Tim Burton e il mostro – Pt4

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Continua il percoso sul tema del mostro in Tim Burton e si arricchisce del simbolo della mano come veicolo di mostruosità. Nello specifico oggi tratterò di Edward mani di forbice.
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LAME AL POSTO DELLE MANI

La tematica della società “alla Frankenstein” che crea dei mostri approfittando dalla naturale bontà di alcuni individui la troviamo in maniera pregnante in “Edward mani di forbice” e “Sweeney Todd”. Edward e Benjamin (entrambi interpretati dal camaleontico Johnny Depp) sono personaggi buoni in nuce, sono naturalmente non-offensivi.  Edward è come un bambino, non conosce il mondo ed ha un approccio incantato e curioso verso tutto; Benjamin nell’unica breve scena in cui ci viene mostrato (il racconto di Mrs.Lovett) è dipinto come un uomo tranquillo, sereno, sorridente ed indifeso. Entrambi i personaggi rappresentano un candore e una purezza reali e senza filtro, cosa sottolineata  dall’ambiente in cui ci vengono mostrati: un giardino addobbato da decorazioni arboree incredibili e un negozio di fiori colorati.

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Nell’evolversi delle rispettive vicende entrambi ci mostrano le loro differenti mostruosità tramite un simbolo che ritroveremo in altri lavori del regista (specialmente in Batman Returns): le mani. Queste (come Burton ha sottolineato in diverse interviste) rappresentano la capacità per gli individui di conoscere il mondo e di entrare in contatto con le altre persone. Come gli occhi sono il primo strumento conoscitivo dell’uomo così le mani sono il principale strumento di interscambio affettivo tra le persone: una stretta di mano, una carezza o un abbraccio permettono di esprimere la stima, l’affetto e l’amore verso gli altri.

Edward e Benjamin (o sarebbe meglio dire Sweeney a questo punto) sono personaggi emblematici a riguardo in quanto non hanno mani ma lame, lame che denotano la loro mostruosità. Edward è stato creato così, lasciato incompleto ed imperfetto con delle forbici al posto delle mani. La sua mostruosità è fisica  e assolutamente slegata  dalla sua reale natura, esattamente come la creatura di Frankenstein. Benjamin invece decide volontariamente di sostituire la mano da padre amorevole con la fredda lama di un rasoio per sfogare tutta la rabbia verso chi gli aveva negato affetti e la libertà.

EDWARD MANI DI FORBICE
edward_mani_di_forbiceIl film che più di tutti lega Tim Burton al tema del mostro e a quello delle mani è certamente Edward mani di forbice. La pellicola risulta essere il primo lungometraggio completamente “burtoniano” ovvero ricco di tutti quegli elementi visivi e di storia che faranno la fortuna del regista negli anni successivi.
L’idea di fondo è estremamente autobiografica in quanto racconta in altra chiave parte dell’adolescenza del regista. E’ proprio in quegli anni infatti che la figura di Edward inizialmente relegata alla sua immaginazione, prende vita in un primo bozzetto che si sviluppa pian piano nel tempo fino a raggiungere le fattezze e lo spessore psicologico che ritroviamo nel film.

Dice il regista: “Penso che rappresenti quegli anni in cui, da ragazzo, hai sensazioni molto intense, e ti senti incompreso, e tutte queste tipiche cose, e crescere a Burbank (cittadina della California dove è cresciuto, ndr) ha reso quelle sensazioni ancora più intense. Tutto questo è rappresentativo di quelle sensazioni di quel luogo e di quel periodo, è una storia che avevo in mente da molto tempo”. [1]

Edward è un ragazzo dall’aspetto diverso ma con una originalità e una fantasia straordinarie rispetto alla società in cui è inserito. Le mani di forbice sono metafora dell’impossibilità di avere un contatto reale e profondo con le persone.

