Match Point

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match_pointDopo Crimini e misfatti, abbandonato il jazz in favore delle arie liriche e le luci di Manatthan per gli immacolati marciapiedi di una City in cui non splende mai il sole, Allen torna a vincere e convincere, con un raffinato melodramma, incastonato nella splendida cornice dei cottage di campagna e dei vernissage alla Tate Modern… «Succede, in un match di tennis, che la palla sfiori la sommità della rete e, per un quarto di secondo, possa andare da una parte o dall’altra. Con un po’ di fortuna, vinci. Ma può anche ricadere dalla tua parte, e allora perdi» 

Una volta abbandonato il circuito professionistico, l’ex giocatore di tennis Chris Wilton (Jonathan Rhys-Meyers), lascia l’Irlanda e la vita randagia per trasferirsi a Londra dove trova lavoro come insegnante (di tennis appunto) presso un esclusivo club.
Sarà proprio qui che, complice il comune amore per il melodramma, stringerà un’educata amicizia con il suo allievo Tom, simpatico rampollo di una ricchissima famiglia il quale a sua volta lo presenterà ai genitori e alla sorella Chloe .
Dopo un lungo fidanzamento Chris sposerà quest’ultima ma la mancanza di passione e trasporto sarà il prezzo da pagare per godere degli smisurati privilegi sociali derivanti da questa unione; nello stesso tempo inizierà una relazione con Nola (Scarlett Johansson), la sensuale ex fidanzata dell’amico, dando inevitabilmente vita al classico triangolo amoroso.

Parte da una brillante riflessione su Delitto e castigo, romanzo che il regista cita esplicitamente, e che lo stesso Chris sfoglia diligentemente sin dalle prime scene del film per far colpo sui futuri suoceri, una delle opere più riuscite di Woody Allen.
Innegabilmente il capolavoro dello scrittore russo Fedor Dostoevskij costituisce un ottimo spunto narrativo in quanto gode di molteplici chiavi di lettura: è infatti al contempo un romanzo filosofico, politico, d’amore, psicologico, ma soprattutto un romanzo sociale che scopre le  purulente piaghe che affliggono la Russia del XIX secolo.
Siamo anche di fronte ad un vero e proprio giallo “al rovescio”, nel quale già nel primo capitolo la miseria e le ristrettezze, nonchè l’ingiustizia insita nelle differenze di classe spingeranno Raskòlnikov a uccidere l’usuraia e derubarla dei suoi averi per poi precipitarlo in un tunnel di follia, paura, paranoia e finalmente riscatto.
È importante inoltre, notare l’accento posto dallo scrittore sulla freddezza con cui il giovane si arroga il diritto di togliere la vita ad un altro essere umano senza alcuna riserva, non tanto per mera sopravvivenza quanto per asservire ad un disegno più grande: l’autoaffermazione dell’uomo in quanto unico artefice del proprio destino (tanto che questi nasconderà il bottino senza mai neppure conoscere l’ammontare di quanto rubato).

Contrariamente a quanto accade nel libro, nella pellicola di Allen il protagonista ci viene presentato ancora “incensurato” e ne ascoltiamo la voce fuori campo già nella primissima scena. Nonostante l'”imprinting” cinematografico egli non riesce a creare della vera e propria empatia con lo spettatore se non nelle ultime battute del film, in cui lo troviamo completamente annientato, sopraffatto dagli eventi nonchè profondamente disgustato dall’impossibilità di scardinare i meccanismi che rendono vana la partita tra ricchi e poveri e ne decretano a priori la sconfitta inesorabile di questi ultimi.
Chris capirà a sue spese che il suo delitto non è affatto servito a cambiare le regole che governano il mondo, o ad abbattere la lotta di classe e le ingiustizie. Dopo essersi macchiato le mani di sangue, infatti, l’unica cosa a mutare sarà la sua posizione all’interno del sistema: diventerà egli stesso una tessera di quel mosaico corrotto, che inutilmente ha cercato di distruggere, dove a regnare non è il talento ma unicamente il Caso.
In un delirante dialogo con la propria coscienza Chris ammette: “Sarebbe appropriato se io venissi preso e punito”, egli anela la giustizia e diventa a sua volta una sorta di vittima esattamente come accade nel romanzo allo stesso Rodja  il quale si sfoga: “(…) Mi sono ammazzato da me per sempre!.. E quella vecchietta l’ha uccisa il diavolo, non io (…)”  [1]
L’arresto e la punizione sembrano costituire per l’assassino una sorta di ancora di salvezza, una rinnovata fiducia nell’avvenire e nella stessa umanità: fiducia che lo scrittore russo, sostenuto da una profonda fede, dimostra di avere immaginando l’autore del delitto autoaccusarsi accettando di scontare il giusto fio.
Sarebbe stato ingenuo aspettarsi un approccio simile dal disincantato Allen, che in Match Point affronta la questione nell’unico modo in cui può farlo un newyorkese del XXI secolo  “ateo e convertito al narcisismo” (per prendere in prestito le sue stesse parole), ovvero ammettendo la sconcertante ma quanto mai attuale ipotesi di un delitto senza castigo e affidando alla più pura casualità, anziché a Dio, l’assoluzione da ogni peccato.

Dopo Crimini e misfatti, abbandonato il jazz in favore delle arie liriche e le luci di Manatthan per gli immacolati marciapiedi di una City in cui non splende mai il sole, Allen torna a vincere e convincere, con un raffinato melodramma, incastonato nella splendida cornice dei cottage di campagna e dei vernissage alla Tate Modern, popolato di donne colte ed insensatamente entusiaste della vita ma pur sempre superficiali e poco attraenti affiancate da uomini che si fanno accompagnare all’atelier di Ralph Lauren dal loro autista personale per comprare l’ennesimo  maglioncino di cachemire.
Il regista firma una pellicola insolita, nella quale è quasi difficile riconoscere l’Allen touch… fortunatamente ci viene in aiuto la perfezione dai titoli di testa: fondo nero cesellato da eleganti caratteri bianchi.

NOTE
[1] Fedor Dostoevskij, Delitto e castigo, 1866

MATCH POINT 
Regia Woody Allen, USA- Gran Bretagna 2005, 124’
VOTO (Max 5)
9

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