Shame

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shame.pngShame“, ovvero vergogna. Di cosa si può vergognare un moderno cittadino newyorkese bello, in carriera, e totalmente libero da vecchie imposizioni morali? La domanda è molto interessante perché ci fa riflettere in senso moderno su quanto un uomo possa spingersi nelle sue libertà e nell’assecondare i propri desideri prima di arrivare all’auto-annientamento.

Trama: “Brandon è un uomo di circa trent’anni che vive a New York e che non è in grado di gestire la propria vita sessuale. Quando la ribelle sorella minore si trasferisce a vivere nel suo appartamento, gli equilibri del mondo di Brandon vanno fuori controllo“.

Il tema della pellicola potrebbe fare un po’ ridere se preso in maniera superficiale, potrebbe essere lo spunto di una commedia o di qualche lavoro molto leggero. La grande idea del regista Steve McQueen è stata quella di prendere la tematica dell’auto-erotismo, della pornografia online e della dipendenza sessuale, per quello che può realmente essere per molte persone ai giorni nostri: una vera e propria malattia mentale. Brandon è un uomo che all’apparenza ha tutto quello che si può desiderare ma che in realtà si è completamente rovinato la vita prima nell’assecondare e poi nel diventare dipendente dalle sue pulsioni sessuali.

Si tratta di un ragionamento da “bacchettoni”? Si tratta di dare giudizi morali o religiosi sul comportamento del protagonista? Assolutamente no, ed è questo uno dei punti di forza della pellicola. Brandon non è un credente (non si sfiora minimamente il tema), non è nemmeno un moralista ma semplicemente un uomo come tanti. La sua vita sessuale fuori controllo gli crea quindi vergogna (shame appunto) non tanto per giudizi esterni ma per la sua presa di coscienza che certi atteggiamenti non possono portare ad altro che alla sua perdita di controllo, che porta a sua volta a ferire gli altri e all’isolamento fino al totale auto-annientamento.

L’amore in questo film è una dimensione che viene completamente sommersa dalla libido, le pulsioni del corpo portano il protagonista a non riuscire ad innamorarsi (e a trovare quindi la felicità) e al non provare empatia per il suo prossimo, nemmeno per sua sorella bisognosa come poche di avere qualcuno accanto da un punto di vista affettivo.

Ottima la regia di McQueen, il film mi ha ricordato sia il meraviglioso Drive (la città di New York è dipinta in maniera meravigliosa per via di colori, luci etc.) e a tratti anche Il cigno nero, per quel senso di sensualità/sessualità torbida presente in molte scene. A riguardo non si può non sottolineare la presenza di musiche stupende, che accompagnano le scene creando quel sottile e persistente senso di tristezza, anche nelle scene di sesso. Davvero un ottimo lavoro!

Sono rimasto molto colpito anche dalle interpretazioni del protagonista e di sua sorella, interpretati da due attori che anche se da poco sugli schermi raggiungono livelli interpretativi degni di nota. Michael Fassbender ha iniziato a far parlare di sé solo nel 2007 (a 30 anni) partecipando al 300 di Zack Snyder; nel giro di appena 5 anni grazie ai ruoli in Bastardi senza gloria di Tarantino, X-Men – L’inizio e A dagerous method di Cronenberg (per quanto non mi sia piaciuto), si è già fatto una piccola nomea che con questo lavoro non può far altro che confermarlo come uno dei “nuovi” attori più interessanti. Riuscire a dare vita a un personaggio così complesso come quello di Brandon sempre in bilico tra la rabbia, la vergogna, la libido e la volontà di apparire “normale”, non dev’essere stata un’impresa semplice, ma devo dire che c’è riuscito in pieno.

Altra meravigliosa prova è quella della giovane Carey Mulligan, attrice che a vederla in foto sembrerebbe solo un clone di Michelle Williams, ma che a conti fatti direi che vale quasi di più. L’avevo già adorata in Drive ma anche qui riesce a dare vita in maniera meravigliosa ad una donna fragile, un’artista sbandata sempre in bilico tra la vita e la morte. Una delle scene più belle del film è un suo concerto, nel quale canta “New York New York” accompagnata solo dal piano, con inquadratura fissa prima su di lei e i suoi occhi lucidi e poi sul fratello: minuti di altissimo cinema, che riesce ad emozionare (e tanto) con una semplicità ed una intensità disarmanti. Riguarderei il film anche solo per questa scena.

Dopo tutte queste lodi faccio però un appunto negativo: il regista a mio parere vuole calcare forse un po’ troppo la mano sulle scene di sesso. Ho capito che è il tema portante del film, ho capito che servono per dare il senso della perdizione dell’uomo (grazie anche alle potenti -emotivamente parlando- musiche), ma certe sensazioni avrebbe potuto benissimo trasmetterle senza fare parentesi così lunghe; il limite tra arte e voglia di mostrare per forza fine a sé stessa è molto labile e a mio parere McQueen poteva bilanciare meglio la cosa.

SHAME
Steve McQueen, Regno unito 2011 (uscita italiana 2012), 99′
VOTO (Max 5)

About ilpina

ilpina
Creatore, curatore, amministratore, webmaster e in sostanza dittatore supremo e monarca assoluto di The Ed Wooder. Amo darmi alla latitanza quando il tempo me lo permette.