La trilogia onirica di Lynch: Mulholland Drive – PT1

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No hay banda: non c’è una banda. E’ tutto registrato. E’ solo un’illusione” Torniamo a parlare di visioni dell’inconscio, parliamo ancora di ambizioni, tormenti e pulsioni. Torniamo a parlare di David Lynch e della sua trilogia onirica (troverete gli altri commenti cinema a riguardo seguendo questo link).

Abbiamo attraversato i pensieri e i deliri dello schizofrenico Fred, abbiamo assistito al materializzarsi del suo subconscio, ci siamo persi nei meandri delle sue strade perdute. Ma ora avanziamo.

L1Siamo ancora a bordo di un auto, una limousine questa volta, e ancora ci addentriamo tra la nebbia e l’oscurità di una nuova strada: il suo nome è “Mulholland Drive”.
Ancora una volta il maestro visionario decide di scavare nella psiche umana dei suoi protagonisti e degli stessi spettatori, ingannandoli ancora e facendoli seguire una trama già più logica del precedente lungometraggio, per poi ribaltare il tutto a tre quarti della pellicola.

Forse però è meglio fare un passo alla volta. Non anticipiamo troppo e non lasciamo domande aperte.

Se quattro anni prima David Lynch era riuscito a filmare le allucinazioni e i falsi ricordi di una mente schizofrenica, tra il 1999 e il 2001 ciò su cui si concentra è quell’altra dimensione che il nostro cervello crea durante le ore di sonno, nonché il mondo dei sogni. E per fare questo ci porta ad Hollywood, non a caso la città dove i sogni degli aspiranti talenti del cinema e dello spettacolo divengono reali (o l’esatto contrario).

L2La storia ha inizio dall’incontro alquanto bizzarro e incidentale tra Betty Elms (Naomi Watts), una fortunata ragazza canadese giunta nella città delle stelle per coronare il suo grande sogno di diventare un’attrice di successo, e una misteriosa sconosciuta che, non ricordando più il proprio nome a seguito di un incidente stradale sulla Mulholland Drive che pare averle procurato una totale amnesia, dice di farsi chiamare Rita (Laura Harring). Betty, decide di aiutarla nell’intenzione di ricostruire il proprio passato, avendo come solo indizio una borsa contenente un gran numero di banconote ed una strana chiave blu dalla forma triangolare.
Ma chi delle due dovrà realmente ricercare la propria identità? Tutto sembra possibile nella città dei sogni.

Con le buone intenzioni di ripercorrere il successo precedentemente riscosso con la serie televisiva de “I segreti di Twin Peaks”, David Lynch consegnò un nuovo episodio pilota alla ABC della durata di due ore che, pretendendo numerosi tagli, lo convinse a far naufragare il progetto. O forse no?
La stessa Laura Harring, l’attrice che interpreta Rita, confessa che sin dal principio era convinta che in un modo o nell’altro quell’episodio non sarebbe finito tra la spazzatura di una qualsiasi casa cinematografica. Ed evidentemente, per nostra fortuna, quella che era solo una sua deduzione è divenuta realtà: con l’aggiunta di un finale e con la chiusura di porte lasciate aperte (com’era giusto che fosse come per qualsiasi altro episodio pilota), Lynch lo adatta al grande schermo dando il titolo “Mulholland Drive” a quello che sarà forse ormai considerato il suo più grande capolavoro cinematografico.

“E’ come una strada intrappolata nel passato, o per lo meno gran parte di essa lo è.
Si trova lì, isolata, sulla cima della montagna e da lì si possono vedere molti posti, la vallata, oppure Los Angeles, o più in basso Hollywood. Lassù, di notte, è molto buio e si prova una strana sensazione.
E’ come essere in un sogno.”
[1]

Ancora una volta Lynch decide di giocare con l’inconscio, il nostro e quello della protagonista. Qui però sembra accadere l’inverso rispetto a “Strade Perdute”, dove la trama principale pareva svolgersi fondamentalmente in seguito all’incarcerazione di Fred. Quindi è’ possibile dire che le due trame possono quasi considerarsi a specchio, una il riflesso dell’altra: è la prima parte di “Mulholland Drive” infatti a sembrare più chiara e lineare, seppure Lynch si diverta comunque a distrarci saltando da una scena all’altra senza spiegarne la connessione.

