Tim Burton e il mostro – Pt5

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Continua il percoso sul tema del mostro in Tim Burton proseguendo l’analisi di Edward mani di forbice.
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CHI ENTRA IN CONTATTO CON IL MOSTRO: DIVERSE FACCE DELLA SOCIETA’ (PT2)

Nello scorso commento cinema abbiamo iniziato l’analisi dei “tipi” di società che Burton ci presenta nel film “Edward mani di forbice“: La società “idilliaca” e irreale rappresentata da Peg e quella colma di pregiudizio e “superstizione” rappresentata da Esmeralda.

La maggior parte della popolazione che Burton ci descrive (che, ricordiamo, rappresenta quella che era Burbank nella sua giovinezza) arriva allo “stadio Esmeralda” solo alla fine del lavoro, dopo che Kathy mette il “seme del dubbio” sulla reale bontà del ragazzo. Per tutta la prima parte l’ambiente che Edward respira è infatti di ipocrita e superficiale accoglienza massificata. Il perno centrale di critica è legato all’influenza dei Mass Media sulle persone del nostro secolo che risultano incapaci di avere delle proprie convinzioni.

Dice Burton: “Non so se è a causa dei mass media, ma siamo arrivati a un punto in cui tutti sposano una certa causa senza convinzione o senza le dovute conoscenze. Sembrano esserci sempre più liste, la gente dà punti alla gente, tutti si classificano e si valutano a vicenda. Sembra che tutti tendano a pensare in questi termini, e non so quanto sia positivo.” [1]

edward_mani_di_forbice_amiche_pegE’ ragionevole pensare quindi che quando Edward viene portato in città da Peg l’iniziale accoglienza che i cittadini dimostrano al ragazzo non sia certamente mossa da un desiderio di conoscere e accogliere. La loro si configura più come una curiosità morbosa, ben sottolineata dalle molte telefonate ricevute da Peg per capire chi fosse quel “misterioso giovane”. Il diverso per loro non è momento di confronto e di interscambio ma una curiosità da soddisfare con il gusto del “fenomeno da baraccone”. E questo genere di atteggiamento è condiviso da tutti, tutti hanno la stessa voglia di togliersi la curiosità, di aver qualcosa di cui parlare. La critica è molto feroce e diretta a coloro che non avendo più nulla da dire, abituati a farsi riempire la testa di cose da pensare, provano interesse non appena ci sia qualcosa di strano di cui parlare.

Ricordo che nel mio quartiere c’era una certa dinamica per cui ci si incontrava solo se nel quartiere succedeva qualcosa di strano tipo un incidente stradale o qualche tragedia e allora uscivano tutti di casa e si faceva una speciale festa di quartiere. E’ interessante vedere come quel tipo di strana dinamica suscita un atteggiamento sociale nella gente”. [1]

Durante la festa pensata “in onore” di Edward per esempio nessuno accenna ad interessarsi alla sua vita, a capire i suoi stati d’animo o a conoscerlo. Si limitano tutti ad una serie di frasi retoriche che ingannano la loro superficialità e la loro mancanza di interesse verso il prossimo oltre che la mancanza di argomenti di cui parlare. L’apparenza è la chiave di tutto, i cittadini vogliono apparire pronti ad accogliere ma in realtà lo fanno solo in quanto moto collettivo-sociale. L’incomunicabilità qui raggiunge i suoi livelli più alti in quanto è veicolata da un palese disinteresse verso il prossimo e non da moti di altra natura.

Uno dei temi principali per me era il senso di essere cresciuti in un certo tipo di quartiere in cui non sapevi mai cosa la gente pensava veramente. Dal di fuori non c’era veramente un senso dell’esistenza di un tessuto emotivo quindi non sapevi mai…le cose restavano sempre a livello superficiale, perlomeno nei miei ricordi, non sentivi mai che ci fosse qualcosa dietro l’apparenza. Si trattava sempre di apparenza esterna”. [1]

edward_mani_di_forbice_insalata_russaE’ il tema già trattato da molti autori cinematografici e non solo dell’uomo-spaventapasseri che nella società attuale perde tutta la sua individualità amalgamandosi incoscientemente con il tutto e diventando pura apparenza. Sempre durante la scena del party questi concetti sono ben sottolineati in più di una ripresa. Per esempio c’è un signore che dice ad Edward “ho un dottore che potrebbe aiutarti…” e subito dopo passa a parlare con qualcun altro senza aspettare una risposta o un interscambio dal ragazzo; la domanda posta riprende il “cosa la società pensa che dovresti fare” come il successivo disinteressamento immediato mostra la reale volontà di aiuto (assente). Anche il gruppo di amiche di Peg che sono attratte dal ragazzo in quanto “completamente diverso e misterioso” non penetrano la superficialità della loro conoscenza di Edward chiedendogli qualcosa, ma lo ammutoliscono letteralmente riempiendogli la bocca delle loro insalate russe.

