La trilogia onirica di Lynch: Strade Perdute

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“Detesto le telecamere. Preferisco ricordare le cose a modo mio, come le ricordo io. Non necessariamente come sono avvenute.” (Fred)
Sono terrorizzato. E’ questo che mi viene da dire non appena penso a quello che ho intenzione di fare.

Recensire la “trilogia onirica” di David Lynch (come a molti piace denominarla) non è affatto una cosa da poco; c’è la possibilità di dire poco, decisamente poco, e il rischio di dire troppo, così da rovinare la bellezza di trame così minuziosamente contorte per lo spettatore che ancora non ha avuto l’occasione di vedere nulla.

strade_perduteIniziamo in ordine cronologico quindi, analizzando e commentando il primo dei tre lungometraggi che talvolta vengono classificati come una trilogia, nonostante il regista non abbia mai reso ufficiale la cosa. Facciamo prima un passo indietro, però, cercando di guardare il tutto in modo generale prima di soffermarci sui dettagli.

La “trilogia onirica”, a differenza di ogni altra pellicola di Lynch, dà l’opportunità allo spettatore di trarre una propria interpretazione in base a ciò che si è recepito e a quello che la trama è stata in grado di trasmettere. Spesso ne risulta che il film manchi di un filo logico o che addirittura la trama si sviluppi in una serie di sequenze totalmente surreali a tal punto da non riuscire più a trovare un collegamento tra una scena e l’altra.

Eppure un senso c’è, celato nella mente di Lynch.

Ebbene sì, perché nonostante quest’ uomo si ostini a non voler svelare il senso logico che si nasconde tra gli incubi e le visioni terrificanti dei tre lungometraggi, c’è chi con occhio critico ha saputo acquietare i punti interrogativi che sempre più spesso sorgono allo spettatore con l’evolversi della trama.
Si pensi all’arte contemporanea, alle opere degli artisti del XX-XXI secolo che continuamente sconvolgono e lasciano perplessi critici e pubblico. Si pensi di passeggiare in una di queste gallerie e soffermarsi su di una specifica opera astratta che di primo impatto ci lascia senza alcun giudizio, senza esprimerci nulla, solo apparentemente. Eppure qualcosa dovrà pur significare, no? L’artista avrà pur dovuto eseguirla ispirandosi a qualcuno o qualcosa! Immaginate allora di riuscirne a comprendere almeno il soggetto, senza osservare troppo da vicino; forse è allora che comincerete a vedere non uno, ma mille significati diversi.

E lo stesso vale per queste tre opere, poiché (ditemi pure che sarò esagerato) la “trilogia onirica” non può altro che essere uno dei più eclatanti esempi d’opera d’arte contemporanea.
Una volta appurato questo, giunge il momento di analizzare il primo dei tre che prepotentemente ci proietta all’interno di un incubo interminabile, facendoci percorrere le infinite “Strade Perdute” nella mente dei protagonisti.

Il sassofonista Fred Madison (Bill Pullman) vive assieme alla moglie Renee (Patricia Arquette) tra le mura di un freddo residence di Los Angeles. La loro vita matrimoniale (evidentemente già poco solida e serena) subisce un trauma con l’arrivo di alcune inquietanti videocassette spedite attraverso dei pacchi postali. Ognuna di esse contiene lo stesso filmato che di volta in volta si prolunga aggiungendo una nuova scena: il primo mostra l’esterno della dimora, il secondo riprende addirittura la loro camera da letto mentre Fred e Renee dormono ignari di essere filmati. La polizia non sembra poter dare spiegazioni, mentre allo stesso tempo Fred sospetta che la moglie abbia una relazione extraconiugale con un altro uomo, o più d’uno. Ma è con l’arrivo della terza videocassetta che la trama prende una svolta inaspettata e in apparenza sempre meno chiara: essa riprende, infatti, Fred nella propria camera da letto, subito dopo aver massacrato la moglie.

lynch_1 Con uno sbalzo temporale al limite dell’assurdo, il protagonista è proiettato all’interno di un carcere, condannato a morte per uxoricidio. E proprio qui, all’interno di quella che sarà la prigione non solo per il corpo ma anche per la mente di Fred, si assisterà al materializzarsi di universi secondari, dove persone, nomi, luoghi ed eventi faranno da parallelo alla realtà, spesso e volentieri ingannandola.