L3Per poter meglio apprezzare la trama e i mille significati che essa nasconde, è necessario avere ben chiaro quello che la psicologia definisce come “sogno”. Ed ecco tornare Freud e le sue teorie, tanto care al nostro Lynch. Sigmund Freud nel suo più noto saggio “L’interpretazione dei sogni” afferma che essi sono il prodotto dei desideri repressi e normalmente “censurati” dalla nostra coscienza (perché ormai impossibili da realizzare secondo noi stessi) che si materializzano nella nostra mente durante le ore notturne, per ristabilire una sorta di equilibrio interiore che, come sempre, si sbilancia tra l’Es e il Super-Io (per approfondire, vedi spiegazioni del precedente commento sulla trilogia).

Un autoinganno, quindi, governato prevalentemente dal mondo dell’Es, che spiega quello stato confusionale che ci assale al momento del risveglio. Quante volte svegliandoci da un sogno ci siamo chiesti “ma dove sono? Quello che ho vissuto non è accaduto realmente?”; e veniamo allora pervasi da un senso di forte delusione, nel caso si trattasse realmente di un desiderio difficilmente realizzabile, o nel caso dell’incubo che ci sentiamo appagati e finalmente al sicuro.

Ma non è sempre così semplice.
Esatto, perché non sempre i sogni ci appaiono come delle chiare realizzazioni dei nostri desideri, quindi limpidi e palesi; tutt’altro, perché ciò che avviene molto più spesso e che noi vediamo nei nostri sogni è quello che Freud distingue tra contenuto latente, ovvero il reale significato del sogno, e il contenuto manifesto, ossia il modo in cui il sogno ci si presenta, carico di elementi e situazioni che al nostro inconscio possono sembrare totalmente paradossali, assurde e prive di senso, ma che nella realtà rimandano simbolicamente a tutt’altro significato.

L’Es e i suoi desideri, quindi, illudono il Super-Io e i suoi divieti morali per potersi manifestare, anche se non in modo chiaro e trasparente.
Per rendere più comprensibile l’idea del simbolismo dei sogni, riporterò due esempi di Freud che egli stesso ha analizzato:
Andavo a far visita in una casa dove ebbi la difficoltà ad essere ammesso…; nel frattempo facevo attendere una signora.
Fonte: la sera prima avevo conversato con una parente e le avevo detto che avrebbe dovuto attendere per un acquisto che voleva fare. […]
Nella libreria di S. e R. facevo l’abbonamento ad un periodico che costava venti fiorini all’anno.
Fonte: il giorno prima mia moglie mi aveva ricordato che le dovevo ancora venti fiorini per le spese settimanali di casa.” [2]
E’ evidente quindi che, soprattutto nel caso di eventi avvenuti di recente, i sogni deformano il contenuto latente a tal punto da renderlo manifesto, ci mostrano cioè la realtà mascherandola attraverso semplici oggetti, gesti, situazioni o persone.
Tutto ciò accade anche in “Mulholland Drive”; e avviene nel miglior modo e con la più originale tecnica che solo David Lynch può riuscire ad imprimere in una pellicola di tale profondità.
Sfortunatamente, con l’intento di scavare più a fondo di quanto detto finora, mi trovo costretto a dover sconsigliare la lettura dei prossimi paragrafi a chi non ha ancora avuto modo di vedere il film in questione.

*ATTENZIONE SPOILER ! *

Sogni e Realtà

Come precedentemente detto, il nuovo intento di Lynch è di portare sullo schermo il sogno, il viaggio onirico di una mente, la cui coscienza desidera ardentemente che tutti gli errori commessi nella realtà possano essere riparati, il desiderio di rimettere le cose apposto.
Mi spiego meglio. La trama principale sembra essere sin dall’inizio la storia dell’incontro tra Betty e Rita che, con l’insorgere di situazioni paradossali alternate a sequenze apparentemente non connesse tra loro, inizierà a perdere maggiormente senso dall’apertura del cubo blu. Tutto ciò che è accaduto sino a quel momento si tratta infatti di un sogno. Ne consegue quindi che se vi è un sogno, vi deve per forza essere anche un sognatore. Ed ecco allora comparire un cowboy sulla soglia di una porta ad esortare una ragazza a svegliarsi, cosa che accade prontamente e ci viene così svelata l’identità del sognatore. Apparentemente sembrerebbe essere Betty, ma non è così: il suo nome è Diane.

