Tim Burton e il mostro – Pt7

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Nuova “puntata” del percorso sulla figura del mostro in Tim Burton. In questa parte continueremo a trattare della relazione fra la figura del mostro e l’elemento delle mani, nello specifico trattando il film Batman returns (di cui trovate qui la mia recensione).
Trovate invece tutte le parti dell’approfondimento cliccando qui.

BATMAN RETURNS – La mostruosità e i guanti

batman_returnsBatman il ritorno è il film che cronologicamente segue Edward mani di forbice. Come nel lungometraggio precedente anche in questo Burton utilizza le mani dei suoi personaggi come mezzo che possa descriverli profondamente . Il film è infatti ricco di spunti a riguardo perché carica le mani di diversi connotati che si intrecciano al tema del mostro. I protagonisti del film possono essere considerati tutti dei mostri, chi per aspetto puramente esteriore (reale o voluto), chi per aspetto interiore, che per entrambi. La mano in questo contesto rappresenta la vera natura del personaggio, la sua realtà come persona.

OSWALD COBBLEPOT/PINGUINO – Il guanto che nasconde la mostruosità

Pinguino è il principale villain del film; Burton ce lo mostra in maniera estremamente “classica” ovvero seguendo l’accoppiata “mostruoso dentro/mostruoso fuori” (scelta in controtendenza rispetto al precedente “Edward mani di forbice”). Durante tutta la durata del film l’accento sul suo essere diverso viene sottolineato dalle mani deformi, con mignolo/anulare/indice attaccati quasi a sembrare una pinna.

Nella prima inquietante scena del film per esempio il piccolo Pinguino non ci viene mostrato integralmente, ma viene solo inquadrata una scatola nera con grate dalla quale escono le mani deformi del bimbo-mostro.
Anche nella prima visione del pinguino “adulto” il personaggio ci viene riproposto utilizzando la stessa macabra immagine. Le grate questa volta sono quelle di un canale di scorrimento nelle fogne ma le mani sono le stesse, pur se ricoperte da guanti.

 

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Il pinguino sta pensando ad un suo “rientro” in società per poter portare a termine i suoi malvagi piani spinti da una sete di vendetta covata per anni. La vendetta cieca e irrazionale come motore dell’agire è certamente in similitudine con il personaggio di catwoman, come la scelta di indossare dei lucidi guanti in pelle nera. La differenza è che in questo caso il guanto serve a copertura della mostruosità. Il pinguino coprendo le sue mani ricerca la sua umanità, usa i guanti per essere reso meno detestabile agli occhi delle persone comuni. Tuttavia non è presente un bisogno di integrazione reale (come avveniva per Edward mani di forbice) ma di una semplice “accettazione formale” atta a poter ordire la sua vendetta verso quella società che anni prima nella figura dei suoi genitori, l’aveva rifiutato ed etichettato come mostro. Il regista non vuole nemmeno suscitare pena nei suoi confronti, la sua è una mostruosità reale e definitiva, siamo ben lontani dal prototipo di mostro teorizzato in “Frankenstein” (per approfondire questo aspetto leggete la prima parte di questo commento).

Il piccolo pinguino nella gabbia è mostruoso fisicamente e di fatto, emette versi simili a quelli di un animale, cattura e sbrana il suo gatto non appena nato e scuote la scatola nella quale è rinchiuso come a voler uscire per sfogare tutta la rabbia innata che si ritrova. L’unico momento in cui lo spettatore è portato a provare compassione per questa creatura deforme “cattiva dentro e mostruosa fuori” è la sua morte, descritta nello scontro finale conclusosi con la “punizione” del villain che muore assetato a un metro da una vasca d’acqua gelata. Lo spettatore vede il suo corpo deforme a poca distanza dal suo reale habitat e ne prova compassione, compassione provata anche dai suoi “figli” come li chiamava lui, alcuni pinguini che accompagnano strisciandolo il cadavere del loro simile per adagiarlo nell’acqua. Una sepoltura di uno di loro, mostruoso e animalesco per gli esseri umani e per quel mondo sulla terra “secca” ma compagno e padre per loro.

La mano deforme come simbolo di mostruosità per il personaggio la ritroviamo lungo tutta la pellicola. E’ il Pinguino stesso che nella scena dove visita la tomba dei suoi genitori riconosce la mano come principale segno della sua mostruosità: “Io ero il loro primogenito e loro mi hanno tolto il diritto di esserlo. Ma è nell’umana natura temere l’inconsueto. Può darsi che quando stringevo il mio sonaglino di Tiffany con la mia lucida nera pinna invece che con cinque paffuti ditini rabbrividissero”. Allo stesso modo ribadisce il concetto durante una intervista televisiva (nella scena Bruce Wayne guarda la sua storia sul televisore) osservandosi la mano come a indicarla.

