The Help

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A qualche mese di distanza dalla sua uscita nelle sale ho finalmente rivisto The Help, film che non ero riuscito a recensire preso com’ero dall’emozione all’uscita del cinema.

Premetto che non si tratta di cinema “d’avanguardia”, di quelle pellicole che vogliono portare qualcosa di nuovo, un senso di originalità o messaggi mai trattati. The Help è un film “classico” sotto tutti gli aspetti: tratta un tema bello tosto ma telefonatissimo come il razzismo, si basa su una sceneggiatura magnificamente scritta, su ottime interpretazioni, su musiche dolcissime, fa leva sui sentimenti se vogliamo “più semplici” degli spettatori come la compassione, la dolcezza, il dolore. Tutte cose già viste in un milione di altri film, ma che per la magia del cinema ritornano in questa pellicola che a conti fatti è difficile non definire un capolavoro, uno di quelli da consigliare a genitori, zie, amici, nonni, dirimpettai e a chiunque.

Trama: “Ambientata a Jackson, Mississippi, nei primi anni Sessanta, la storia esplora i temi del razzismo e del perbenismo di facciata delle famiglie del Sud, quando una aspirante scrittrice intervista una cameriera che racconta la verità sulle sue esperienze nelle case dei bianchi“.

Fino a che punto può spingersi l’ipocrisia del genere umano? Nel descrivere la situazione delle domestiche di colore del Mississipi in quegli anni, non viene che da domandarselo. Una società che nei rapporti pubblici è prettamente dominata da donne-mostro che dietro alle pettinature laccate, ad abitini a fiori coloratissimi e ad un modo di essere sempre terribilmente conforme alla pura formalità, nascondono la loro vera natura di razziste figlie di papà. E badate, come viene sottolineato nel film non stiamo parlando dei tempi della schiavitù dei neri in America, in quegli anni la schiavitù era già stata abolita e grazie a film giustamente citati come “Via col Vento” di Victor Fleming era già stata fatta una rivalutazione sociale della “figura della Mami”, la tipica governante di colore. In quegli anni i neri non parlano più “da africani” come nel film appena citato (il classico stereotipo dello “zi badrone bianco“), lavorano come persone libere, stipendiate. O almeno questa è la formalità di una società che dietro una odiosa facciata pensa ancora che l’uguaglianza tra “razze” (odio l’utilizzo di questo termine) sia una cosa sbagliata, che organizza feste per raccogliere fondi per i bambini affamati del continente nero e non vuole che le governanti di colore utilizzino i bagni “comuni” perché ritengono possano portare malattie.

Apice di tutto ciò è il personaggio della meravigliosa Bryce Dallas Howard , che riesce ad interpretare una donna talmente stronza nel suo essere che non può non far venire la voglia di darle un pugno in faccia. Una interpretazione a mio parere davvero perfetta sotto ogni aspetto. Intorno a lei un gruppetto di oche giulive che sottomesse alla personalità decisa della donna rinunciano all’utilizzo del buonsenso e perpetuano i suoi atteggiamenti da regina della merda (evviva gli eufemismi molto professionali).

Fuori da queste logiche è invece il personaggio di Celia, interpretato da Jessica Chastain. A ben vedere si tratta in effetti della donna meno intelligente, istruita e fine del gruppetto di arpie della città, ma nonostante questo (o forse proprio per questo) risulta essere quella più legata al suo sentire interiore che in senso lato è o dovrebbe essere il sentire interiore di chiunque. Come a dire “se ci arriva lei che è svampita”… È fuori da queste logiche perché in barba alle convenzioni sociali e fregandosene del terrorismo psicologico delle altre tratta la sua governante come una sorella, come un’amica o più semplicemente la tratta per quello che è al di là del colore della pelle: una bella persona. Ho trovato il suo personaggio davvero meraviglioso per la mancanza di intelletto che viene completamente rimpiazzata (se non di più) da una grande umanità, da una sensibilità unica dovuta anche a delle terribili situazioni che è costretta a vivere.

Eugenia detta Skipper è la protagonista della vicenda. In lei, ragazza che a differenza delle sue compagne d’età-mostro non è rimasta a Jackson per farsi sposare ma ha deciso di studiare all’università, ho trovato il seme della donna attuale. Della donna che non ha come unico scopo quello di trovarsi un marito e di essere conforme alle altre regole del gioco, ma quello di realizzarsi come persona. Merito del suo spirito intraprendente e della sua voglia di cambiare le cose dove non vanno è certamente anche della sua tata di colore Constantine, che l’ha cresciuta nella maniera in cui venivano cresciuti i bambini in quegli anni: sostituendosi integralmente sua madre. La mamma bianca media viene descritta come una persona disinteressata ai figli che ha contatti con loro solo per farsi vedere dagli altri o per qualche sculaccione; l’esercito di “Mami” in casa rappresenta invece per questi bimbi la vera madre, quella che abbraccia, che dà consigli, che consola, che dona tutto il suo amore. Ed è davvero struggente vedere la rappresentazione di questo strano rapporto che viene fatta nel film, con i figli che cercano la tata per essere felici e i genitori che ricambiano la cosa trattandoli come semplici lavoratori, come automi da sfruttare e disfarsene a proprio piacimento.

E invece di automi non si tratta, ma di donne che stringendo i denti vanno tutti i giorni a crescere dei figli non loro creando un reciproco rapporto di amore con la “A” maiuscola osteggiato solo dal razzismo strisciante delle madri e dal mutismo dei padri. Non ho lasciato per ultima a caso la descrizione delle “colonne” di questo lavoro, le governanti Aibileen e Minny interpretate rispettivamente da delle strepitose e commoventi Viola Davis e Octavia Spencer. Due donne che nonostante le umiliazioni, nonostante la terribile sofferenza, hanno avuto il coraggio di ribellarsi a tutto questo, di uscire dalla logica di quella cittadina e di guadagnare così la vera libertà, la libertà d’animo di chi sa di essere giusto. Nella loro semplicità, nella loro tenerezza e nei loro piccoli difetti sono tratteggiate in maniera ottima, tanto che ho avuto proprio l’impressione di leggere più che guardare una loro descrizione ben delineata e approfondita. Si esce dal cinema che sembra quasi di conoscerle!

Sapevo che mi sarei dilungato troppo sulla storia. In due parole per il resto chiudo il cerchio sottolineando le meravigliose musiche e i caldissimi colori della pellicola che scaldano davvero il cuore. Chiunque dovesse ancora vederlo, corra subito a recuperarlo.


THE HELP

Tate Taylor, USA 2011, 146′
VOTO (Max 5)

About ilpina

ilpina
Creatore, curatore, amministratore, webmaster e in sostanza dittatore supremo e monarca assoluto di The Ed Wooder. Amo darmi alla latitanza quando il tempo me lo permette.