Tim Burton e il mostro – Pt1

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In questa serie di commenti (non so quanti ne scriverò) voglio analizzare un elemento della filmografia di Tim Burton che a mio parere descrive gran parte della sua poetica: il mostro e la mostruosità.
Trovi tutte le parti dell’approfondimento cliccando qui.

tb1Tim Burton è sempre stato un grande amante dei mostri, sia da un punto di vista estetico/visivo, sia per la loro valenza contenutistica all’interno delle storie. Per quanto riguarda il primo aspetto non spenderò molte parole in quanto l’immaginario gotico del regista la dice già gran lunga sul ruolo degli esseri mostruosi nei suoi film. Tuttavia è bene ricordare la passione di Burton per il disegno e la sua tendenza a voler dare un aspetto grafico pregnante ai suoi personaggi prima di portarli in scena. Ed è in questa passione che si concretizza il suo amore per gli esseri mostruosi che rappresenta di continuo nei suoi schizzi. A riguardo ricordo la mostra che il MoMa di New York ha deciso di dedicargli con un allestimento di molti suoi disegni che sottolineano senza ombra di dubbio il tarlo di Burton per mostri, mostriciattoli et similia.

E’ lui stesso che in una intervista sottolinea questa passione (mi scuso se non cito la fonte ma trattandosi di un appunto non ricordo da dove l’ho preso):

 “Cominciai a disegnare da giovane e per me fu sempre un modo per esplorare nuove idee. A volte, se un’immagine mi si imprimeva nella mente cominciavo ad analizzarla e a pensarci su e magari la sviluppavo ulteriormente. Ho sempre disegnato. Mi piacciono i film di mostri e mi sono sempre ispirato ad essi. Ma non ho mai visto le cose che disegno come dark perchè tutte, specialmente quelle che mi restavano dentro, avevano un sottotesto emotivo e quindi io non le consideravo mai dark, mi sembravano avere un carattere positivo per cui non considerai mai i film dei mostri come dark, ho sempre avuto un’immagine distorta di quel tipo di cosa“.

tb2In Vincent, uno dei suoi più celebri cortometraggi che ha scritto e diretto, si nota chiaramente come il protagonista non sia altro che un suo alter-ego. Si tratta infatti di un bambino continuamente tormentato dalle figure mostruose che popolano la sua immaginazione e che gli impediscono di vivere una vita come tutti. Il regista di per sé si è sempre sentito tale, un diverso, un emarginato rispetto a una società che non apprezza e non comprende il suo personalissimo mondo interiore. Mostruosità quindi come soggetto della sua immaginazione e altresì come stato sociale di emarginazione per le sue particolarità.

Una nota: questo accadeva all’inizio della sua carriera; oggi paradossalmente l’enorme fama del regista l’ha portato a far diventare terribilmente pop quelle visioni che anni prima lo emarginavano, tanto che oggi indossare indumenti con stampato sopra uno scheletro stilizzato, oltre a non essere più “mostruoso” è addirittura uno status cool. E lascio decidere a voi se sia più positiva o negativa questa cosa…

IL MOSTRO E LA SOCIETA’

Prima di analizzare alcuni film del regista voglio fare un breve cappello introduttivo alla tematica. La figura del mostro, qualsiasi esso sia, può essere facilmente messa in relazione con l’ambiente in cui questo viene a trovarsi; l’idea stessa di mostro presuppone infatti una “normalità” che possa renderlo speciale, che sia giustificativa delle sue qualità eccezionali (in senso negativo o positivo) . Per esempio in “Il pianeta della scimmie” la normalità della situazione era data da un mondo abitato da uomini scimmia che rendono gli esseri umani i diversi della situazione, i veri mostri. Allo stesso modo in una società come la nostra il mostro viene ad essere colui che è portatore di caratteristiche estranee alla vita comune. Il rapporto mostro/società è un topos della letteratura di tutti i tempi nonché della cinematografia, basti pensare ad opere come “The elephant man” di David Lynch o all’E.T. di Steven Spielberg.

tb3La prima opera letteraria che esplorava la materia in un contesto perfettamente gotico è stata “Frankenstein” di Mary Shelley. Nel romanzo lo scienziato Victor Frankenstein decide di sfidare le leggi della natura ridando vita a un cadavere. La Shelley sottolinea, in accordo con le teorie filosofiche che il Romanticismo europeo aveva portato avanti, come la natura della creatura al pari della natura dei bambini appena nati sia fondamentalmente e interamente buona, positiva. E’ quindi il contatto con la società che rende la creatura un mostro, è con il raffronto con la “normalità” delle cose che vengono riconosciute le caratteristiche fisicamente orribili della creazione dello scienziato. In sé la creatura non è orribile, non è mostruosa e non ha cattiveria; sono coloro che entrano in contatto con questa durante il romanzo che vengono superficialmente spaventate dal suo aspetto esteriore e lo allontanano, talvolta anche con violenza, dalle loro vite. Ed è da questa violenza fisica ma anche psicologia (l’abbandono da parte del suo creatore) che la creatura macchia il suo animo puro vendicandosi di tutta questa rabbia ingiustificata nei suoi confronti e diventando appieno ciò che la società aveva da subito visto in lui seguendo l’equazione mostruoso fuori=mostruoso dentro.

Su questa tematica e partendo dalla figura del mostro di Frankenstein Burton ha dato vita a molti suoi film, che nelle prossime parti di questo commento cinema vedremo nello specifico.  

 

TO BE CONTINUED…!

About ilpina

ilpina
Creatore, curatore, amministratore, webmaster e in sostanza dittatore supremo e monarca assoluto di The Ed Wooder. Amo darmi alla latitanza quando il tempo me lo permette.