The post

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Proseguo la visione dei lavori candidati all’Oscar come miglior film di quest’anno con un classico Spielberg e il suo The Post, candidato anche per la miglior attrice protagonista (Meryl Streep). Andate a vederlo perché, nonostante a mio gusto non sia a livello di altri candidati (Dunkirk e Chiamami col tuo nome in primis), vale davvero il prezzo del biglietto.

Trama: “Stati Uniti, 1971. Katherine Graham, la prima editrice del Washington Post, e Ben Bradlee, il volatile direttore della testata, provano a ridare linfa a un quotidiano oramai in declino. Insieme formano un’improbabile squadra chiamata a sostenere coraggiosamente la pubblicazione di alcuni documenti del Pentagono e rivelando segreti governativi inerenti quattro decenni di storia e presidenze americane, combattendo contro il tentativo senza precedenti dell’amministrazione Nixon di limitare il Primo Emendamento”.

La giusta premessa è che sono uno spettatore viziato. Viziato perché di film e telefilm (penso ad House of cards) che gravitano intorno ad argomenti di questo tipo ne ho visti parecchi, lavori che negli anni hanno da una parte alzato l’asticella della qualità di questo genere di storie e dall’altro creato uno standard nella mia testa di cosa bisogna vedere sullo schermo per raccontarle in maniera appropriata, magari a discapito di una certa originalità. Spielberg però è Spielberg, e in barba a tutto questo ha messo (giustamente) sullo schermo qualcosa di assolutamente pensato alla sua maniera, diretto da dio (neanche a dirlo) ma con un incedere che soprattutto nella prima parte del film non riesce a prendere o trasportare fino in fondo, complice anche il fatto che la sua visione è quella di una persona che ha vissuto certi avvenimenti di storia americana. In parole povere si parla di un fatto minore di storia politica interna ma anche di società, legato sì a personaggi e avvenimenti più conosciuti anche all’estero (la presidenza Nixon, lo scandalo Watergate) ma credo sconosciuto ai più, me compreso. Diciamo che se si fosse trattato di un fatto minore legato chessò, alla Tangentopoli italiana, sicuramente mi sarebbe sembrato più scorrevole e interessante.

Dalla seconda metà in poi comunque il film pian piano si impenna entrando nel fulcro della storia e guadagnando un sacco di interesse anche e soprattutto per il personaggio della Streep, che dopo una prima parte in cui, sarò sincero, non capivo se “ci era o ci faceva”, ha sfoderato le unghie sia a livello di storia che di significato. Al di là dell’ovvia valenza politica del film infatti l’altro tema trattato è la figura della donna a inizio anni ’70, e di come nonostante un esplicito potere economico e parzialmente politico fosse comunque vista in secondo piano, vista sempre come “la figlia di, la moglie di” e mai come protagonista. E in questo Spielberg oltre a strizzare l’occhio alle recenti (recentissime) storie di donne molestate e sottostimate ad Hollywood ci mette del suo regalandoci alcune scene in cui questa condizione ci viene magistralmente riportata con una grande eleganza ma anche con un velo di rassegnazione: sono passati più di 40 anni ma sembra essere cambiato davvero poco.

In tutto questo c’è anche Tom Hanks (molto bravo) e uno spielberghiano finale tra grandi sorrisi e vittoria dei valori americani;  mancava solo un primo piano della bandiera a stelle e strisce che sventola al vento su una musica pomposa e avremmo fatto tombola. Anche se sia ben chiaro che non sto dicendo che questa sia retorica cinematografica, è tutto vero e sincero, solo visto sotto la lente di Steven “buoni sentimenti” Spielberg.

Faccio invece una piccola riflessione finale: continuo a pensare che l’Academy non potendo dare riconoscimenti a tutti i film meritevoli (o a monte non potendo farne una selezione pensata al 100%), basi le sue decisioni anche su messaggi sociali/politici. Non fraintendetemi, The Post è un film che merita e che consiglio, ma non ho trovato per niente quel quid che mi facesse dire “ok, questo lavoro ha una marcia in più rispetto a quelli che ho visto quest’anno”. E lo dico sia per il film in sé che per l’interpretazione di Meryl Streep, strepitosa come sempre ma in una parte che non resterà nella memoria del pubblico, ne sono certo; come ho letto da qualche parte ormai lei recita “con il pilota automatico”, nel senso che le dai un ruolo e sai già perfettamente come lo interpreterà, come sai già che verrà universalmente apprezzata (e per buoni motivi!). Mi viene quindi da pensare con un filo di malizia che quella “marcia in più” per chi ha candidato la pellicola sia dovuta al messaggio che se ne trae in riferimento a quanto sta succedendo in questi anni negli U.S.A. : un film che parla di stampa libera “contro” un presidente degli Stati Uniti (ricordiamo tutti gli attacchi di Trump ai giornali…l’accostamento con Nixon è automatico), che critica come le donne vengono sottostimate sul loro posto di lavoro e che lo fa con un’attrice bandiera dei democratici americani che si è scagliata coraggiosamente e duramente contro l’attuale Presidente, non può non avere una valenza politica attuale, non può che essere una critica al presente veicolata tramite il passato. E su questo alzo le mani, l’arte dovrebbe sempre avere il coraggio di farci riflettere sul quello che stiamo vivendo; tuttavia non può nemmeno essere l’unico motivo per parlare bene di un film.


THE POST

Steven Spielberg, USA 2017, 115’
VOTO (Max 5)

About ilpina

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Creatore, curatore, amministratore, webmaster e in sostanza dittatore supremo e monarca assoluto di The Ed Wooder. Amo darmi alla latitanza quando il tempo me lo permette.