Melancholia

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melancholia.png Dio benedica i cinema d’essai. Li benedica perché mi hanno permesso di vedere (finalmente) Melancholia, per di più in lingua originale. Sala gremita di gente…lasciarlo nelle sale tradizionali qualche giorno in più faceva così schifo?  Polemica a parte bisogna ammettere che non si tratta di un Blockbuster. Non sto dicendo che i film che incassano tanto siano il male e gli altri il bene, come non dico che i film d’autore siano gli unici da considerare. Il cinema è un’arte e in quanto tale deve dare emozioni, indipendentemente dal loro tipo. La gioia è un’emozione, le risate sono il risultato di un’emozione, come la tristezza, la depressione e la malinconia. Ovvio che poi uno sceglie il film da vedere “in base a ciò che vuole provare”, ma non credo sia corretto demonizzare l’una o l’altra emozione, come non è nemmeno giusto accantonare film a priori come è stato fatto da molto con questo.

Il fatto è che Lars Von Trier è un regista che quando si mette dietro la macchina da presa ha solo uno scopo: smuovere lo spettatore, provocarlo, dargli dei bei pugni morali nello stomaco. Le emozioni che prova a dare con questo lavoro (come dice il titolo) non sono certo delle più allegre: malinconia, depressione, ansia, angoscia. Ce la fa? Certamente, al 100%, questo è poco ma sicuro. Ovvio che un film così può piacere o non piacere, ma dal puro punto di vista tecnico non si può non ammettere con molta onestà intellettuale che è riuscito nel suo intento: riesce a far uscire il pubblico dalla sala con un enorme peso sullo stomaco.

Trama: “Il film è diviso in due parti e ruota attorno al rapporto conflittuale tra due sorelle, molto diverse tra loro, mentre la Terra è minacciata da una catastrofe per l’imminente collisione con il pianeta Melancholia“.

Il prologo del film mi ha ricordato quel The Tree of Life che ho molto apprezzato da un punto di vista meramente visivo; anche qui ci vengono proposte con uno sfondo di musica classica immagini oniriche davvero meravigliose, delle vere e proprie fotografie di una potenza evocativa sconvolgente. Il bello di queste, come il bello di un po’ tutta la pellicola e dei grandi film in genere, è che lì per lì non hanno un senso, non si riesce a capire a cosa servano e cosa vogliano dire. Il regista ha in mente da subito il puzzle che vuole comporre, e continua costantemente a giocare con le emozioni del pubblico in una incredibile escalation drammatica.

Non è solo la trama principale (l’imminente impatto del pianeta Melancholia) a creare disagio e a far crescere nello spettatore quel montante senso di angoscia, ma è un insieme di piccole cose, di gesti, di parole, dialoghi e immagini, che pian piano lavorano sulla psiche di chi guarda creando il terreno perfetto per l’introduzione del fulcro della storia. Si passa così da una prima parte più psicologica e intimista ad una più universale, mantenendo per entrambe lo stesso genere di emozioni che crescono mano a mano fino al terribile (non in senso “brutto”!) finale.

Altra cosa interessante da notare è il modo in cui il regista tratta un tema già più volte toccato da film di altri generi, dandogli però un’impronta originale e assolutamente sua. Non siamo certo di fronte ad un Independence Day , ad un The Day After Tomorrow o ad un 2012 (oh diamine, fatalità ho citato tutti lavori di Roland Emmerich!): qui la fine del mondo non è espressa in termini di fantascienza con una trama che ruota semplicemente intorno a scienziati che cercano di bloccare l’impatto di un meteorite o simili, qui non ci sono enormi tsunami, esplosioni e la classica statua della libertà distrutta. L’angoscia, l’ansia per questa situazione nasce dalla paura e dalla frustrazione dei singoli in primis, mentre da un punto di vista “tecnico/visivo” si usa l’immagine di questo pianeta che si affaccia nel cielo, meraviglioso nel vedersi (ri-sottolineo la straordinaria potenza della fotografia del film) ma al contempo inquietante nonostante la sua avanzata lenta e pacata. Un espediente davvero geniale per smuovere le paure primordiali del pubblico.

Da Oscar le interpretazioni delle due protagoniste (non capisco come sia passata nella pubblicità l’idea che ce ne fosse solo una…), una Kirsten Dunst e una Charlotte Gainsbourg da paura! Ed in effetti in originale la cosa si nota ancora di più.

Ci sarebbe ancora molto da dire, soprattutto sui significati e le allegorie che si possono estrapolare da questa pellicola, ma non mi sento ora di fare elucubrazioni che nella maggior parte dei casi sono e devono rimanere personali. Mi limito solo a consigliarlo caldamente a tutti: cercatelo in DVD, fate quello che volete, ma guardatelo! Certamente non lo vorrete rivedere, certamente non vi sentirete bene a fine film, ma il carico emozionale che vi avrà trasmesso vi farà capire in maniera chiara e precisa quanto il cinema sia ancora un’arte potente nello smuovere gli animi delle persone.

MELANCHOLIA
Lars Von Trier, Danimarca/Germania/Francia/Svezia/Italia 2011, 130′
VOTO (Max 5)

About ilpina

ilpina
Creatore, curatore, amministratore, webmaster e in sostanza dittatore supremo e monarca assoluto di The Ed Wooder. Amo darmi alla latitanza quando il tempo me lo permette.