Quando cominciai a lavorare sul personaggio avevo in mente solo strumenti affilati, lo spessore emotivo deriva da un personaggio che non poteva toccare niente, che aveva emozioni, che voleva toccare le cose ma che a causa delle sue dita affilate non poteva toccare niente o nessuno.“ [1]

La critica è agli abitanti di Burbank e per esteso alla società dei mass media che si uniforma per gusti ed idee e che fatica ad accettare chi non rispetta questa regola primaria. La ratio sotto questo ragionamento perverso è che se siamo tutti uguali, se vengono appianate le differenze, si elimina alla radice il rischio. Una società nella quale tutti la pensano più o meno allo stesso modo è libera da scontri “ideologici” , libera dal rischio di conflitto, libera dalla possibilità di dialettica e dal confronto. Ma al contempo è un insieme di persone vuote e incapaci di una propria essenza.

Il film è quindi un inno all’individualismo e al pesare la persona come singolo e non come componente di un gruppo; viene rivendicata con forza l’importanza e l’arricchimento che può portare l’incontro con il diverso, anche se molto inusuale.

CHI ENTRA IN CONTATTO CON IL MOSTRO: DIVERSE FACCE DELLA SOCIETA’

Con l’escamotage di utilizzare i personaggi del suo film Burton fa una serie di forti critiche alle tipologie di persone che “ha vissuto” nella sua adolescenza americana, descrive e critica Burbank portandone all’esasperazione i tratti.

edward_mani_di_forbice_pegPeg, la prima persona che entra in contatto con Edward, rappresenta in quel contesto un modello assolutamente irreale di buon senso e moderazione. Paradossalmente è l’unico personaggio della storia che non trova un riscontro reale nella società americana.

Dice Burton: “Peg era più di quello che potessi aspettarmi da quel tipo di ambiente quindi è un personaggio completamente inventato. Gli altri personaggi sono più simili alla realtà. “ [1]

Nonostante un primissimo spavento (fisiologico) nel vedere Edward, la donna riesce immediatamente ad entrare in contatto con il ragazzo e a provare empatia. E’ una persona fiduciosa, ottimista, che riesce a vedere il lato positivo degli altri solo dopo un paio di sguardi. Personaggio simile è Kim, che però a differenza della madre fa un percorso interiore di avvicinamento al diverso più lungo, fino alla sua totale comprensione.

edward_mani_di_forbice_esmeraldaAgli antipodi di questa prima tipologia vi sono quelli che possono essere accostati pienamente ai cittadini del mostro di Frakenstein, rappresentati in questo contesto da Esmeralda, la donna “iper-religiosa”. La religione cristiana per moltissimo tempo ha portato ad una spinta conservatrice (sulla quale non mi dilungherò visto che si tratta di un tema di dibattito fondamentale della nostra cultura) che può essere vista come fautrice di una certa paura e di chiusura mentale. La paura che certe gerarchie creavano nei secoli scorsi serviva per mantenere un certo controllo su una popolazione che altrimenti, aprendo la mente e conoscendo altri orizzonti, avrebbe potuto abbandonare la tradizione (mi riferisco soprattutto alla controriforma cattolica del 17° secolo). L’equazione che questo genere di cultura sostiene (grazie al cielo non è più così forte e condivisa)  è che ciò che è diverso dalla società costruita sui dettami religiosi “è sbagliato”. E’ quel genere di pensiero che si arroga il diritto di giudicare senza prima capire e conoscere, ma si limita ad una chiusura totale che impedisce il contatto.

Un “diverso” come Edward insomma, oltre ad avere un aspetto che lui non si è scelto, si vede allontanato da un punto di vista fisico e psicologico da questa tipologia di persone che lo vedono come una “perversione della natura”, un segno visibile del male. E’ insomma una tradizione che aumenta l’incomunicabilità e isola ulteriormente chi di per sé (viste le caratteristiche fisiche e non solo) sarebbe comunque destinato ad una vita di isolamento. Esmeralda cerca per tutta la durata del film di allontanare il ragazzo-mostro sia dalla sua vita che dalla vita altrui, additandolo come una “tentazione” del demonio, uno sbaglio di natura da cacciare per mantenere la società così com’è.

TO BE CONTINUED…!

NOTE:
[1] – Tratto dai contenuti speciali del DVD di Edward Mani di Forbice

About ilpina

ilpina
Creatore, curatore, amministratore, webmaster e in sostanza dittatore supremo e monarca assoluto di The Ed Wooder. Amo darmi alla latitanza quando il tempo me lo permette.