“Avrei voluto fare lo psichiatra” ha spesso rivelato il regista ai giornalisti, nonostante sia evidente fin dai suoi primi lungometraggi (l’angosciante “Eraserhead” su tutti).

Ciò che vuole proporre Lynch non è un semplice “crime movie”, né tantomeno un chiaro film noir dalla facile comprensione. Assolutamente no. Il suo obbiettivo è disorientare lo spettatore in quel labirinto senza uscita di una mente deviata, instabile, sicura di sé e fragile contemporaneamente. Vuole illuderci giocando con le false memorie e l’immaginazione di Fred, ci distrae con dettagli agghiaccianti e ci dimostra come l’uomo possa sentirsi totalmente inutile di fronte alla realtà degli avvenimenti che preferisce ignorare.

Uscito nel 1997, “Strade Perdute” segna una nuova svolta nella fortunata carriera di un regista insolito del panorama cinematografico hollywoodiano, a seguito delle sue esordienti pellicole “The Elephant Man”, “Velluto Blu”, “Cuore Selvaggio” e alla serie televisiva tanto propizia quanto intricata “I Segreti di Twin Peaks” co-prodotta affianco al regista Mark Frost.

A differenza dei lavori precedenti, il nuovo Lynch sembra voler portare sullo schermo gli incubi, le angosce e le visioni psicologiche dei suoi protagonisti, spezzando quella linearità delle trame che a loro tempo permettevano di comprendere appieno la vicenda. Mentre nelle altre già citate pellicole si aveva una visione esterna di ciò che raccontava il film, limitando i sentimenti e le reazioni dei protagonisti soltanto attraverso delle espressioni visive o talvolta a qualche sequenza insolita, qui ciò che accade è l’esatto opposto: i tormenti, le sofferenze, le inquietudini e i deliri dei nuovi protagonisti di Lynch stanno in primo piano, lasciando invece la trama a fare da sfondo, richiedendo perciò uno sforzo maggiore alla ricostruzione di tutti i tasselli che costituiscono l’intera storia.

lynch_2Tema centrale del film è di certo lo sdoppiamento di personalità, il cosiddetto Doppelganger, la proiezione irreale e negativa (o positiva a seconda della situazione) dell’individuo. In questo caso Fred diventa Peter, mentre Renee prende le sembianze di Alice. Già noto che la tematica della seconda personalità sta a cuore al regista (argomento in seguito ripreso anche nel secondo capitolo della “trilogia onirica”), Lynch qui lo utilizza come deterrente per giustificare l’innocenza di Fred, gli fa cioè immaginare un diverso svolgersi degli eventi, con una nuova personalità, per potersi autoconvincere di non aver realmente ucciso la moglie. E allora Fred ci depista, ci mostra solo ciò che lui preferisce ricordare, a modo suo, a suo piacimento. Distorce, mente, cancella, gioca col suo inconscio, evita abilmente le risposte alle nostre domande. Una perfetta autodifesa degna di un grave caso psichiatrico.

Tra le tante ossessioni del regista, spicca inoltre, seppur indirettamente, la rappresentazione fisica dei due elementi che costituiscono la personalità di ogni individuo, sulla base degli studi di Sigmund Freud. Tra le sue teorie psichiatriche, infatti, una delle più note è quella che sostiene la divisione della personalità in più parti, esattamente tre: l’Es, dove regnano gli istinti umani guidati da Eros (gli impulsi erotici) e Thanatos (il desiderio di morte e autodistruzione); il Super-Io, costituito invece da quell’insieme di modelli comportamentali, norme e divieti che l’individuo s’impone di seguire, cercando quindi di reprimere le pulsioni frenetiche dell’Es.

lynch_3Ciò che tenta di equilibrarsi tra l’istinto e la morale è l’Io, l’individuo stesso ed ultimo elemento.
Senza entrare troppo nei particolari, per non svelare dettagli per chi non ha ancora avuto modo di vederlo, preferisco limitarmi a dire che ognuna di queste istanze psichiatriche (Es, Io, Super-Io), ha un ruolo da non sottovalutare all’interno della pellicola, ma che addirittura viene rappresentata in carne ed ossa come personaggio secondario, tanto da fare da perno all’interno dell’intera trama.
Una volta identificati i personaggi e i loro ruoli psicologici, i pezzi dell’enorme puzzle inizieranno a combaciare, così da riuscire non solo a comprendere alcune tra le sequenze più paradossali, ma anche la “morale” che si nasconde tra le ultime scene del film (più precisamente con l’uccisione di Dick Laurent).

