Metropolis

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metropolis.png Per la serie “recuperiamo i film che bisogna vedere assolutamente” ho finalmente visto Metropolis, film del 1927 considerato il capolavoro del regista austriaco Fritz Lang nonché un caposaldo della corrente dell’espressionismo tedesco. Ma perché si considera capolavoro questa pellicola? Tanti, tantissimi i motivi…

Lo vedo, ho scritto troppo. Eppure cari wooders c’è poco da fare…per film come questi anche facendo i prolissi si rischia comunque di non rendere giustizia alla loro importanza, gusti a parte.

Trama:”Metropolis” è una città del 2026, orgogliosa dei suoi grattacieli e delle sue sopraelevate, abitata da gente ricchissima e in buona parte sfaccendata. Ma sotto le sue fondamenta vi è un’altra città, quella operaia, dove turbe di uomini-schiavi attendono a macchinari giganteschi ed a colossali centrali. Un giorno Freder, il padrone di Metropolis, licenzia per negligenza uno dei propri collaboratori, il quale, in un accesso di scoramento, tenta il suicidio, ma Freder, il figlio del borghese tiranno, lo impedisce. L’uomo svela allora al giovane il mistero della città sotterranea, nella quale Freder si avventura, da prima incredulo ed attonito, poi sconvolto. Per meglio immedesimarsi nell’inattesa e terribile disumanità di quel mondo, Freder decide di prendere il posto di un operaio, sottoponendosi così a fatiche e condizionamenti fino allora per lui impensabili: conosce Maria, una bionda e giovanissima ragazza che, nelle catacombe, invita gli operai alla preghiera ed alla sopportazione. Ma notizie sull’apostolato di Maria giungono presto alle orecchie del Potere: il signore di “Metropolis” obbliga allora uno scienziato (Rotwang), che è al suo servizio, di rapire la donna, trasferendone su di un automa (che Rotwang medesimo ha costruito), le fattezze e l’anima. Con un tale “robot” sarà così estremamente agevole manipolare e dominare la classe operaia….“.

La cosa che colpisce maggiormente e che personalmente adoro nella corrente dell’espressionismo tedesco a livello cinematografico, è la costruzione delle scenografie. In film come “Il Gabinetto del dottor Caligari” di Robert Wiene o nel celebre “Nosferatu” di Murnau, i personaggi diventavano quasi secondari di fronte a quei fondali teatrali pieni di angoli acuti e di ombre, in un processo di sublimazione dell’aspetto visivo che va “riempire” il vuoto che poteva essere lasciato dalla mancanza del sonoro (si tratta infatti e naturalmente di pellicole mute). In Metropolis questo tipico aspetto dell’espressionismo tedesco raggiunge a mio parere il suo apice e al contempo il suo punto di evoluzione: le scenografie diventano qualcosa di addirittura troppo imponente, direi persino di colossale, visivamente incredibili per l’epoca (c’è da dire che i produttori a suo tempo non badarono a spese, e la cosa è fin troppo chiara). A differenza degli altri film del filone questa pellicola osa anche nel tipo di scenografia: non si parla più di ambienti ristretti e tendenzialmente orrorifici che danno l’idea di angoscia esistenziale, ma di visioni futuristiche, con palazzi altissimi pieni di luce, marchingegni, dispositivi elettronici e soprattutto ambienti particolarmente spaziosi. Non c’è da stupirsi insomma se l’ambientazione di questo film sia stata ripresa in maniera particolarmente importante da celebri pellicole moderne, come (mi vengono in mente su due piedi) “Star Wars”, il “Brazil” di Gilliam, “Il quinto elemento” o il recentissimo “Cloud Atlas” dei fratelli Wachowski.

Altro aspetto è che le scenografie non sono solo belle in sé, ma grazie all’abile mano del regista coi suoi movimenti di camera, con nuove tecniche di ripresa per l’epoca e soprattutto con un incredibile senso estetico, diventano sfondi di veri e propri quadri che si compongono sullo schermo. Lang riesce nell’interazione tra la scenografia e i personaggi con le classiche pose eccessive da film muto, a regalarci continui fotogrammi-opere d’arte, come per esempio le meravigliose scene in cui ci sono descritti gli operai con la loro camminata dondolante e i vestiti neri a formare in gruppo forme geometriche perfette per lo schermo. Un gusto ed un occhio per le immagini davvero fuori misura a mio parere, si vede che al di là di tutto l’intento del regista è di fare un’opera d’arte, dove parlando di “arte” non ci fermiamo alla sola sceneggiatura. A riguardo non posso non citare anche le diverse scene oniriche presenti nella pellicola, come la macchina che si “trasforma” in Moloch (riferimento all’italiano “Cabiria” del 1914), le scene dell’androide Hel che balla alla “zona dei divertimenti” Yoshiwara (nello specifico mi hanno ricordato a tratti le scenografie ad opera di Salvador Dalì in “Io ti salverò” di Hitchcock) o i deliri di Freder (ad esempio la scena in cui le statue dei sette peccati capitali prendono vita).

