L’isola degli zombies

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La storia del cinema vuole che la figura dello zombie intesa come quella che tutti conosciamo, sia da attribuire a George A.Romero ed il suo “La notte dei morti viventi”. Ma se è vero che l’archetipo dello zombie che striscia i piedi biascicando suoni con la faccia in decomposizione ed una gran fame di cervelli è tipicamente romeriano, è anche vero che i primi passi dei non-morti nel mondo del cinema li troviamo in questo “L’isola degli zombies” (aka White Zombie).

Ma partiamo con la trama (wikipedia): “Haiti, XIX secolo: per impedire il matrimonio di Neil e Madeleine, il geloso Beaumont (un ricco uomo d’affari), chiede aiuto a Legendre, un negromante che ha appreso le pratiche magiche dell’isola caraibica grazie alle quali guida un gruppo di zombie fatti lavorare come schiavi nelle proprie piantagioni di zucchero”.

Non me lo sarei mai aspettato. Viziato dai classici horror della Universal (i primi sono usciti più o meno in quegli stessi anni) pensavo di vedere un film certamente “iconico” ma magari un po’ privo di quel “valore in più” che non ho visto in lavori come il Dracula di Browning o il Frankenstein di Whale. Che beninteso erano comunque perfetti nel loro essere tagliati su target popolare, ma non li ho mai potuti apprezzare come opere d’arte cinematografiche in sé. La prima cosa che mi sento di dire su questo lavoro invece è che è proprio un bel film, adatto ai suoi anni ma certamente con un taglio artistico.

Il merito di ciò va anzitutto al regista Victor Halperin, che ripesca elementi del cinema muto e dell’espressionismo tedesco che altre produzioni stavano perdendo in quegli anni: con l’utilizzo di luci ed ombre, inquadrature e le espressioni iperboliche dei protagonisti, ogni scena riesce ad avere quel fascino vintage che tanto mi ha fatto amare i film tedeschi successivi alla prima guerra mondiale. Ed anzi proprio parlando di questi mi sento di poter citare come una sicura ispirazione (perlomeno visiva) per questo film il celebre “Gabinetto del dottor Caligari” di Robert Wiene (Germania 1920). Nello specifico al di là del senso claustrofobico generale della pellicola ed alcune ambientazioni, gli zombie ricordano in maniera molto chiara il personaggio del sonnambulo.

La sposa di “White Zombie” e il sonnambulo di “Il Gabinetto del dottor Caligari”

Oltre alla fonte cinematografica non si può non citare naturalmente anche il libro da cui il film è tratto, tale “The Magic Island” di William B. Seabrook, uscito nel 1929. Non avendolo letto non posso sapere quante libertà si sia presa la produzione rispetto al romanzo dal punto di vista della trama e della creazione dei personaggi mostruosi, ma sottolineo come la loro essenza di “involucri vuoti” con la camminata lenta, gli occhi privi di vita e una sostanziale invulnerabilità come ci vengono presentati qui, è rimasta immutata anche con la loro evoluzione cinematografica (tranne alcune amenità di cui ho visto i trailer ultimamente e di cui non parlerò per pietà). Per questo aspetto “White Zombie” rappresenta sicuramente una sorta di archetipo pre-romeriano del morto vivente.

L’elemento che invece con gli anni è variato è la  genesi dello zombie, che si è spostata su altre cause  (la più gettonata quella del virus alieno, idea di Ed Wood in “Plan 9 from outer space”) perdendo la sua matrice originale presente nel libro e in questo lavoro: i riti vudù e la magia nera. La pellicola è ambientata nello specifico ad Haiti, isola dove leggenda vuole che  gli africani deportati come schiavi facessero anche riti per riportare in vita i morti. Questa matrice se vogliamo “esotica” con Romero è stata quasi del tutto persa, e ripresa solo dal nostro Lucio Fulci (giusto ricordarlo) nel suo Zombie 2 del 1979.

L’altro perno sul quale gira il film è, neanche a dirlo, Bela Lugosi. Dopo il successo nell’interpretazione di Dracula (uscito l’anno prima) l’attore ungherese si era già meritato di comparire nei titoli di testa sotto il nome della pellicola, come in alcune locandine dove compare come “Bela – Dracula – Lugosi”. La familiarità con il suo personaggio più celebre non è stata però solo uno stratagemma per attirare il pubblico, ma una effettiva e precisa scelta registica: l’interpretazione che ci regala è quasi in tutto e per tutto la stessa del film di Browning. Gli stessi primi piani sugli occhi, lo stesso sguardo intenso. lo stesso utilizzo delle mani, addirittura lo stesso vestito (nelle scene finali)! Unica modifica è stata l’aggiunta di baffi, pizzetto e delle sopracciglia dal taglio abbastanza discutibile. È stato proprio grazie a film come questo che la sua figura si è legata indissolubilmente al conte transilvano, tanto che le stesse espressioni e le stesse mani le troveremo quasi trent’anni dopo quando più anziano farà parte del cast dei film di Ed Wood. Una vera icona.

Bela Lugosi in “Dracula” e in “White Zombie”

Per quanto riguarda le interpretazioni voglio citare anche la meravigliosa Madge Bellamy, che rimane impressa col suo incedere lento e solenne vestita da sposa in quelle enormi stanze del castello del negromante, o mentre suona il piano con lo sguardo perso e senz’anima della donna riportata in vita. La sua espressività “forzata” da cinema muto resa perfetta dai suoi grandi occhi e quelle occhiaie profonde, è stato certamente fonte di ispirazione per registi come Tim Burton (molto appassionato di questo genere e di Lugosi).


L’ISOLA DEGLI ZOMBIES

White Zombie
Victor Halperin, USA 1932, 69′
VOTO (Max 5)

About ilpina

ilpina
Creatore, curatore, amministratore, webmaster e in sostanza dittatore supremo e monarca assoluto di The Ed Wooder. Amo darmi alla latitanza quando il tempo me lo permette.