Somewhere

Letto 1455 volte

somewhereSomewhere è il classico film che o si odia o si ama. L’ultima volta che avevo visto gente uscire dalla sala cinematografica era stato con “Sweeney Todd” di Burton, e anche in quell’occasione ho pensato che se un film smuove così le persone significa che o è molto brutto o è molto bello.

Trama (comingsoon): “Johnny vive a Hollywood nel leggendario hotel Chateau Marmont. Se ne va in giro sulla sua Ferrari e casa sua è un flusso continuo di ragazze e pasticche. Totalmente a proprio agio in questa situazione di torpore, Johnny vive senza preoccupazioni. Fino a quando giunge inaspettatamente allo Chateau la figlia undicenne, Cleo (Elle Fanning), nata dal suo matrimonio fallito. Il loro incontro spinge Johnny a riflessioni esistenziali, sulla sua posizione nel mondo e ad affrontare la questione che tutti dobbiamo affrontare: quale percorso scegliere nella nostra vita?

Il problema per film di questo tipo è che la linea di demarcazione fra il “riflessivo” e il “noioso” sta sempre negli occhi di chi guarda. Sì perché il nuovo film di Sofia Coppola fa estremamente riflettere, e dà tutto il tempo per farlo. Ma non mi riferisco a quelle riflessioni o a quegli “sforzi mentali” che lo spettatore deve attuare in film più metaforici, più simbolisti alla Antonioni, Coen o Shyamalan (film peraltro di tutto rispetto sia ben chiaro!). La regista tratta una materia semplice, senza tanti fronzoli, doppi sensi o chissà quale straordinario artificio. Ci mostra la realtà per quella che è, ci fa entrare nella pellicola, ci fa avvolgere dal film in maniera semplice, direi quasi nobile.

Mi ricorda a tratti il rigore classico di Clint Eastwood, che senza esplosioni, grandi pianti o fatti tremendi passa grandi messaggi con una assoluta e penetrante sobrietà. La Coppola a mio parere fa un’operazione ancora più radicale di Eastwood, scrivendo una sceneggiatura in cui non solo non ci sono colpi di testa o sbavature, ma che sta anche attenta a non caricare la storia di fatti o avvenimenti fuori dalla comune portata. Nonostante si parli della vita di una star di Hollywood tutto è umano, naturale: lui che va a una festa, a ritirare un premio, che ha rapporti con belle donne (trattandosi di un attore famoso e molto bello la cosa è plausibilissima), sua figlia che pattina, che cucina, che gioca a un videogame.

Cos’è allora che rende questo film un capolavoro (a parer mio)? L’estrema intensità emotiva dei personaggi che, tra silenzi, sguardi e scene estremamente reali e “naturali” dimostrano tutta la loro anima, la loro interiorità, il loro essere profondo. E nonostante la tematica del film come del resto il messaggio finale che viene trasmesso non sia certamente fra i più originali (anzi), il modo in cui questo viene reso carica tutto il lavoro di una originalità e profondità che difficilmente si vedono a Hollywood. Io dico sempre che la Coppola come il già citato Eastwood hanno caratteristiche da registi “neoclassici” (facendo riferimento al neoclassicismo artistico/culturale del 18°secolo) ovvero la “nobile semplicità” e la “quieta grandezza”, la capacità di trasmettere con estrema sobrietà situazioni molto profonde.

Pensandoci bene, partendo da una storia come questa molti registi avrebbero potuto ricamarci sopra scene strappalacrime a non finire, grandi riflessioni retoriche buttate in faccia allo spettatore o i classici artifici per assecondare un pubblico POP. La Coppola invece con questo lavoro osa, e osa parecchio, strizzando più l’occhio ai cinefili da festival che al grande pubblico e puntando alla qualità del prodotto. Penso soprattutto ai grandi silenzi o alle inquadrature fisse come la scena iniziale in cui il protagonista gira “in tondo” con la sua ferrari su un circuito. Lo spettatore è costretto a vedere solo una porzione di schermo con il rumore del motore e la macchina a tratti, metafora di una vita vissuta “ai 200 all’ora” che però sembra avere perso un inizio e una fine, girando a vuoto, nel silenzio di chi ha molto e si sente vuoto dentro. Il finale non lo svelo ma la metafora è esattamente la stessa. In mezzo a queste due scene che descrivono il senso profondo del film troviamo la vita, troviamo gli sguardi di una bimba (una straordinaria Elle Fanning che a mio parere meritava di essere la protagonista assoluta della pellicola) nei confronti del padre (Stephen Dorff), i gesti e le carezze che non hanno bisogno di stravolgimenti drammatici o virate populiste, retoriche e in fondo vuote per descrivere tutta la loro intensità.

La Coppola dopo aver concluso la “trilogia della giovinezza inquieta” con le ragazze in divenire protagoniste dei suoi primi tre lavori, ci conferma di essere autrice al 100% rimescolando le sue tematiche e il suo stile in una storia che nonostante abbia molto in comune con le altre mantiene comunque una sua originalità. Ottimo come sempre l’utilizzo (anche se questa volta estremamente minimalista e pesato) delle musiche, come i classici “siparietti” divertenti e divertiti (alcune scene fanno proprio ridere) che ci mostrano come nella profondità del tutto ci sia sempre spazio per prendersi meno sul serio, come del resto avviene con la vita di tutti i giorni.

Un film che ci dice chi sia la regista (vista anche la forte componente autobiografica) e che ripropone la sua “poetica del divenire” che non violenta mai lo spettatore ad abbracciare soluzioni o cause, ma che lo porta semplicemente a riflettere e a traghettarlo (appunto) “somewhere”.


SOMEWHERE

Sofia Coppola, USA-2010, 98′
VOTO (max 5)

About ilpina

ilpina
Creatore, curatore, amministratore, webmaster e in sostanza dittatore supremo e monarca assoluto di The Ed Wooder. Amo darmi alla latitanza quando il tempo me lo permette.