Il film come anticipato prima è anche un masterpiece per quanto riguarda il genere fantascientifico. Girare a fine anni ’20 una pellicola ambientata in un mondo futuro così minuziosamente descritto è opera non da poco. L’immagine più vivida nelle menti di tutti quando parliamo di questo lavoro è la donna-robot, un androide dorato omaggiato anche da George Lucas in Guerre Stellari con le fattezze di D-3BO (o C-3PO che dir si voglia). La cosa interessante è che trattandosi di buona fantascienza il fatto di inserire elementi come questo personaggio non è solo atto a mostrare qualcosa di futuristico, ma ha un suo senso ed una sua intenzione dietro. In tutta la pellicola sono infatti presenti una marea di allegorie e richiami, nello specifico ai libri dell’apocalisse e al mito della torre Babele contenuti nella Bibbia.

La torre di Babele come simbolo rappresenta il peccato originale, ovvero la volontà dell’uomo di superare Dio. Costruire una città sul sangue degli operai sfruttati ricreando una moderna “torre di Babele” e un moderno “Giardino dell’Eden” (citati così esplicitamente nella pellicola e rappresentati due luoghi di Metropolis) è una cosa abominevole in quanto rappresenta la volontà di essere come Dio. E l’androide Hel è il simbolo più chiaro di tutto ciò; costruendo un essere umano artificiale l’uomo sta imitando il vero Creatore e commettendo quindi il peggiore dei peccati. Ecco perché la donna robot una volta prese le sembianze di Maria risveglia i sensi degli uomini particolarmente “assatanati” (che termine forbito eh eh eh) a Yoshiwara e ci viene rappresentata come la meretrice di Babilonia, la “Madre delle prostitute” così come ci viene descritta nell’Apocalisse di San Giovanni e come viene esplicitamente mostrata alla fine di una celebre scena piuttosto onirica a cavallo di un drago a sette teste.

Le analogie bibliche ritornano anche specificamente nella figura di Maria, che al di là del nome la cui simbologia è piuttosto chiara , anche nelle azioni risulta essere colei che “porta il messia” che nel nostro caso è “il mediatore” Freder, colui che può essere punto di contatto tra quelli che vengono definiti “il cervello e la mano”, alias la classe operaia e la dirigenza della città.

E parlando di questo si arriva all’altro aspetto molto importante della pellicola, nonché il più chiaro ed importante: la disquisizione aperta sulla classe operaia e sul trattamento che questa riceve dalla “dirigenza” di un paese. Anni prima del romanzo 1984 di Orwell il regista (autore della sceneggiatura insieme alla moglie) ipotizza una società in cui le divisioni di classe raggiungono livelli fuori controllo, con una casta di ricchi intellettuali che controlla un sotto-mondo abitato da migliaia di operai schiavi delle macchine che tengono in vita Metropolis. L’immagine è parecchio forte e risente naturalmente di tutte le teorie di Marx come di quanto successo dieci anni prima durante la rivoluzione sovietica. La cosa interessante è che il finale della pellicola (ATTENZIONE, SPOILER!!!! Naturalmente….) al posto di confermare la linea del comunismo sovietico in cui la rivoluzione operaia porta alla nascita di una nuova società, vuole essere più “morbida”, con una pacificazione riuscita tra le due classi sociali. Sarà forse anche per questo spirito “poco sovietico” che Adolf Hitler ha apprezzato molto questa pellicola, perché nella sua mente (malata naturalmente) anche la Germania doveva diventare così “populista”, doveva ricercare quel nuovo patto tra classe operaia e classe dirigente.

Insomma, detto tutto questo non stupisce che Metropolis sia considerato il capolavoro di Friz Lang (anche se io personalmente preferisco M – Il mostro di Düsseldorf) e che la pellicola sia stata scelta per essere inserita nel progetto UNESCO di salvaguardia delle più importanti opere del genere umano: la “Memoria del mondo” . Da vedere!

METROPOLIS
Fritz Lang, Germania 1927, 117′
VOTO (Max 5)

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ilpina
Creatore, curatore, amministratore, webmaster e in sostanza dittatore supremo e monarca assoluto di The Ed Wooder. Amo darmi alla latitanza quando il tempo me lo permette.