Tim Burton e il mostro – Pt2

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Seconda parte del lungo commento su un elemento importante della poetica di Tim Burton: il mostro e la mostruosità. Quest’oggi parliamo di Frankenweeine.
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FRANKENSTEIN E FRANKENWEEINE

La storia di Frankenstein ha certamente influenzato la poetica di Burton nel suo riferirsi al mostro come personaggio. All’interno di alcuni suoi lungometraggi è infatti presente la figura del diverso, dell’emarginato che viene ripudiato o che è costretto ad allontanarsi dalla società a causa delle proprie fattezze interiori od esteriori. Il regista non ha mai nascosto la sua grande passione per il cinema di genere horror e similari (soprattutto d’annata) e per i suoi protagonisti quali Vincent Price, Bela Lugosi, Ed Wood o il più recente Mario Bava.

E’ quindi facile pensare che al di là del romanzo della Shelley la poetica di Burton a riguardo (nonché lo stile visivo) siano stati influenzati principalmente da film come “Frankenstein” (qui la mia recensione) e il suo sequel “La moglie di Frankenstein”, entrambi di James Whale (anni 1932 e 1935). Una citazione diretta o meglio un omaggio al secondo di questi film lo possiamo trovare nella ripresa della capigliatura di Elsa Lanchester nel ruolo della moglie di Frankenstein, vista in Sweeney Todd e in “Frankenweeine”(cortometraggio fra i suoi primissimi lavori nonché il suo prossimo lungometraggio animato in stop-motion in uscita per la Disney nel 2012).

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In Frenkenweeine Burton ripropone la storia di Frankenstein in chiave più leggera, addirittura apprezzabile dai bambini; la scelta è in perfetta linea con quello che sarà lo stile del regista negli anni successivi sempre a metà strada tra il mondo della favola per bambini e l’elemento orrorifico e gotico. Al di là dell’idea generale della trama riconducibile ovviamente al romanzo della Shelley il corto riprende sotto moltissimi aspetti sia contenutistici che visivi il già citato film di Whale. In questo la storia originale non era ripresa se non per le linee generali (del resto sarebbe improponibile ridurre il densissimo romanzo a 1 ora e 6 minuti, durata del film), depauperandolo quindi di elementi che fecero la fama del libro (quali il viaggio, la sfida verso l’ignoto/verso dio, la metafora di prometeo, il tema romantico del sublime e così via) ma creando indubbiamente una delle figure più longeve ed utilizzate della storia del cinema. Burton nel corto fa una fedele quanto omaggiata ripresa del film del 1932 riprendendolo nella storia e nei personaggi per quegli elementi inseribili nel suo progetto.

Nell’analizzare brevemente il corto accosterò quindi le immagini nuove e vecchie di questa storia sempre attuale.

Il protagonista della vicenda è un bambino di nome Victor (come nel romanzo) che dopo la morte del suo cane Sparky a causa di un incidente stradale decide di riportarlo in vita seguendo le suggestioni dategli dal suo insegnante di scienze (si trattava di un professore universitario nel film precedente).

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Il piccolo decide quindi di recarsi al cimitero per dissotterrare il cane defunto con l’intenzione di utilizzare l’energia elettrica sprigionata dai fulmini per farlo rivivere. Essendo un bambino il suo scopo è puramente legato ad una matrice affettiva verso l’animale a differenza del romanzo e del film di Whale dove il movente dell’azione era la voglia di scoprire, la volontà di sfidare le leggi naturali per avvicinare la scienza ad una capacità creatrice simile a quella posseduta solo da Dio.

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La fase dell’esperimento sul corpo senza vita è certamente la più suggestiva della storia e rappresenta l’uomo che grazie al suo ingegno piega le forze della natura ai suoi voleri. Quando il romanzo venne scritto la valenza di questo episodio era cruciale in quanto ci si rifaceva alla paura del XIX° secolo sulla possibilità di una scienza che lasciata libera e incontrollata potesse creare problemi all’uomo. Parafrasando la scritta su un famoso quadro di Goya “Il sonno della ragione genera mostri” e la Shelley fa vedere come letteralmente si sia potuto creare un mostro smettendo di utilizzare la ragione ma facendosi trasportare ciecamente dalla volontà di conoscenza fine a sé stessa.

