Suspiria

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Suoni, rumori terrificanti che esplodono nel titolo del film, scritta bianca su sfondo nero. Parte il celebre tema dei Goblin (gli stessi di “Profondo Rosso”) con i titoli di testa che scorrono.  Poi quella voce inquietante… “Susy Benner decise di perfezionare i suoi studi di balletto nella più famosa scuola europea di danza. Scelse la celebre accademia di Friburgo. Partì un giorno alle 9 di mattina dall’aereoporto di New York e giunse in Germania alle 10.45, ora locale”.

Dario Argento ancora prima di mostrarci le prime immagini della pellicola sbaraglia ogni concorrenza introducendo con la sua voce questo capolavoro. La sua filmografia è stata una sorta di parabola, partita bene con L’uccello dalle piume di cristallo  (1970) e via via crescendo fino a Profondo Rosso (1975, sicuramente il più celebre dei suoi film) e passando dal 1980 in poi ad una serie di lavori via via sempre meno interessanti (o più brutti) fino ad aberrazioni come Il Cartaio (2004) e la letterale raschiatura del fondo con Dracula 3D (2012). In tutto questo Suspiria (uscito 2 anni dopo Profondo Rosso) rappresenta per me il climax, la parte più alta della sua carriera in cui credo che il regista abbia messo tutto il meglio del suo linguaggio e della sua poetica. Ed è per questo che dopo un film del genere gli si può perdonare veramente tutto, anche a 40 anni di distanza.

La trama è questa: “Susy si trasferisce a Friburgo per iscriversi ad una famosa accademia di danza, ma un paio di compagne vengono massacrate in maniera orripilante. Sull’edificio che ospita la scuola, una vecchia costruzione isolata e immersa in un bosco, grava un’antica maledizione e la direttrice sembra essere in comunicazione con l’aldilà. O meglio, con una strega dura a morire…”.

Con Profondo Rosso e film precedenti il regista ci aveva abituato a storie thriller, particolarmente cruente e splatter nei particolari ma sempre afferenti un certo realismo, sulla scia del grande maestro Mario Bava (leggete qui il raffronto tra “Profondo Rosso” e “6 donne per l’assassino”…roba da pensarci sù!). In questa pellicola invece Argento ci introduce in un mondo quasi di fiaba, con una ragazzina che supera il bosco per arrivare in una casa stregata in cui è forte la presenza del sovrannaturale e dell’occulto; siamo di fronte ad un horror nel vero senso del termine che qui viene rimescolato con le sue classiche lame, col sangue, coi vetri taglienti e tanta, tanta cattiveria. In questo film però non parlerei di semplice “splatter” nel senso del voler far vedere sangue e sbudellamenti, ma di una specie di lucida voglia di godersi ogni omicidio in maniera macabra. È in effetti brutto da dire, ma in ogni pugnalata, in ogni schizzo di sangue, si avverte quel senso di “preda in trappola”, si avverte che partendo dal presupposto che qualcuno deve essere ucciso, meglio farlo lentamente, godendosi le urla e la sofferenza altrui sia prima che durante l’omicidio. Ripeto, è tremendo e da psicopatico da dire, ma Argento lo fa coerentemente con la trama e con l’intento delle entità maligne del film che mirano esclusivamente al male altrui.

L’altro aspetto che non fa essere gli omicidi del film dei “semplici-omicidi-splatter” come se ne vedono molti nei suoi film, è l’aspetto artistico/visivo con cui li condisce, nel senso che tra ambientazioni, inquadrature fotografiche e soprattutto un certo utilizzo dei colori, pare di essere perennemente di fronte a dei veri e propri quadri, in cui ogni schizzo di sangue diventa una pennellata. È la sublimazione dell’horror!

Il passaggio al sovrannaturale diventa quindi pretesto per la creazione di un’atmosfera estremamente surreale in cui la classica luce bianca è presente per di più nelle scene ambientate in città come a rappresentare la “normalità” delle cose, mentre man mano che ci avviciniamo al bosco che porta all’accademia i colori si fanno via via sempre più presenti, più violenti, fino ad esplodere nel rosso sangue delle pareti della scuola e nei suoi interni dove tutto è a tinte forti: il verde delle luci, il profondo blu del salone, i giochi di luce colorata dei vetri, e ancora tanto tanto rosso alle pareti. Un’atmosfera che mescolando questi colori shock con scenografie in stile liberty (studiatissime e meravigliose, come non ne ricordo altre) non possono che ricordare i pittori francesi del gruppo delle fauves, o gli espressionisti tedeschi. Da rimanere a bocca aperta!

L’aspetto visivo al di là della costruzione scenica passa naturalmente anche dalla macchina in movimento, cosa in cui il regista eccelle particolarmente in questa pellicola. Le inquadrature sono sempre differenti e riescono a creare un fortissimo senso di thrilling, tenuto alto anche dall’indugiare fin dalle prime scene su elementi non inquietanti di per sé ma che creano, magari con delle zoommate, un senso di inquietudine: inquadrare una piccola cascata, un tombino, dei vermi, un occhio rosso, un uomo un po’ deforme, non sono scelte funzionali alla trama ma solo alla creazione di un senso di orrore generale.

La cosa che stupisce di questo capolavoro è che la perfezione stilistica (perché di questo si tratta!) mette in secondo piano elementi che magari in qualsiasi altro film potrebbero essere visti come “non riusciti”, come le interpretazioni che non sono particolarmente da Oscar (anche se trovo perfetta la scelta di Jessica Harper come protagonista, con la sua espressione e quel suo essere un po’ infantile), il richiamo forzato a degli elementi della filmografia del regista (ad esempio il bambino vestito tale e quale a quello di Profondo Rosso…non ne capisco il senso se non quello dell’autocitazione) o la scena in cui sta suonando un pianista e si sente tutta l’orchestra sotto, che smette quando smette lui. Insomma, piccolezze che al posto di far scricchiolare questo film lo rendono a mio modo di vedere ancora migliore nella sua estrema originalità.

Questa era l’Italia che sapeva fare cinema di genere.
Nostalgia!


SUSPIRIA

Dario Argento, Italia 1977, 95′
VOTO (Max 5)

About ilpina

ilpina
Creatore, curatore, amministratore, webmaster e in sostanza dittatore supremo e monarca assoluto di The Ed Wooder. Amo darmi alla latitanza quando il tempo me lo permette.