The imitation game

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The imitation gameDurante l’inverno del 1952, le autorità britanniche entrarono nella casa del matematico, criptoanalista ed eroe di guerra Alan Turing per indagare su una segnalazione di furto con scasso. Finirono invece per arrestare lo stesso Turing con l’accusa di “atti osceni”, incriminazione che lo avrebbe portato alla devastante condanna per il reato di omosessualità. Le autorità non sapevano che stavano arrestando il pioniere della moderna informatica. Noto leader di un gruppo eterogeneo di studiosi, linguisti, campioni di scacchi e agenti dei servizi segreti, ha avuto il merito di aver decifrato i codici indecifrabili della macchina tedesca Enigma durante la II Guerra Mondiale.

Come promesso ho continuato il recupero dei “film da Oscar” di quest’anno con The imitation game, film diretto dal regista norvegese Morten Tyldum. Voglio anzitutto sottolineare la mia soddisfazione nel vedere che un film girato da un europeo sia candidato a 8 premi Oscar (nonostante la produzione fosse naturalmente anglo-americana): tra questo e il Birdman di Iñárritu almeno si smuove un po’ la centralità statunitense dell’Academy.

Ma adiamo sul pezzo…Un grande pregio di questo lavoro è di aver fatto sì che il cinema assolvesse ad una delle funzioni che spesso ha: essere in un qualche modo “didattico”. Sì perché di biografie sul grande schermo se ne vedono tante (soprattutto di personaggi famosi che possono attirare l’attenzione del pubblico), ma l’idea di portare sullo schermo la vita da molti sconosciuta di una delle più brillanti menti del secolo scorso, l’idea di far conoscere la storia di un uomo che con la sua genialità ha potuto nei fatti salvare milioni di persone e cambiare la vita di gran parte delle restanti, è a mio parere un’operazione davvero didattica. Anche e soprattutto se questo personaggio è stato ingiustamente snobbato dal mondo per molti anni, vuoi per la segretezza dei suoi studi durante la seconda guerra mondiale, vuoi per il suo status da “reo-omosessuale” che certamente ha influito non poco nel giudizio sul suo peso nella nostra vita. Stiamo parlando di colui che ha inventato una macchina per decifrare i codici di trasmissione criptati dei nazisti e che ha quindi permesso di vincere la guerra con largo anticipo, ma soprattutto del vero padre dell’informatica e dei computer, quello che sto usando anch’io per scrivere ora e quello che usate voi per leggere. E il fatto che non si conosca lui e non si sia riconosciuto per anni questo enorme merito è cosa davvero senza senso; questo film ha quindi il merito di aver portato conoscenza da una parte e se vogliamo “giustizia storica” dall’altra.

Il linguaggio del grande schermo però sappiamo tutti essere giustamente “romanzato”. Le biografie al cinema dovendo andare a sviscerare la vita e i pensieri di un soggetto (soprattutto quando questi non ha scritto nulla di autobiografico) devono lasciar spazio per forza di cose alla fantasia per colmare i vuoti storici o per rendere il tutto più appetibile, oltre che essere soggette ad una naturale esigenza di sintesi. Il risultato in questo caso è stato un meraviglioso ritratto di Alan Turing da parte di Benedict Cumberbatch, davvero meraviglioso nel dare un volto a questo personaggio così eccentrico, logico, completamente perso nel suo mondo di numeri e di razionalità. Un uomo buono ma senza il senso dell’umorismo, incartato mentalmente nei suoi sentimenti adolescenziali da “diverso” (in tutti i sensi) che trova la sua vera vita e realizzazione sempre e solo nei suoi studi, nelle sue macchine. A riguardo è davvero bello vedere il rapporto che si instaura tra Turing e la sua macchina, il suo era un vero e proprio amore nei confronti della sua creatura come se si trattasse di un figlio bisognoso di cure. Il che se lo separava pesantemente dal resto del mondo gli faceva trovare proprio lì il suo baricentro e la sua reale essenza.

A un personaggio ben riuscito se ne sono giustapposti però altri non del tutto interessanti: parlo sia del gruppo di studiosi che Turing dirigeva negli anni di lavoro per decifrare la macchina Enigma nazista, che soprattutto il personaggio interpretato da Keira Knightley. Se non avessi letto che Joan Clarke (criptografa da lei interpretata) è realmente esistita e che effettivamente quanto riportato nel film corrisponde al vero, avrei creduto si trattasse di una trovata della produzione per far lavorare Keira e per inserire una figura femminile in un film altrimenti del tutto maschile. E invece devo ammettere di essermi sbagliato e che forse è stata proprio l’interpretazione della Knightley (che ho amato particolarmente tra smorfie e spasmi in A Dangerous Method di Cronenberg…….ok, scherzo!) a dare quell’idea e quella sensazione di finto e posticcio. Io davvero non riesco a farmela piacere, e trovo naturalmente immeritata la nomination agli Oscar come miglior attrice non protagonista.

Aspetto estremamente positivo del film sono invece le musiche, davvero davvero meravigliose, sempre presenti e avvolgenti, di quelle che ti rimangono dentro. Devo ricordarmi bene questo parigino Alexandre Desplat, che ha fatto già un sacco di film che ho visto ma che non ho mai collegato tra loro. A ogni modo basti vedere che quest’anno è nominato all’Oscar come miglior colonna sonora sia per questo che per il Grand Budapest Hotel di Anderson…davvero un bel colpo!

Il film nel complesso risulta un buon lavoro, forse un po’ “freddino” ma comunque molto bello. L’unico momento davvero commovente tra i tanti che ci sarebbero potuti essere è stato il finale in cui per la serie “ti piace vincere facile” raccontano di quanto successo a Turing dopo il ’52 (non voglio spoilerare nulla) con la classica carrellata di immagini con scritte sovraimpresse o su sfondo nero. Da brividi! Fa invece un po’ pensare il fatto che la regia del finale sia più o meno la stessa di quella utilizzata da Eastwood in American Sniper…se vedo che anche “La teoria del tutto” finisce così ho in mente qualche suggerimento da dare ai registi che vogliono essere notati dall’Academy nel 2016.

Concludo sottolineando una cosa: questo film rappresenta per l’ennesima volta l’interscambio tra settima arte e serie TV, che stanno attingendo ultimamente sempre più dal cinema e viceversa. Benedict Cumberbatch è diventato celebre con la serie “Sherlock”, ma qui troviamo anche il Charles Dance di “Game of Thrones” e Allen Leech di “Downton Abbey”. Ormai il livello qualitativo è più che uniformato tra TV e grande schermo.

THE IMITATION GAME
Morten Tyldum, Gran Bretagna/USA 2014, 113′
VOTO (max 5)

About ilpina

ilpina
Creatore, curatore, amministratore, webmaster e in sostanza dittatore supremo e monarca assoluto di The Ed Wooder. Amo darmi alla latitanza quando il tempo me lo permette.