Sweeney todd – Il diabolico barbiere di fleet street

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Una commedia musical dell’orrore, un lavoro già celebre a teatro che sembrava scritto per essere portato al cinema da Tim Burton, con fiumi di sangue, cannibalismo e umorismo macabro, con canzoni che che gasano, divertono e inteneriscono. Uno dei miei film preferiti di sempre, uno di quelli che se mi chiedessero 10 DVD da portare in un’isola deserta verrebbe senza dubbio con me. Ne ho già parlato nel mio lungo commento “Tim Burton e il mostro” qui, ma non ne avevo ancora fatto una recensione vera e propria…eccovela!

Trama: “Londra, fine ‘800. Accusato di un crimine che non ha commesso, Benjamin Barker viene imprigionato oltreoceano: l’uomo però giura vendetta per questa ingiustizia e soprattutto per le disastrose conseguenze che il suo arresto ha avuto sulla moglie e la figlia. Evaso di prigione, Barker torna a Londra assumendo l’identità di Sweeney Todd ed apre una bottega di barbiere sopra il malfamato negozio di torte salate della signora Lovett. Con l’aiuto di quest’ultima, Sweeney Todd cercherà di vendicarsi di coloro che lo hanno accusato ed imprigionato: su tutti il giudice Turpin, che nel frattempo esercita la patria potestà sulla figlia di Todd, Joanna”.

Sweeney Todd in quegli anni (2007) è stato una sorta di “canto del cigno” del regista secondo me. Considerando che il lavoro successivo a questo è Alice in Wonderland (Disney ti odio) posso dire che questo film è una grande impennata nella sua filmografia prima di lavori che, Dark Shadows a parte, mi hanno lasciato un “meh” amarissimo in bocca. Per carità, non che tutte le sue pellicole precedenti fossero dei capolavori (Planet of the Apes mi senti?!) però diciamo che a mio modo di vedere Sweeney Todd è stato lo spartiacque tra il Burton “prima” e il Burton “dopo”, per una lunga serie di motivi.

Primo aspetto a riguardo che mi viene da sottolineare è quello scenografico. In questo film naturalmente anche per una questione di trama tutto è estremamente realistico, non ci sono paesaggi in CGI (o meglio, ci sono ma non sono per nulla evidenti) o effetti speciali sulle piccole cose, ma è gestito tutto come da classico teatro di posa, roba un po’ lontana da Alice in Wonderland. Sono partito con questo aspetto perché rappresenta anche l’unico per il quale il film si è guadagnato un Oscar nel 2008, e perché posso dire orgogliosamente essere opera del grande Dante Ferretti, celebre scenografo “nostrano” di Pasolini e Fellini (tra gli altri).

Ma non finisce qui, oltre alle splendide scenografie e ai meravigliosi costumi di Colleen Atwood (celebre per essere in pratica la costumista di quasi tutti i film di Burton), la fotografia è curata da un altro pezzo da 90, Dariusz Wolski (Pirati dei Caraibi, Il Corvo, Prometheus). Ogni volta che riguardo questo film rimango in brodo di giuggiole dalla prima all’ultima scena, la congiunzione di questi enormi professionisti con il talento di Burton e la mia personale ambientazione storica preferita (la Londra del periodo vittoriano) mi porta ad essere particolarmente poco obiettivo sul film da questo punto di vista, perché per me rappresenta senza dubbio una eccellenza stilistica con la E maiuscola. È brutto da dire ma il lavoro era già bello dalle premesse, e la sua fattura non ha potuto fare altro che confermarle.

Anche il regista non particolarmente famoso per l’uso della macchina da presa (non è certamente un Kubrick o un Tarantino) qui mi ha particolarmente stupito per la capacità avuta di “coccolare” ogni scena, di renderle tutte interessanti con movimenti che difficilmente gli ho visto fare. Era assolutamente più ispirato del solito!

Il fulcro di tutto è naturalmente lo spettacolare musical da cui il lavoro è stato tratto, con il quale fatico a non fare paragoni (è senza dubbio uno dei miei preferiti). Burton tiene quasi tutte le meravigliose canzoni dell’autore Stephen Sondheim, ma decide di fare qualche giusto taglio e qualche modifica al tono per calare il tutto nel suo mondo, anche se per ambientazione, tematica e senso dell’umorismo un po’ macabro questa storia sembrava scritta per lui. Portarla sul grande schermo ha avuto il vantaggio di far esprimere maggiormente il suo potenziale visivo ed ha permesso di veder rappresentate alcune scene impossibili a teatro.

Mi riferisco soprattutto alla scelta di Burton di calcare particolarmente la mano sull’aspetto gore della vicenda, sulla visione dei rasoi che tagliano gole con tanto di spruzzi di sangue rossissimo resi ancora più vivaci dalle scelte cromatiche della pellicola (il sangue su tutti questi sfondi, ambienti e luci grigi, spicca in maniera importante), cosa che l’ha fatto distribuire con divieto di visione per i minori di 14 anni. Era dai tempi di Sleepy Hollow che il regista non si “sfogava” in questa maniera, in questo film è tornato a riprendere il suo palese amore per l’horror gotico, cosa volutamente sottolineata tra le altre da una “citazione” nella capigliatura del protagonista, un ciuffo bianco che ricorda “La moglie di Frankenstein” di James Whale (1935).

Se da una parte si spinge l’acceleratore sugli aspetti che rendono questo ibrido musical horror qualcosa di veramente originale ed unico nel giustapporre la bellezza spesso leggera o addirittura “dolce” dei brani con una tremenda violenza visiva, rispetto al musical viene un attimo tirato il freno a mano per quanto riguarda un altro aspetto che trovo assolutamente spettacolare per questa storia: la comicità macabra. I testi dei pezzi sono naturalmente gli stessi come la sceneggiatura nel suo complesso, ma diciamo che siamo distanti dallo spirito molto più leggero nell’essere macabro che la regia dello spettacolo teatrale teneva altissimo. Non vorrei fare il classico che si lamenta perché “il film non è fedelissimo all’opera originale” sia ben chiaro, il materiale di partenza è lo stesso ma Burton dovendo trasporlo ha fatto delle scelte stilistiche che doveva necessariamente fare per dare una sua visione. Tuttavia ecco, non posso dire che le interpretazioni dei protagonisti Johnny Depp ed Helena Bonham Carter siano ai livelli del cast originale, sia perché quelli erano dei cantanti fatti e finiti, sia perché nel caso della seconda era pressapoco impossibile riuscire a reggere il confronto con la Mrs. Lovett di Angela Lansbury (sì, proprio lei, la signora in giallo!), una delle mie interpretazioni di musical preferite di tutti i tempi. Il resto del cast ci sta senza dubbio, anche se vorrei sottolineare la bellissima interpretazione di Alan Rickman nel ruolo del Giudice Turpin e di Timothy Spall.

Mi rendo conto di aver già ascritto abbastanza, e quasi nulla sul senso della pellicola. Ma per non lasciare a bocca asciutta i più interessati consiglio due parti di un approfondimento che ho fatto nel 2010  mettendo in relazione Sweeney Todd con Edward Mani di Forbice: a voi “Tim Burton e il mostro”, nello specifico nella parte 4 ma soprattutto nella parte 6.

SWEENEY TODD – IL DIABOLICO BARBIERE DI FLEET STREET
Sweeney Todd
Tim Burton, UK/USA 2007, 116’
VOTO (Max 5)

 

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Creatore, curatore, amministratore, webmaster e in sostanza dittatore supremo e monarca assoluto di The Ed Wooder. Amo darmi alla latitanza quando il tempo me lo permette.