Lo scafandro e la farfalla

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scafandro_farfalla.png La paralisi totale mantenendo appieno la coscienza è certamente una delle situazioni umane più terribili da vivere. Fare un film sul tema che non risulti lacrimoso è cosa ardua, ma Julian Schnabel c’è riuscito.

La storia narrata è reale e autobiografica; eccola qui riassunta in qualche riga: “Il film è basato sull’omonima monografia di Jean-Dominique Bauby in cui lo scrittore descrive la sua vita dopo aver avuto un ictus che lo ha ridotto in uno stato di sindrome locked-in, lasciandogli come unico mezzo di comunicazione con il mondo il battito della palpebra sinistra. Il protagonista si risveglia su un letto d’ospedale, dopo 3 settimane di coma, debilitato a comunicare. Dopo un iniziale abbattimento morale, prende coraggio per continuare a andare avanti e grazie all’aiuto di alcune specialiste riesce a mettere per iscritto la sua condizione umana e personale“.

Molti film possono parlarci di una situazione di salute grave, in molti riescono a far provare empatia per una sofferenza altrui, anche se guardata come spettatori. Schnabel invece vuole fare un passo in più e con la metafora dello scafandro immerge lo spettatore nella paralisi del protagonista, utilizzando quasi esclusivamente nel corso delle prime scene la sua soggettiva: vediamo con lo sguardo di quell’unico occhio funzionante di Jeandò (come veniva chiamato amichevolmente), i dottori che si accorgono del suo risveglio, l’inquadratura che cambia come a cercare una via d’uscita da quella stanza d’ospedale, sentiamo i suoi pensieri, percepiamo la sua totale impotenza e finiamo in quel pesante scafandro anche noi, precipitando lentamente nel mare più profondo.

La cosa che mi ha fatto piacere nell’affrontare questa prima parte molto dolorosa è stato il realismo adoperato: i pensieri del protagonista non sono solo tristi e lacrimosi, ma hanno comunque un risvolto reale, come per esempio il guardare il seno delle bellissime specialiste che avevano in cura l’uomo, come i pensieri più stupidi e le battute magari ciniche che solo chi vive una situazione può fare su sé stesso.

La pellicola a un certo punto ha un forte cambio dovuto alla presa di coscienza del protagonista dell’insensatezza del piangersi addosso e della necessità di sopravvivere con tutto ciò che gli è rimasto. Il tutto in un breve monologo con sullo sfondo le immagini di un enorme ghiacciaio che pian piano si sgretola, segno della presa di coscienza di un’esistenza andata in frantumi per la attuale situazione fisica di Jeandò e anche per aver capito tutte quelle piccole cose che avrebbe potuto assaporare nella vita e delle quali non ha goduto, vivendola a posteriori come una serie di infiniti piccoli fallimenti: le donne che non ha saputo amare, le occasioni non colte, gli istanti di felicità lasciati volare via. Grazie alla sua infermità apre gli occhi e ritrova quell’amore per le cose che aveva svanito, e partendo da quel solo occhio funzionante, dalla sua immaginazione e dai ricordi rimastigli nel cuore (insomma, partendo da tutto ciò che ancora ha e può usare) riprende tutta la sua forza interiore decidendo di vivere questa sua situazione nel migliore dei modi, evadendo nella memoria, evadendo in ciò che la sua mente gli permette di immaginare senza più compiangersi. Grazie a questi mezzi può uscire dal suo scafandro ed elevare il suo spirito alla forma della farfalla, a quella forma di vita piccola, fragile e precaria, ma comunque meravigliosa e capace di volare ovunque voglia.

Non voglio soffermarmi sul significato profondo di questa presa di coscienza che mi sembra abbastanza chiaro; voglio solo sottolineare come sia bello vedere finalmente una pellicola di una drammaticità così intensa aprirsi ad un messaggio di speranza e di amore per la vita. Il tutto passato con una buonissima naturalezza, cosa che invece non ho trovato in Mare dentro, film con una situazione molto similare dove il regista costringe lo spettatore a pensarla come lui, elevando la drammaticità e quel senso di inutilità dell’uomo di fronte al mondo e al dolore che non mi è piaciuta. Schabel invece segue il protagonista in tutti i suoi pensieri prima negativi (la volontà di morire) e poi non, lo segue nella sua persistente mancanza di fede, come nel suo non sentirsi padre; stati di essere di ogni genere che rendono il tutto più reale.

Molto buone le prove attoriali anche se per natura del film non c’è stato bisogno di chissà quanti pianti esasperati e “calienti” alla Almodovar (e sia ben chiaro, non lo dico con disprezzo, anzi). Mathieu Almaric (che interpreta il protagonista) è molto intenso nel suo essere immobile, solo muovendo un occhio e con qualche spasmo riesce a dare veramente una forte impronta realistica al personaggio. Ottima anche la regia sia per la scelta iniziale di cui ho parlato poc’anzi, che per il montaggio di scene surreali meravigliose e simboliche.

*SPOILER FINALE”
Una nota anche per il finale che, sebbene sia abbastanza sbrigativo anche se con una grandissima discrezione nel trattare ciò che avviene, riprende quota nei titoli di coda, con quelle stesse immagini del ghiacciaio che si sgretola montate al contrario. Con la sua morte e dopo la pubblicazione del libro che parla della sua vita, Jeandò si libera di tutto, esprime veramente ciò che prova e diventa appieno quella farfalla, ricomponendo tutti i pezzi di quella vita che sembrava essersi sgretolata ancora prima dell’incidente.

LO SCAFANDRO E LA FARFALLA
Le scaphandre et le papillon
Julian Schnabel, Francia/USA 2007, 112′
VOTO (Max 5)

About ilpina

ilpina
Creatore, curatore, amministratore, webmaster e in sostanza dittatore supremo e monarca assoluto di The Ed Wooder. Amo darmi alla latitanza quando il tempo me lo permette.