La teoria del tutto

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la teoria del tuttoNei primi anni Sessanta Stephen Hawking è uno studente di cosmologia di Cambridge determinato a trovare una spiegazione semplice ed eloquente per l’universo. Anche il suo mondo privato gli si rivela quando si innamora di una studentessa di lettere, Jane Wilde. Ma nel pieno della giovinezza la sua vita è travolta dalla diagnosi di una malattia dei motoneuroni che gli compromette movimento e linguaggio, lasciandogli, secondo i primi referti, solo due anni di vita.

Ultimo recupero pre-Oscar doveroso: dopo American Sniper e The imitation game non potevo esimermi da andare al cinema per questo La teoria del tutto, ennesimo biopic candidato quest’anno a diversi Academy Award incentrato sulla figura di Stephen Hawking, il fisico/cosmologo britannico celebre sia per le teorie scientifiche su buchi neri e sull’origine dell’universo (roba che Interstellar non sarebbe stato scritto senza di lui eh eh) che suo malgrado per l’immobilità fisica a cui è da anni costretto.

La sua figura è certamente molto cinematografica perché può parlarci trasversalmente di diverse tematiche a mio modo di vedere molto interessanti: la malattia, l’immobilismo, la fama, il senso della scienza, Dio e naturalmente l’amore. Questi argomenti sebbene trattati all’interno del film non vengono approfonditi in maniera sufficiente, lasciando quel senso di “incompletezza”, di “occasione mancata” un po’ come mi era successo nella visione di The imitation game. Da sempre ateo Hawking ha passato praticamente l’intera sua esistenza da scienziato a cercare di capire l’universo e l’origine delle cose dal suo punto di vista privo di un creatore in contrapposizione alle idee della moglie molto religiosa; questo aspetto a mio parere avrebbe potuto essere benissimo la spina dorsale di questa storia, parlando un po’ più del senso filosofico che la scienza (soprattutto quella parecchio “teorica”) può avere, si poteva benissimo far ragionare lo spettatore sui temi dell’universo infinito, dell’origine di ogni cosa e di Dio, ma il tutto è stato ristretto a pochi scambi di battute molto “materiali” tra i protagonisti. Ho avvertito con questo ed altri passaggi quasi un’esigenza di raccontare una storia per quella che è, senza la volontà di tirarne fuori un senso “altro”, qualcosa di più profondo che facesse spalancare gli occhi allo spettatore.

Idem per quanto riguarda l’infermità dello scienziato e la sua battaglia per resistere a tutti i suoi gravi problemi di salute (dati naturalmente per il 90% dalla malattia del motoneurone che ha sostanzialmente distrutto tutti i suoi muscoli), un aspetto che era bastato come unico per fare un film meraviglioso e incredibile come Lo scafandro e la farfalla e che qui viene ridotto ancora una volta ad un susseguirsi di stati di salute raccontati in maniera un po’ sterile.

Manca insomma quello che nella logica di un film io chiamo “il sentimento”, l’anima del lavoro. Magari anche il libro da cui è tratto tratto (la biografia scritta dalla moglie di Hawking , “Verso l’infinito”) non faceva trasparire certi aspetti, ma ho trovato il tutto troppo “secco”, anche quando si parla dell’amore dei protagonisti. E sì che ci sarebbe stata tanta di quella carne al fuoco da far piangere il mondo intero, ma il registro che James Marsh ha voluto dare è stato tutt’altro che toccante.

L’unico sforzo che a mio parere è stato fatto registicamente è stato quello di ammiccare un po’ mettendo qua e là dei filtri particolarmente “Instagram” alle riprese, inquadrature e movimenti di macchina volutamente (anzi, io direi “forzatamente”) particolari e vabbè, le classiche scenografie alla case e country. Quindi ok, direi che qui l’unico vero colpevole per la mancata riuscita (nel senso completo) del film è il regista!

Sì perché andando all’altro aspetto saliente del lavoro ovvero l’interpretazione del protagonista da parte di Eddie Redmayne, devo alzare le mani. Una nomination all’Oscar davvero meritatissima, una resa incredibile del personaggio con la sua fisicità imperfetta e quelle espressioni sintomo della malattia che davvero hanno tenuto in piedi da sole un film che altrimenti sarebbe stato solo la brutta fotografia di una vita straordinaria. Sulle altre interpretazioni non dico assolutamente nulla perché tra personaggi non così interessanti e attori non così bravi, il risultato non mi ha fatto certamente urlare “al miracolo”. Il senso finale che mi ha lasciato in testa questo lavoro è un po’ come quando hai per le mani un bellissimo vassoio di pasticcini ma non puoi mangiarli perché sei a dieta…una terribile occasione mancata!

Chiudo con una piccola nota di “gossip cinematografico”: uno degli altri candidati all’Oscar come miglior attore di quest’anno ovvero il grandissimo Benedict Cumberbatch con il suo ritratto di Alan Turing in “The imitation game” (già citato 3 volte in questa recensione!) , nel 2004 aveva interpretato Hawking in una serie televisiva. Direi che sarebbe molto interessante fare un raffronto tra quanto fatto da uno e dall’altro nel fare il ritratto di un personaggio così complesso e interessante…da recuperare.


LA TEORIA DEL TUTTO

The Theory of Everything

James Marsh, Regno Unito 2014, 123′
VOTO (max 5)

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Creatore, curatore, amministratore, webmaster e in sostanza dittatore supremo e monarca assoluto di The Ed Wooder. Amo darmi alla latitanza quando il tempo me lo permette.