Sunshine

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sunshine“Sunshine funziona sicuramente bene come film avventuroso di fantascienza, ma le ambizioni di Boyle sono più alte:questi astronauti si ritrovano a confrontarsi con il senso ultimo della vita e della morte, e del confine che le separa…”

Uscito nel 2007 senza grandi clamori pubblicitari e accolto con una sorta di beneducata indifferenza da pubblico e critica, “Sunshine” è oggi un titolo quasi dimenticato nella filmografia di Danny Boyle, complice anche l’incetta di premi Oscar fatta nel 2008 dal suo film successivo, “The millionaire” (per tacere dello status di “culto” di cui gode il suo “Trainspotting”). Prima – e finora unica – escursione del regista britannico nella fantascienza, “Sunshine” narra del viaggio di otto astronauti verso un Sole moribondo, con la missione di rilasciare in esso una gigantesca bomba che riporti alla vita il suo nucleo; da questa premessa (del tutto implausibile da un punto di vista scientifico, ma non è importante), Boyle parte per creare un racconto serrato e avvincente, che non dimentica le giuste pause ma abolisce i tempi morti, e non ha paura di ispirarsi dichiaratamente a fonti illustri: da “2001: Odissea nello spazio” di Kubrick, a “Solaris” di Tarkovsky, da “Alien” di Scott al misconosciuto “Silent Running” di Trumbull (uscito da noi con l’ingannevole titolo di “2002: La seconda odissea”); e si possono riconoscere dei debiti anche verso un film minore, vale a dire il discreto “Punto di non ritorno” di W.S. Anderson.

Appare chiaro fin dai primi minuti che Boyle è interessato ad usare con parsimonia gli effetti speciali e ad incentrare il film, invece, sui personaggi che lo popolano; in questo è aiutato dalle ambientazioni strette – ma mai claustrofobiche – dell’astronave, che costringono gli astronauti ad una forzata convivenza gomito a gomito, e dalle ottime interpretazioni di un cast privo di stelle ma pieno di ottimi attori, fra i quali spiccano Cillian Murphy (già protagonista nel film di Boyle “28 giorni dopo”), Rose Byrne (sempre capace di trasmettere un’aria di fragilità risoluta che la rende una grande interprete sottovalutata – era brava persino in un polpettone come “Troy”, il che è tutto dire) e l’energico Chris Evans. Non tutti i personaggi hanno lo spazio che meriterebbero, ma i rapporti fra i protagonisti sono delineati da subito in maniera chiara e concisa, e i conflitti e le interazioni che nascono fra di loro, man mano che la missione va avanti e le difficoltà appaiono sempre più insormontabili, sono un motore fondamentale per l’evolversi della vicenda.

“Sunshine” funziona sicuramente bene come film avventuroso di fantascienza, e può vantare diversi momenti di suspense tesissima, ma le ambizioni di Boyle sono più alte: nel vuoto dello spazio, a milioni di chilometri dalla Terra e in rotta quasi suicida verso una stella (l’astronave, significativamente, si chiama “Icarus II”), questi astronauti si ritrovano a confrontarsi con il senso ultimo della vita e della morte, e del confine che le separa. La loro missione è di creare “una stella in una stella”, e rigenerare una vita agonizzante: ecco allora l’astronave “Icarus II”, con la sua forma allungata che ricorda quella di uno spermatozoo, puntare al nucleo del Sole, che è come un grande ovulo cosmico. Quando il fisico nucleare di bordo, Capa (Cillian Murphy), spiega il motivo per cui non ha paura di morire durante la missione, descrive il momento in cui la bomba verrà innescata e il Sole sarà riacceso con parole che ricordano precisamente la divisione esponenziale delle cellule che segna l’inizio dell’embriogenesi umana. Il mistero più grande da decifrare è quello del momento fatale in cui la non-esistenza si trasforma in esistenza, il nulla si muta in vita, e viceversa: e se due personaggi moriranno nel tentativo di guardare dritto negli occhi di questo istante totale e definitivo (significativa la battuta “Che cosa vedi?”, rivolta insistentemente a un astronauta consapevole di essere vicino alla disintegrazione per opera della luce solare), a uno di loro sarà concesso di raggiungerlo e di toccarlo – letteralmente – in un momento che meriterebbe di essere ricordato fra le grandi scene del cinema di fantascienza di ogni tempo.

Il terzo atto di “Sunshine” contiene quello che molti critici e spettatori casuali hanno definito come uno spostamento di genere troppo brusco dalla fantascienza all’horror, una “partenza per la tangente” che nuocerebbe al film. Non sono completamente d’accordo: se probabilmente gli ultimi quaranta minuti di “Sunshine” sono più deboli del resto, è vero anche che questo cambiamento inaspettato permette a Boyle di spiazzare gli spettatori, affrontare una tematica importante come lo scontro fra la ragione e la fede (è il fanatismo religioso che mette in pericolo una missione intrapresa da scienziati, i quali rimangono lucidi e razionali anche di fronte al cosciente sacrificio di loro stessi) e scatenare la sua inventiva registica con l’uso di sfocature, fermo-immagine e inquadrature oblique. Tutto il film, ad ogni modo, è pervaso da una grande creatività tecnica; Boyle sfrutta ampiamente le risorse delle riprese in digitale, specialmente per quanto riguarda i close-up sugli occhi dei personaggi, solitamente mentre sono puntati verso il Sole: un altro modo per mettere l’accento sul desiderio di comprensione degli astronauti, sul loro bisogno di vedere, fissare il momento assoluto che trasforma il nulla in esistenza e viceversa, man mano che il loro viaggio li porta sempre più vicini al cuore della nostra stella.

In anni in cui il cinema di fantascienza era dominato da blockbuster nei quali l’unica cosa degna di nota erano gli effetti speciali, “Sunshine” rappresentò un godibile ritorno alla fantascienza intellettuale e spesso “filosofica” degli anni ’60 e ’70, aprendo in un certo modo la strada a successive pellicole sci-fi con budget medio-basso ma grande abbondanza di idee (ad esempio i recenti “District 9” e “Moon”). L’intelligenza della sceneggiatura, la qualità della regia e l’ottimo lavoro svolto da attori e tecnici (e non ultime le ottime musiche, a cura del gruppo di musica elettronica Underworld) ne fanno uno dei migliori film di Danny Boyle e un gioiello di fantascienza moderna, assolutamente da riscoprire.

SUNSHINE
Danny Boyle, GB 2007, 107′
VOTO (max 5)

About Thor Maso

Thor Maso
"...Il segreto delle Grandi Storie è che esse non hanno segreti. Le Grandi Storie sono quelle che abbiamo già sentito e che vogliamo sentire di nuovo. Quelle in cui possiamo entrare da una parte qualunque e starci comodi. Non ci ingannano con trasalimenti e finali a sorpresa. Non ci sorprendono con l'imprevisto. Ci sono familiari come le case in cui abitiamo. Come l'odore della pelle del nostro amante. Sappiamo in anticipo come vanno a finire, eppure le seguiamo come se non lo sapessimo. Allo stesso modo in cui sappiamo che un giorno dovremo morire, ma viviamo come se non lo sapessimo. Nelle Grandi Storie sappiamo chi sopravvive, chi muore, chi trova l'amore e chi no. E ciononostante vogliamo sentirle un'altra volta. In questo consiste il loro mistero e la loro magia." Arundhati Roy - Il dio delle piccole cose