Stand by me – Ricordo di un’estate

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Questa sera per la serie “maratona di film anni ’80 con ragazzini protagonisti” (un nome un po’ lungo in effetti ah ah) ho visto per la prima volta un lavoro che non sapevo essere così celebre: “Standy by me” di Rob Reiner, diventato in italiano “Stand by me – ricordo di un’estate” perché giustamente lo spettatore nostrano non può entrare in sala senza sapere perfettamente di cosa tratti quello che sta per vedere. Il film è tratto dal racconto “The Body” di Stephen King (contenuto nella raccolta di novelle “Stagioni diverse”) ed è stato nominato nel 1987 sia per gli Oscar che per i Golden Globe; non male direi, anche se l’impressione generale che mi ha dato è di una storia che da tutto quello che può dare senza riuscire (ma solo per forza di cose) a dire quel qualcosa in più, probabilmente perché il materiale di partenza non essendo un romanzo non era abbastanza lungo per farci un vero e proprio film. A ogni modo preparate i sassi per la lapidazione: non avendolo letto posso solo fare supposizioni!

La trama è questa: “1959. In una cittadina dell’Oregon circondata da foreste, quattro amici vengono a sapere che nel bosco è stato visto il cadavere di Ray Brower, un loro coetaneo scomparso misteriosamente. Decidono subito di partire alla ricerca del corpo nel desiderio di diventare eroi, di veder riconoscere il loro valore”.

Lo sguardo di Reiner tramite la storia di King è sostanzialmente quello del nostalgico. La nostalgia è il sentimento portante di tutta la pellicola non tanto per i meri avvenimenti ma per la valenza positiva che prepotentemente si sente dare a quanto accade ai ragazzini protagonisti. Essere giovani a fine anni ’50 in una piccola cittadina degli States non doveva essere semplice, con i bulli prepotenti e quella impellente necessità di dimostrare al mondo il proprio valore, il proprio essere già uomini fatti e finiti (anche nelle cose superflue, come nel fumare sigarette o nel dire parolacce). Eppure quegli anni vengono ricordati da uno dei protagonisti ormai adulto come il miglior momento della propria vita, dove una notte passata di fronte ad un fuoco a parlare di cose futili diventa un ricordo indelebile, dove l’essere parte di un piccolo “branco” che da solo deve fronteggiare il mondo significava quasi stringere un rapporto di eterna fratellanza, e dove un semplice viaggio di qualche decina di chilometri riesce a diventare il viaggio della vita, quella tappa obbligata tipo “rito di passaggio” che cambia l’esistenza.

L’altro grande tema della pellicola è proprio il viaggio, inteso come sempre sia come uno spostamento fisico da un posto ad un altro con un obiettivo ben preciso (in questo caso trovare il cadavere del povero Ray Brower) che come un modo per fronteggiare le proprie paure, per esorcizzare l’idea della morte, per poter dire di avercela fatta e in questo di essere finalmente cresciuti, diventati uomini. Il tutto spinto da una grande necessità tipica di una certa America provinciale: quella di uscire dalla propria piccola realtà e vivere il sogno americano avendo successo, lasciandosi alle spalle una famiglia che non crede in te ed un destino che sembra scritto quasi nel DNA.

E in tutto questo a farla da padrone è il più sano e sincero sentimento di amicizia, sano e sincero perché visto da un gruppo di ragazzi con gli stessi intenti e la stessa voglia di riscatto diventa una necessaria mutua solidarietà, uno spalleggiarsi e sostenersi a vicenda al di là dei grandi discorsi da maschio alfa che è necessario fare con il resto del branco per mantenere una parvenza di superiorità e di forza.

La regia di Reiner è molto posata, le musiche sono quasi del tutto inesistenti se non per qualche famoso brano degli anni di ambientazione del lavoro e i piccoli attori se la cavano alla grande. Bisogna dire che il casting è stato fatto davvero come si deve perché tra di loro ci sono tanti che con gli anni hanno guadagnato una loro nomea: non si può non ricordare Wil Wheaton (chi guarda The Big Bang Theory sa a cosa mi riferisco!), il compianto River Phoenix, Jerry O’Connell (che io ricordo soprattutto per il secondo Scream) e Corey Feldman, che tra questo film, i Goonies e Gremlins ha certamente un posto nel cuore di chi ama i classici per ragazzi anni ’80.

Nel complesso come dicevo all’inizio Stand by me è un buon film, uno di quelli che si lasciano guardare senza troppi clamori vista la trama e il senso della pellicola non poi così originali, ma che come accade in questi casi ha il valore aggiunto di regalarci uno spaccato di una certa realtà storica che diventa in automatico nostalgia per chi l’ha vissuta o per chi ha vissuto situazioni similari.


STAND BY ME – RICORDO DI UN’ESTATE

Stand by me
Rob Reiner, USA 1986, 89’
VOTO (Max 5)
7

About ilpina

ilpina
Creatore, curatore, amministratore, webmaster e in sostanza dittatore supremo e monarca assoluto di The Ed Wooder. Amo darmi alla latitanza quando il tempo me lo permette.