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Il risultato di questo esperimento contro la razionalità e il buon senso genera qualcosa di fisicamente mostruoso, ecco che quindi il piccolo Sparky come del resto la creatura del film (che ricordiano essere il celebre Boris Karloff) risultano visivamente paurosi agli occhi della nostra società.

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Una grande differenza fra le due opere che segna il diverso stile nell’affrontare la tematica è il rapporto che si viene a creare tra la creatura riportata in vita e il suo creatore. Victor Frankenstein è spaventato, non sa come comportarsi e finisce per abbandonarla; è un padre che mette al mondo un figlio deforme e spaesato ed impaurito da questo decide di non curarsi più di lui. Anche Burton affronterà questo tema nel libro “Malinconica morte del bambino ostrica” ma non qui: il piccolo Victor è felice del ritorno del suo cane e riallaccia con lui lo stesso rapporto che aveva in precedenza ricoprendolo di affetto e premure.

La società viene invece rappresentata sempre alla stessa maniera ovvero diffidente e pronta ad allontanate ciò che non comprende e che non rientra nella “normalità” delle cose. Così sia la creatura di Frankenstein sia il piccolo Sparky creeranno scompiglio e paura nei rispettivi luoghi in cui avviene la vicenda, il primo per fatti gravi compiuti senza avere idea di quello che stava facendo, il secondo esclusivamente per qualche “malanno” e molta incomprensione. La natura di entrambi rimane comunque buona e innocente; a differenza del romanzo non vi è una lucida e reale volontà di vendetta anche perché le creature sono un cane e un mostro che ha le capacità mentali di un bambino appena nato e non ancora introdotto al mondo. In una delle ultime scene i fatti avvengono nella stessa maniera nelle due pellicole: troviamo la creatura e il suo creatore chiusi in un mulino in fiamme con una folla inferocita all’esterno. Ovviamente variano di molto le circostanze e alcuni dettagli: nel film di Whale il mostro ha portato il suo creatore in quel luogo per capire, per avere un contatto con questo e la folla è inferocita per un omicidio commesso dalla creatura; in Frenkenweeine invece il mulino è una struttura di un campo da golf ed è Victor a rifugiarsi dentro per proteggere Sparky dalle persone che volevano prenderlo visti i danni e la paura indotta.

Diametralmente opposta è la conclusione della vicenda. Il mostro creato dal dottor Frankenstein morirà bruciato all’interno del mulino mentre lui riuscirà miracolosamente a salvarsi e potrà così sposare la sua Elisabeth (insomma, il mostro muore come mostro senza essere stato compreso e senza una redenzione per la società cieca). Sparky invece dopo aver salvato Victor dall’incendio del piccolo mulino si ritrova in fin di vita; i vicini dopo aver visto il gesto eroico compiuto dal cane capiscono tutta la loro superficialità dovuta esclusivamente all’aspetto esteriore della creatura e decidono, riuscendoci, di salvarla.

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In questo secondo caso quindi si può dire che ci sia stato un reale e completo happy end: il mostro è stato accettato e compreso; la società si è riscattata rispetto alla superficialità mostrata in precedenza.

Tuttavia vedremo nelle prossime parti del commento come difficilmente questo genere di risoluzioni concilianti troverà spazio nella fimografia di Tim Burton, che utilizzerà molto più spesso la soluzione “alla Whale”.


TO BE CONTINUED…!

About ilpina

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Creatore, curatore, amministratore, webmaster e in sostanza dittatore supremo e monarca assoluto di The Ed Wooder. Amo darmi alla latitanza quando il tempo me lo permette.