The Neon Demon

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Un film che ha fatto discutere, e forse anche per dei buoni motivi. Io però, sinceramente, non li ho trovati.

“Jesse, un’aspirante modella, si trasferisce a Los Angeles, dove viene reclutata da un magnate della moda come la sua musa. Entrando nell’industria della moda, la sua vitalità e giovinezza saranno divorate da un gruppo di donne ossessionate dalla bellezza, che useranno ogni mezzo per ottenere ciò che ha” (Wikipedia).

Conosco poco per non dire niente Nicolas Winding Refn, anche se il suo “Drive” è senza dubbio uno dei miei film preferiti degli ultimi 10 anni. Ieri ho voluto iniziare ad approfondirlo con questo The Neon Demon, film presentato al Festival di Cannes lo scorso anno (2016) per il quale ho sentito di tutto: capolavoro o immondizia, film troppo provocatore o privo di contenuto; dopo la visione posso dire che la mia posizione è la classica del “in media veritas”, nel senso che è un poi vero tutto quello che è stato detto, bastava solo dirlo senza esagerazioni (nel senso, senza ringraziare l’altissimo per questo capolavoro o al contrario maledire per sempre il nome del regista danese come dannato in eterno).

È cosa certa e innegabile che lui e il buon Lars Von Trier ci danno una immagine del cinema danese sempre pronto a colpire, a stupire, allo schiaffeggiare addirittura lo spettatore con elementi “shock”, che lo diventano ancora di più se giustapposti come in questo caso alla realtà patinatissima del mondo della moda che il regista ci descrive. La “patinatura” è il vero elemento visivo centrale della pellicola, nel senso che come di suo consueto, ogni immagine ed ogni inquadratura sono quasi “scolpite”, sono talmente perfette nei colori, nelle proporzioni, nelle linee, che uno non può che rimanere a bocca aperta. Da questo punto di vista devo ammettere che sono rimasto incredibilmente stupito perché la cura dell’immagine del buon Refn è roba da standing ovation, in questo lavoro in cui le immagini sono volutamente a tratti surreali da davvero il meglio di sé. Tra bui profondi, luci al neon, filtri colorati e un’estetica fuori dal comune riesce a creare un capolavoro visivo senza se e senza ma, che sinceramente non saprei a quale altro regista accostare.

Questo naturalmente è un fatto positivo perché, se c’è una cosa che si può dire, è che la sua maniacale e originalissima cura dell’immagine lo fa spiccare tra tutti i registi attuali come uno di quelli con una personalità e una visione che spicca (svetta proprio!) su tutte le altre. Ma, e sì, devo iniziare ad usare le congiunzioni avversative qui, devo dire che non basta. Non basta perché un film non può essere solo immagine, non stiamo parlando della pubblicità di un profumo. E mentre per Drive si poteva fare affidamento anche su una meravigliosa sceneggiatura (tratta comunque da un libro), questo film è il classico esempio del “scritto e diretto da…”, o meglio nello specifico Refn ha curato soggetto, sceneggiatura, regia e produzione. Ma come succede nel mondo della musica, non è detto che i buoni interpreti siano anche dei buoni compositori, quindi come Mina non ha scritto mai un bel pezzo sento di poter dire che non è la fine del mondo se il regista va bene come tale ma come sceneggiatore meglio se lasci perdere.

E non lo dico perché la sceneggiatura sia brutta (si vede molto di peggio naturalmente) ma perché l’idea alla base, al di là di ricordarmi tanto il “Cigno Nero” di Aronofsky, non è all’altezza delle immagini che passano sullo schermo, è decisamente uno o due passi indietro. Nello specifico ci sono alcune scene (famose perché a Cannes durante la proiezione hanno portato a fischi e urla dalla platea) che dovrebbero scioccare tremendamente lo spettatore, ma che sinceramente non ho trovato poi così disturbanti. O meglio, ho percepito una cosa strana: le scene “normali” (ovvero quelle in cui non succede niente di così “scabroso” a livello di trama) le ho trovate talmente “violente” dal punto di vista cromatico e della costruzione dell’immagine, che mi hanno impressionato e colpito molto ma molto di più di alcune altre in cui il regista ha voluto mettere forzatamente qualche elemento diciamo “splatter”. Insomma, a livello di storia ho avvertito meno tensione, meno thrilling, meno paura, meno senso del macabro e meno shock rispetto al livello meramente visivo. Il che rende questo film decisamente zoppicante.

Elle Fanning come protagonista è brava, ma è vittima di un personaggio che lascia abbastanza tiepidi e che non mi ha fatto avvertire né una minima tensione né tantomeno empatia, cosa che in un film che vuole essere un po’ horror deve più o meno sempre esserci. Come si fa a creare l’orrore quando sia i protagonisti sia i “cattivi” di turno non si percepiscono come vicini a noi? Ho trovato davvero poco trasporto. Per non parlare del senso generale della trama, nulla di nuovo, nulla di non già sentito. E non mi vengano a dire che c’era ben più profondità di quello che sembra perché no, neanche con le pinze si può tirare fuori un senso profondo in questo lavoro.

Parafrasando un passaggio della sceneggiatura siamo di fronte ad un film che poteva essere “un diamante in un mare di vetro” ma che, a causa di una storia che non prende, non ci riesce. Un lavoro decisamente allucinato ma non allucinante per lo spettatore.

 

THE NEON DEMON
Nicolas Winding Refn, Francia / Danimarca / USA 2016, 118’
VOTO (Max 5)
6

About ilpina

ilpina
Creatore, curatore, amministratore, webmaster e in sostanza dittatore supremo e monarca assoluto di The Ed Wooder. Amo darmi alla latitanza quando il tempo me lo permette.