The Visit

Letto 300 volte

Manoj Nelliyattu Shyamalan, un regista che ha sempre diviso e che forse devo ancora inquadrare fino in fondo visti gli alti e bassi della sua filmografia. Come fa uno che ha diretto meraviglie come The Village o Il sesto senso partorire una roba come L’ultimo dominatori dell’aria? E soprattutto come può un regista così originale nello scriversi i propri film passare da idee molto interessanti e spesso coronate da efficaci twist ending (ovvero “finali a sorpresa”) a pellicole come Stuart Little – Un topolino in gamba? Eccesso di fantasia? Volontà di stupire? Non lo so, non lo capirò mai.

Fatto sta che dopo due film consecutivi che mi hanno fatto pensare “Ehi Shyamalan, dove sei?” ovvero il già citato L’ultimo dominatore dell’aria e l’inutile After Earth, il regista pare essere tornato in sé con due pellicole rispettivamente del 2015 e del 2016 che affondano le loro radici nel primo Shyamalan, quello dei thriller che fanno restare senza fiato, quello delle sorprese dell’ultimo momento. Oggi non vi parlo dell’ultimo di questi (tale “Split”) ma del precedente “The visit”, che per me è stato un salto di qualità enorme rispetto ai precedenti lavori molto sottotono. E la cosa mi fa anche parecchio piacere perché è passato da un film costato 130 milioni di dollari, pieno di effetti speciali e con un attore molto in voga che personalmente non tollero (Will Smith) stroncato dalla critica e poco redditizio, ad uno molto più riuscito, efficace e interessante costato esattamente 5 milioni di dollari, ovvero 26 VOLTE DI MENO (ventiseivoltedimeno!!!!)  ed incassi che hanno sfiorato i 100 milioni. Ora, spero che gli sia venuta spontanea la riflessione che viene naturale in questi casi: non sono i budget a fare i buoni film ma la storia, la regia, la personalità di un lavoro. E non dico neanche “gli attori” perché quelli presenti in questo film sono dei benemeriti sconosciuti, e credo che lo resteranno ancora visto che non hanno particolarmente brillato (diciamo pure che il casting non è dei migliori ecco).

Fatto questo giusto preambolo, ecco la trama del film: “M. Night Shyamalan torna alle sue radici con una storia terrificante di un fratello e una sorella che vengono mandati a stare per una settimana nella fattoria dei loro nonni in Pennsylvania. Appena i ragazzi si accorgeranno che l’anziana coppia è coinvolta in qualcosa di veramente inquietante, vedranno diminuire ogni giorno le loro possibilità di tornare a casa”.

La cosa che colpisce di più è naturalmente l’idea non originalissima ma sempre efficace della macchina da presa in mano ai protagonisti, come abbiamo visto in altri celebri casi alla The Blair Witch Project, o ancora prima con il Cannibal Holocaust (anno 1980, con Luca Barbareschi tra i protagonisti…!!!) del nostro Ruggero Deodato. Le riprese fatte in prima persona hanno l’effetto di dare una “pellicola di verità” alle immagini, nel senso che senza il filtro visivo di una telecamera gestita fuori dalla scena sembra di essere fisicamente al centro dell’azione, molto più che con l’inutile stratagemma del 3D; inoltre così facendo si impedisce allo spettatore di “guardare intorno” al personaggio, aumentando la claustrofobia e la paura percepita. Il pretesto narrativo per arrivarci è sempre lo stesso: la volontà di fare un documentario o un filmato, nello specifico del film per documentare da parte della ragazzina protagonista l’incontro con i nonni mai conosciuti. Per permettere di vedere anche alcune scene più ampiamente, in alcuni casi il regista da una ulteriore telecamera in mano al fratello minore di modo che i due si filmino a vicenda, oppure la fa appoggiare per terra o su qualche mobile per creare un effetto più alla “Paranormal Activity”. E bisogna dire che sì, la cosa funziona in entrambi i casi, ed ha un fattore di originalità in più rispetto ai film citati: le riprese sono in un digitale nitidissimo e molto molto accattivante, il che è spiegabile per il semplice fatto che il film è ambientato ai giorni nostri e in questi anni una certa tecnologica di ripresa ad altissima risoluzione è cosa a portata di tutti, anche per dei ragazzini (quando invece nei film ambientati negli anni ’90 o prima per rendere credibile un’immagine “amatoriale” bisognava avere un risultato necessariamente peggiore qualitativamente).

Altra particolarità è che gli unici fotogrammi filmati “normalmente” sono ambientali, ovvero descrivono l’innevato ambiente in cui si svolgono le vicende con delle contrastanti scritte rosso sangue in sovrimpressione a scandire i giorni della settimana di villeggiatura dei ragazzi, scritte che mi hanno ricordato per violenza visiva (data dal contrasto tra colore dell’immagine e colore dei testi) il Funny Games di Michael Haneke (1997). Il senso d’ansia che si crea sin dall’inizio dato da questi piccoli stratagemmi ma soprattutto per quel che mi riguarda dalla totale assenza di musica, è palpabile e diretto splendidamente: riesce senza dover necessariamente mostrare scene cruente a incutere un’inquietudine incredibile, e a spaventare anche molto.

Il tutto credo passi oltre che da quanto già detto e da un buon uso del sonoro anche dal cuore della trama: i nonni rappresentano per tutti un rifugio, persone alle quali si viene affidati da bambini e che a rappresentano spesso dei genitori più buoni ed affettuosi degli originali. E vedere che sono proprio loro ad avere comportamenti strani, sentire che non ci si può pienamente fidare di loro e non capire il perché di certi gesti, può solo che fare paura. È in pratica lo smantellamento di una delle poche certezze della vita dei bambini.

La figura del bambino è al centro della trama non solo per un mero espediente narrativo, ma per il suo senso generale: i bambini (anche quelli del film) sono quelli che devono affrontare le proprie paure, che devono crescere scontrandosi con le loro insicurezze e che a volte per salvarsi devono andare contro gli ordini degli adulti come il non uscire dalla propria camera dopo le nove di sera o il non andare in cantina/in quel capanno. Benché si avverta che il film ha anche questo intento, bisogna ammettere che non sia particolarmente riuscito, anche se ho apprezzato molto quei piccoli richiami alle fiabe classiche e nello specifico ad Hansel e Gretel (la casa isolata in mezzo al bosco, la famosa scena del forno…tutto molto inquietante!).

Il film nel complesso sarebbe stato davvero un piccolo gioiello se fosse stato però un cortometraggio (da un’ora massimo!) perché passati i primi momenti e dopo essere abituati ad atmosfera e stranezze si perde del tutto l’effetto stupore, ogni mistero viene risolto con la logica e di fronte a spiegazioni plausibili di fatti strani si perde molto interesse, soprattutto dopo la mancata volontà (ahimè!) di inserire anche qui il classico twist ending alla Shyamalan. Caro M.Night, questo giro ci stava proprio, mi è sembrata un’occasione persa!


THE VISIT

M.Night Shyamalan 2015, 94’
VOTO (Max 5)
7

About ilpina

ilpina

Creatore, curatore, amministratore, webmaster e in sostanza dittatore supremo e monarca assoluto di The Ed Wooder. Amo darmi alla latitanza quando il tempo me lo permette.