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Nel primo “incontro” con Max Shrek è molto chiara la mostruosità avvertita tramite la mano e il guanto che restituisce una parvenza di umanità. All’inizio della scena vediamo il villain dare da mangiare ai pinguini a mani nude; lui sa di essere così e sente che quello è il suo posto, la sua vera casa. Prima di parlare con Shrek invece si copre le mani con i guanti (se li fa porgere), quasi a voler separare i diversi momenti di interazione con l’altro. Il regista ci fa così avvertire come il recupero della presunta umanità di Pinguino passa anche dal lato fisico con il coprire la mano, simbolo della reale condizione del personaggio.

br8Le mani insomma non mentono, un po’ come gli occhi. La deformità esteriore ma anche interiore di Pinguino può quindi essere nascosta coprendo le mani. Ed è proprio nascondendole che si presenta la prima volta di fronte ai cittadini di Gotham, una presentazione tutt’altro che reale avvenendo di fatto dopo il salvataggio montato dai suoi complici della figlia del sindaco.

L’azione del porgere i guanti a Pinguino la troviamo anche in un’altra scena. Se in quella iniziale è il personaggio che vuole coprirsi le mani di sua volontà, nella scena in cui viene proposto come candidato sindaco è un’esperta di immagine del team creato da Shrek che come prima cosa propone a Oswald di indossare un paio di guanti. Quindi la spinta a camuffare la reale natura di Pinguino non viene solo da lui, ma anche dalla stessa società per “accettare” un candidato sindaco fisicamente non conforme alle aspettative. Nonostante la sua “forza elettorale” sia basata proprio sulla sua triste storia e sulla sua umanità ritrovata, viene chiaramente detto che per poter essere accettato vi è la necessità di coprire il mostro. La società pur sentendo simpatia e compassione per l’uomo pinguino è comunque disposta ad accettarlo solo se questo rinuncerà alla sua natura diventando un uomo in tutto e per tutto.

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Pinguino cercherà di vivere questa menzogna costruita ad hoc nonostante la consapevolezza di non avere un reale interesse nel “diventare uomo”. Anche le dimostrazioni di affetto e l’appoggio che i cittadini di Gotham gli avevano accordato non lo toccano. Nella scena del sabotaggio della batmobile dice infatti: “Te li cucino io i piagnucolosi stupidi burattini di Gotham. Devi ammetterlo, ho suonato arpe di angeli e demoni per questa lercia città”. Il suo scopo rimane comunque la vendetta verso la cittadinanza nonostante l’accoglienza, lui rimane il mostro che nulla ha a che fare con il personaggio creato ad arte di Oswald Cobblepot. Ed è di fronte a questa mostruosità esteriore e interiore (uscita allo scoperto in questa sequenza) che i cittadini lo respingono facendogli riprendere coscienza della sua reale natura. E’ qui che il personaggio torna sui suoi passi dichiarando apertamente chi è e cosa vuole fare a quella società che tanto detesta. E in questo ritorno al suo essere non c’è più spazio per i vestiti da uomo, per il cappello, il sigaro né tantomeno per i guanti.

Concludo l’analisi del personaggio citando nuovamente il libro “Malinconica morte del bambino ostrica e altre storie”  (trovate un commento a riguardo qui) nel quale Burton ricrea graficamente e tramite una piccola filastrocca il personaggio del Pinguino.  Questa volta però, l’intendo è di mostrarcelo nella sua solitudine e tristezza infantile per la non-accettazione da parte dei suoi amici, elemento che nel film è stato perso.

pinguin_boy Jimmy, the Hideous Penguin Boy

“My name is Jimmy,
but my friends just call me
‘the hideous penguin boy.’ ”

[1]
…………………………………………..

Jimmy, l’orrendo bambino
Pinguino
Il mio nome è Jimmy,
ma i miei amici mi chiamano
sempre e solo: “l’orrendo bambino Pinguino”.[2]

 

NOTE:
[1] – Tratto da “The Melancholy Death of Oster Boy & Other Stories” – Tim Burton 1997
[2] – Tratto da “Morte Malinconica del bambino ostrica” – Traduzione italiana di Nico Orengo, Einaudi Stile Libero, 1998 Giulio Einaudi Editore, Torino

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Creatore, curatore, amministratore, webmaster e in sostanza dittatore supremo e monarca assoluto di The Ed Wooder. Amo darmi alla latitanza quando il tempo me lo permette.