L4Da questo momento in poi (in circa mezz’ora di film) Lynch ci mostra il presente della ragazza e il passato più o meno recente attraverso dei flashback; ed è proprio qui che la vera trama comincia a delinearsi. La ricostruzione del passato di Diane avviene alla festa di Adam (il regista già presente all’interno del sogno) mentre la ragazza, visibilmente avvilita e imbarazzata ad ammettere i propri fallimenti alle persone di successo che durante la cena la circondano, si racconta alla madre di Adam e svela le cause e gli scopi per cui è arrivata sino a lì:

Vengo da Deep River, Ontario; una piccola città. Ho sempre voluto venire qui. Un giorno vinsi una gara di Jitterbug e questo mi spinse alla recitazione.”

La provenienza canadese di Diane era già stata accennata prima dei titoli di testa, all’inizio del film. Già dai primi secondi dall’inizio, infatti, vengono mostrate delle coppie di ballerini intenti a danzare freneticamente un particolare ballo, il Jitterbug, appunto. Tra queste immagini, poco alla volta compare il volto radioso di Diane, attraverso una frenetica messa a fuoco. E’ evidente che si tratta della gara vinta dalla protagonista.

“Quanto è morta mia zia, lei mi ha lasciato un po’ di soldi”

Qui si sottolinea invece che la zia di Diane è in realtà morta e che le ha lasciato un po’ di denaro. E’ importante notare come la ragazza abbia avuto nella realtà il solo appiglio della zia e non dei genitori, che molto più probabilmente o sono già morti o non hanno mai avuto fiducia in lei, tanto da abbandonarla sulla proprio strada senza alcun aiuto né affettivo né economico. Ciò spiega anche la presenza dei due anziani premurosi e dal “sorriso ipocrita” presenti all’interno del sogno.
La madre di Adam prosegue chiedendole come ha conosciuto Camilla (nel sogno Rita):

Sul set di “Silvia North Story”. Sì, desideravo tanto quella parte e alla fine fu Camilla la protagonista. Il regista…non aveva gran stima di me. Ad ogni modo, è lì che siamo diventate amiche. Lei mi ha aiutato ad avere delle particine, in qualcuno dei suoi film.”

Con l’aiuto di altri flashback, è possibile comprendere meglio il rapporto che in realtà si era instaurato tra le due ragazze, molto più di quello che Diane definisce “amicizia” (almeno per lei). Sembra infatti che una volta conosciutesi sul set di Sylvia North Story, fosse nata tra le due una relazione nascosta vista da parte di Diane come una pura ossessione nei confronti di Camilla. Quest’ultima, al contrario, ha in seguito ceduto alle avances di Adam che lavorava allo stesso film, cercando di attirare in tutti i modi le attenzioni di Diane per dimostrarle di averla utilizzata come semplice distrazione.
La goccia che fa traboccare il vaso avviene proprio alla festa a casa di Adam, quando lui stesso accanto a Camilla ufficializzano l’avvicinarsi imminente delle loro nozze. Diane, senza alcun istinto razionale, assolda un killer per far uccidere Camilla (anche se questo non viene mai detto esplicitamente) che le farà trovare una chiave blu quando tutto sarà andato a buon fine.
Tornando al presente, Diane, non riuscendo a distogliere lo sguardo dalla chiave blu, poggiata sul tavolino del proprio appartamento, e sentendo bussare prepotentemente alla porta (quasi a suggerire l’arrivo della polizia), in preda alle allucinazioni, pone fine alla propria esistenza sparandosi con un colpo di pistola.

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CONTINUA…

FONTI:
[1] Dai contenuti speciali del dvd di “Mulholland Drive” (Special Edition).
[2] Tratto dal saggio di Sigmund Freud “L’interpretazione dei sogni”, 1970, Newton Compton.

About Vincent

Vincent
Sono così aggrovigliato tra i miei peccati da non poter fuggire