Lei

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lei.png La domanda che torno a pormi è “perché 12 anni schiavo”? Dopo aver visto quel capolavoro tecnico (e non solo) di Gravity sono andato ieri a vedere “Lei” (aka “Her”) di Spike Jonze, vincitore del premio Oscar e del Golden Globe per la miglior sceneggiatura originale e candidato ad un’altra serie di statuette di quelle “importanti” (film, scenografia, colonna sonora e canzone) che a parer mio sarebbero state tutte meritate. Siamo anni luce dal film di Steve McQueen.

Il fatto è che questo lavoro come il già citato ultimo film di Cuarón, a mio parere è un bellissimo esempio di cinema attuale. E non dico solo perché si parla di tematiche e ambientazioni tipicamente fantascientifiche, ma perché hanno una struttura, uno svolgersi e parecchi particolari che escono dalla classicità di un film in costume per come ce lo immaginiamo. Davvero tanti i punti positivi di questa pellicola, che vi espongo subito dopo la necessaria trama…

Trama: “Ambientato a Los Angeles, in un futuro non troppo lontano, Lei racconta la storia di Theodore (Joaquin Phoenix), un uomo sensibile e complesso che si guadagna da vivere scrivendo lettere personali e toccanti per altre persone. Distrutto dalla fine di una lunga relazione, Theodore resta affascinato da un nuovo e sofisticato sistema operativo che promette di essere uno strumento unico, intuitivo e ad altissime prestazioni. Incontra così ” Samantha ” , una voce femminile sintetica (Scarlett Johansson nella versione originale e Micaela Ramazzotti nella versione italiana) vivace, empatica, sensibile e sorprendentemente spiritosa. Via via che i bisogni e i desideri di lei crescono insieme a quelli di lui, la loro amicizia si fa sempre più profonda finché non si trasforma in vero e proprio amore. Dalla fantasia visionaria del regista e sceneggiatore candidato all’Oscar Spike Jonze, arriva Lei, una singolare storia d’amore che indaga la natura e i rischi dell’intimità nel mondo contemporaneo”.

La cosa che mi ha colpito dalla prima scena è l’ambientazione. Stiamo parlando di un futuro imprecisato ma non troppo lontano connotato finalmente da un realismo più che apprezzabile. Non ci sono macchine volanti o alieni per strada, non c’è una fantascienza che vuole stupire con cose assurde tipo week end sulla luna. Semplicemente sembra quello che potrebbe essere il futuro reale, con delle particolari strutture architettoniche nei palazzi ed oggetti di design, con vestiti tutto sommato “normali” sebbene diversi dai nostri e le comodità che l’avanzare della tecnologia e della scienza potrebbero portare nei prossimi anni. In questo modo lo spettatore si sente in un certo senso “a casa”, non sente una distanza siderale tra il suo vivere e il “vivere futuro” dei personaggi. Inoltre (inutile dirlo) sappiamo che Jonze come molti registi che venivano (o vengono ancora?) definiti Indie ha un gusto molto attuale per l’aspetto visivo, un po’ come il buon Wes Anderson o la Coppola. Registi giovani (anche se ormai anche loro hanno una certa età…) , moderni nello stile e nell’impatto visivo.

il mondo ricreato dal regista oltre che da un punto di vista meramente scenografico è perfetto anche per quanto riguarda gli aspetti sociali di questo prossimo futuro. Sostanzialmente le relazioni tra le persone rimangono sempre le stesse anche se c’è più naturalità nell’approccio e nel pensare ai “legami virtuali”. Niente di eclatante alla “Metropolis” insomma, ma una giusta evoluzione della società attuale dove gli incontri online, le amicizie in chat e su Facebook, gli amori che nascono a distanza, sono ormai all’ordine del giorno. Parlare con persone che non si è mai visto in faccia, provare affetto per una voce che si sente al telefono, è qualcosa che, a livelli più o meno alti, rientra già pienamente nella nostra cultura. Non mi stupisco più di amici che mi dicono “ho incontrato una in chat”, e ormai non ci si fa più caso nemmeno a “storie d’amore” nate senza che gli interessati si siano mai visti in presenza.