edward_mani_di_forbice_anzianoIl personaggio che a parer mio esemplifica maggiormente quello che Burton vuole dire, è il vecchio reduce di guerra che Edward incontra alla festa; E’ lui stesso a presentarsi al ragazzo con una frase emblematica “Anch’io sono infermo, non lasciare mai che ti diano del disabile”. In questa frase troviamo anzitutto la volontà della società di mostrarsi superficialmente disposta ad accogliere, cosa che già dalle parole “infermo” e “disabile” viene smentita nel momento in cui viene detta. A termine film poi, quando la cittadinanza decide che Edward è un pericolo, il vecchio prima chiama il ragazzo “quello lì”,come a spersonalizzarlo vista la nuova natura affibbiatagli di mostro, e poi lo apostrofa come “lo storpio”, come a ridicolizzarlo.


CHI E’ QUINDI IL VERO MOSTRO?

Una delle tematiche principali del romanzo di Frankenstein è la sfida verso il divino. Lo stesso titolo – che integralmente è “Frankenstein ovvero il moderno Prometeo” – si riferisce ad un gigante mitologico che viene punito per aver cercato di sfidare il volere degli dei. Nel romanzo e nel film il mostro nasce come una sorta di punizione verso lo scienziato che decide di “giocare” a fare Dio ridando vita ad un corpo morto; la creatura è in sostanza la rappresentazione fisica del peccato originale, e per quanto sia inconsapevole vittima del disegno delirante del suo creatore ne diventa al contempo la sua punizione.

edward_mani_di_forbice_cuoreIn questo film invece il senso della trama cambia radicalmente. La volontà dello scienziato non è controllata da una spinta verso la conoscenza e il progresso fini a loro stessi (senza scrupoli morali) ma da un fattore che accomuna a Dio: L’amore. La volontà dello scienziato non è di dare la vita come capacità di muoversi o respirare, ma di dare un’anima, un cuore, ad una macchina.

Il cuore di per sé rappresenta sì il motore della vita, ma è al contempo metaforica sede del sentimento. Il mostro di Frankenstein nel fiilm di Whale per prendere vita ha bisogno di un nuovo cervello “fresco” ; Burton ci mostra invece (nell’immagine che trovate sopra) che ciò che serve per dare la vita è l’anima, è il sentimento. Il confronto cervello/cuore è da notare anche nelle azioni compiute dalle due creature: il mostro di Frankesntein ha il cervello di un uomo insano di mente e sotto pressione si comporta come tale; Edward invece tradisce per tutto il film la sua totale assenza di razionalità e il suo sostenersi esclusivamente sul sentimento e sulle sensazioni, siano esse positive o negative.

Concludendo (anche se haimé su questo film ci sarebbero ancora fiumi e fiumi di cose da dire), in Frankenstein i veri mostri sono il creatore che sfida Dio e la società che trasforma un essere spaesato in un violento. In Edward invece il creatore è padre e l’unico reale mostro risultano essere le personeche nel rifiutare la creatura creano rabbia e frustrazione in essa. Si ritorna quindi (come per il racconto “Morte malinconica del bambino ostrica”) al significato stesso della parola mostro, ovvero mostrare (dal latino monstrare) e avvertire (dal latino monere) di cosa le persone siano capaci di fare di fronte a ciò che non comprendono. Il vero mostro è la società.

TO BE CONTINUED…!

NOTE:
[1] – Tratto dai contenuti speciali del DVD di Edward Mani di Forbice

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ilpina
Creatore, curatore, amministratore, webmaster e in sostanza dittatore supremo e monarca assoluto di The Ed Wooder. Amo darmi alla latitanza quando il tempo me lo permette.