombra di dubbio sulla già citata  Frances McDormand, un’attrice che io adoro, unica nel suo genere, e che qui ha dato davvero il meglio di sé con un personaggio che sembrava scritto a posta per lei. E sì, lei si è meritata il Golden Globe come miglior attrice e spero arrivi pure all’Oscar.

Per gli aspetti tecnici come fotografia e musiche non ho nulla da dire, non mi hanno particolarmente colpito (cosa che per un film “da Oscar” non è da sottovalutare…) mentre volevo spendere mezza parola sul titolo del film: capisco che ci sia ogni tanto la voglia di fare gli alternativi, ed è vero anche che era difficile trovare un titolo che racchiudesse tutto il senso della pellicola (forse perché non c’è “un senso” ma ce ne sono troppi?); tuttavia non mi piace, non mi piace per niente.

 

TRE MANIFESTI A EBBING, MISSOURI
Three Billboards Outside Ebbing, Missouri
Martin McDonagh, USA 2017, 115’
VOTO (Max 5)
8

About ilpina

ilpina
Creatore, curatore, amministratore, webmaster e in sostanza dittatore supremo e monarca assoluto di The Ed Wooder. Amo darmi alla latitanza quando il tempo me lo permette.