Del resto a pensarci bene, la cosa (sebbene ammetto sia molto distante da me) ha anche un suo senso di essere. Quando ci si innamora di qualcuno, lo si fa anche e soprattutto per la sua interiorità, per quello che l’altra persona riesce a trasmettere indipendentemente dalla sua fisicità. Pensiamo a quante volte ci è capitato di restare ore e ore al telefono con la persona amata non vicina al momento, come nel famoso spot di Telecom Italia “Mi ami? Ma quanto mi ami?”. Ecco, in questo film avviene sostanzialmente questo. Sì ok, la particolarità per il protagonista è che la persona con cui sta parlando in realtà non è una persona, o almeno non le è completamente. Ma all’atto pratico cosa può cambiare? Jonze ha voluto che questa intelligenza artificiale fosse del tutto assimilabile ad una intelligenza umana, con la sua volontà, con i suoi sentimenti, con il suo desiderio di libertà. Qualcosa che insomma esula dalla seconda legge della robotica di Asimov secondo la quale “Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani”; Samantha sebbene non esista nel mondo fisico ha tutte le caratteristiche per essere un essere umano (scusate il gioco di parole), per lo meno in potenza.

Partendo da questo presupposto la storia d’amore tra Theodore e il suo OS (Sistema Operativo) mi è sembrata davvero convincente. Ho dimenticato quasi sempre che Samantha fosse artificiale; lo spettatore è portato a immergersi nel sentimento reale tra i due, sentimento descritto in maniera estremamente poetica e romantica, come se si trattasse di due semplici innamorati che parlano tra loro. Non dico “una delle migliori storie d’amore che abbia visto al cinema ultimamente”, ma quasi. E devo dire che la maniera diretta e reale delle loro interazioni risulta essere molto meno “artificiosa” e “robotica” di tante altre relazioni sentimentali sul grande schermo. I due infatti si parlano come fanno gli innamorati della realtà, dicendosi sì cose dolci ma al contempo facendosi battute mordaci e scivolando (giustamente) a volte su argomenti e frasi “tra l’hot e il divertito”. Insomma, la sessualità di coppia si vive anche così, ed è stato bellissimo secondo me il modo in cui il regista ha scritto queste parti nella maniera più reale e a volte “diretta” possibile. Davvero scritto da dio.

Il problema a livello di trama (e qui sta la genialità di Jonze) è che se Samantha essendo una coscienza del tutto reale e capace di sensazioni ed emozioni, è imprevedibile. Può non rispondere al suo “padrone” (che in questo caso diventa suo “fidanzato” in una relazione tra pari), può essere gelosa, chiedere spiegazioni di un atteggiamento che non le è andato bene, può sentirsi triste per non poter mai toccare realmente il suo uomo etc. Tutti punti nodali che lascio aperti per chi il film non l’avesse visto e che porteranno ad una inevitabile quanto interessante conclusione.

A livello di interpretazioni è difficile dare un giudizio. O meglio, certamente posso dire che Joaquin Phoenix è stato come sempre incredibile e assolutamente nella parte, ma naturalmente non posso dire nulla sulla controparte robotica Samantha, una voce in originale “interpretata” da Scarlett Johansson (vincitrice del Marc’Aurelio d’Argento per la miglior attrice per questa interpretazione allo scorso festival di Roma) e in italiano doppiata dalla brava Micaela Ramazzotti. Oddio, brava come attrice in generale, ma a mio parere non all’altezza di Scarlett nel doppiaggio in questo film; nell’unica parte in cui si sente la voce originale di Samantha (quando canta una canzone) si sente L’ABISSO che separa l’interpretazione originale dalla doppiatrice italiana. Bravi anche gli altri interpreti, soprattutto Amy Adams.

Le canzoni sono ottime come tutta la colonna sonora, direi sempre brani giusti al posto giusto, che riescono a sottolineare nello specifico l’atmosfera. La regia di Jonze mi è parecchio piaciuta con i suoi colori tenui, la luce sempre presente, i primi piani posati. Davvero ottima! Forse un po’ troppo da videoclip, ma questo è il suo stile.

Concludo con un pensiero che mi è balenato in testa a fine visione, riprendendo il discorso degli Oscar. Stanley Kubrick nel 1968 girò “2001: Odissea nello spazio”. Negli Oscar di quest’anno (tipo 46 anni dopo!) i film che secondo me hanno saputo essere più innovativi ovvero questo “Her” e “Gravity”, hanno in sostanza ripreso delle tematiche del capolavori di Kubrick (lo spazio pericoloso e silenzioso, la mente artificiale con propria coscienza etc.) riadattandole per stile e temi ai giorni nostri. Il che la dice lunga sulla visione del grande maestro.

LEI
Her
Spike Jonze, USA 2013 (Uscita italiana 2014), 120′
VOTO (Max 5)

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ilpina
Creatore, curatore, amministratore, webmaster e in sostanza dittatore supremo e monarca assoluto di The Ed Wooder. Amo darmi alla latitanza quando il tempo me lo permette.