Una tra le più sensazionali innovazioni della pellicola è senz’altro la sua struttura: per comprenderla è necessario avere chiare non più le teorie della psicologia moderna, ma della matematica. Già, perché l’ordine degli eventi sembra esser strutturato proprio con la stessa forma del Nastro di Möbius che, per spiegarlo, mi limiterò a citare una fonte:

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Nel caso del nastro di Möbius […] esiste un solo lato e un solo bordo. Dopo aver percorso un giro, ci si trova dalla parte opposta. Solo dopo averne percorsi due ci ritroviamo sul lato iniziale. Quindi per esempio una formica potrebbe passare da una superficie a quella “dietro”, senza attraversare il nastro e senza saltare il bordo, semplicemente camminando abbastanza lontano[1]

Lo stesso percorso compiuto da Fred corrisponde infatti a quello sopracitato che compie la formica. Da questo ne risulta che la trama sembra essere un delirio senza fine, per lo meno da come ci viene presentata, mentre sembra evidente che le spasmodiche luci blu e i tormenti a cui Fred è sottoposto all’interno dell’auto nel finale del film vogliano suggerire all’ormai inevitabile esecuzione capitale.
L’angoscia che si crea nello spettatore non è solo dovuta alla struttura non del tutto lineare della storia, ma vi contribuiscono le atmosfere spettrali ed eterogenee create attraverso degli abili giochi di luce (e spesso di non-luce che, nonostante tutto, sembrano essere l’unica pecca del film) e la fotografia di Lynch.

Come lui stesso afferma, inoltre, non vi può essere una scena, un’immagine in movimento, senza un corrispettivo suono, senza la musica adatta, perché essa costituisce la reale anima di una pellicola. Per un film come “Strade Perdute”, infatti, oltre all’immancabile amico e compositore Angelo Badalamenti, Lynch collabora alla realizzazione della colonna sonora a fianco d’importanti nomi della scena Industrial come Trent Reznor, frontman dei Nine Inch Nails e produttore della colonna sonora stessa, The Smashing Pumpkins, Rammstein, David Bowie, per i titoli di testa e di coda, e Marilyn Manson, presente anche in un cameo del film accanto al chitarrista della propria band Twiggy Ramirez.

Le scene si alternano tra ritmi pesanti, onirici ed assordanti, per poi passare da composizioni che spaziano tra le armonie profonde e colme d’inquietudine di Badalamenti, ai giochi musicali del jazz sperimentale eseguiti dallo stesso Fred.

La telecamera si muove freneticamente perdendo la messa a fuoco, mentre i protagonisti subiscono traumi inconsci e psicologici; è invece fredda e stazionaria l’inquadratura delle sequenze più lente e meno attive, trasmettendo un particolare senso d’inquietudine che, abbinato alle luci e ai dialoghi, segnano l’evidente firma di David Lynch.

Il film fu definito “maledetto”. Non solo a causa dello strano ritardo con cui la pellicola venne presentata al pubblico – oltre due anni – bensì per la percezione di un’insanabile dannazione dell’anima che giunge allo spettatore. Seducente, incompiuto e relativo” [2]

La bellezza di un’opera simile ci permette di entrare all’interno di universi paralleli, nel grande impero della mente umana. Ci proietta nel più profondo subconscio, nelle paure e nelle allucinazioni che ci vengono mostrate attraverso gli occhi della pazzia. Perdiamo l’orientamento, sorridiamo amaramente di fronte allo stesso comportamento umano, mentre a bordo di un auto in corsa a 180 chilometri all’ora, cerchiamo una via per fuggire da qualcosa destinato a ripetersi all’infinito. Ed imbocchiamo sempre le stesse strade, inevitabilmente, perdute.

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Per avere più chiara l’interpretazione della trama e di ogni simbolismo nascosto, consiglio la lettura dei seguenti siti solo dopo la visione del film:

 

FONTI:
[1] www.wikipedia.it – Nastro di Möbius 
[2] Tratto dalla sinossi presente sul retro del dvd di Strade Perdute (Dvd + Book)

About Vincent

Vincent
Sono così aggrovigliato tra i miei peccati da non poter fuggire