Cannibal Holocaust

Letto 2885 volte

cannibal_holocaustLa pellicola maledetta, il film vietato in 28 paesi del mondo, apice dell’orrore e oggetto di culto, croce e delizia del cinema italiano. Oggetto di cause legali e minacce di morte:Cannibal Holocaust è il boccone amaro di ogni cinefilo inesperto e lo spartiacque che distingue i consumatori del cinema dell’horror tra Casual ed Hardcore.

Quello che ci apprestiamo ad analizzare è sia un prodotto di efferata crudeltà che non trova scusanti sia un film poetico e ferocemente critico che si discosta per maturità da tutti gli altri prodotti del genere Cannibal e dallo splatter in generale.

Correva l’anno 1979 e la produzione cinematografica italiana andava forte sfornando prodotti di consumo di serie b a basso costo che oltre ad incassare una quantità spropositata di denaro sbarcavano sul mercato estero con gioia di giovani pischelli come Eli Roth, Quentin Tarantino, Robert Rodriguez e Robert Bartleh Cumming (meglio conosciuto come Rob Zombie) che in futuro avrebbero omaggiato tali produzioni  nei loro prodotti cinematografici bruciando incensi a registi come Umberto Lenzi, Enzo G. Castellari, Sergio Martino, Mario Bava e Lucio Fulci che in patria non hanno avuto lo stesso trattamento essendo stati picchiati selvaggiamente da critica e da un pubblico non troppo fedele.
Fra di essi, che possono vantare una grande produzione già nell’anno sopracitato, spunta il nome di un regista romano: Ruggero Deodato che nella sua carriera ha diretto di tutto e di più da spot pubblicitari a fiction anni ottanta di liceali fino ad arrivare ai B-Movies ed è questo il campo che ci interessa: Deodato è famoso per impietosità delle scene e realismo estremo che trovano la massima espressione in un prodotto ormai oggetto di culto: Cannibal Holocaust.
Il successo del suo precedente film, Ultimo mondo cannibale che dalla sua aveva un’ottima fotografia esotica, dell’erotismo, dell’avventura e una brutalità selvaggia non indifferente aveva stuzzicato i palato del pubblico in cerca di emozioni forti. Questo diede al regista romano la possibilità di lavorare ad un progetto molto personale e molto ambizioso che lo porterà alla gloria ma quel tipo di gloria di cui fu vittima Tod Browning. Di cosa si tratta? vediamolo subito

Dopo i titoli di testa in sovraimpressione ad una bellissima panoramica aerea della foresta amazzonica con il contrappunto musicale del compositore premio oscar (Mondo Cane 1962) Riz Ortolani  il film ci catapulta per le strade di New York, un giornalista ci parla dalla grande mela di una imminente spedizione nel cuore dell’inferno verde (L’amazzonia appunto) per recuperare un gruppo di giovani ed ambiziosi documentaristi d’assalto che sembrano svaniti del cuore della giungla.
A capo dello sparuto manipolo di soccorritori c’è l’antropologo Harold Monroe che assieme alla guida priva di scrupoli Gecko e al meticcio Miguel riesce a seguire l’esatto percorso dei documentaristi venendo a contatto con tribù impaurite dai tre che vengono di volta in volta persuase a cessare le ostilità grazie alle conoscenze scientifiche di Monroe che rispettando i loro costumi riesce a dedurre che i documentaristi scomparsi abbiano commesso atroci delitti.
I suoi sospetti trovano fondamento quando, dopo aver guadagnato il favore della tribù degli Yanomamo, dopo averli aiutati in uno scontro contro i rivali Shamatari, Monroe viene condotto ai resti dei documentaristi: un orrendo simulacro di ossa e cineprese sventrate dalle loro pellicole che viene visto come qualcosa di maledetto. Monroe riesce con un’espediente a riprendere le pellicole per consegnarle alla emittente televisiva che ha finanziato le due spedizioni.
Viene dunque proposto di trasmettere in diretta le bobine dei documentaristi come ultimo documento sensazionale dello scomparso Alan Yates e della sua crew (la fidanzata Faye e gli amici Jack e Mark). Monroe però è cauto e afferma che forse la morte dei documentaristi è stata causata da barbarie commesse dagli stessi e non dai selvaggi e propone di visionare le pellicole.
Ciò che viene mostrato dai documenti è una serie di barbarie inenarrabili commesse dal gruppo che, una volta persa la loro guida, si limitano a commettere delitti su delitti per creare il documentario shock per eccellenza fra cui l’incendio di un villaggio, il ferimento di alcuni indio e ancora peggio lo stupro e l’impalamento di una ragazzina. Tutto viene filmato fino alla fine, nemmeno nel momento in cui perdono definitivamente la via e ad uno ad uno vengono catturati e fatti a brandelli dagli Yanomamo la telecamera smette di riprendere. Le ultime parole di un esanime Alan Yates al suo collega Mark Tomasso sono proprio: CONTINUA A GIRARE!
I produttori disgustati decidono di cestinare il film e il professor Monroe uscendo dagli studi fra se e se si limita a dire “mi chiedo chi siano i veri cannibali”.
Una scritta finale ci informa che il proiezionista che doveva cestinare i materiali li ha invece venduti guadagnando molto. Questa ultima nota fu messa per dare al film il tocco di verità shock che Deodato cercava freneticamente, lo ha trovato? Prima parliamo del comparto tecnico

Oltre alle musiche di Riz Ortolani, contrappunto struggente che rende le scene ancora più forti, il film gode di una fotografia eccellente. L’inferno verde è opprimente e pericoloso e l’orrore può giungere in ogni momento, un orrore vivido senza un eccessivo montaggio virtuoso (fatto di piani macelleria e telecamere impazzite che tanto hanno fatto la fortuna di Lucio Fulci) che guarnisce la scena con un tocco Snuff che ci fa accapponare la pelle e annodare le budella, tanto che il sollievo quando il viaggio giunge al termine ci permette di tirare un sospiro di sollievo che non dura molto. Se durante il primo viaggio dovevamo confrontarsi con una natura selvaggia e brutale e con un orribile sensazione che qualcosa di truce sia accaduto, durante il nostro secondo viaggio veniamo sconvolti dal constatare che le persone che tanto abbiamo cercato erano in realtà peggiori della legge di natura che vige nella giungla: insensibili alle civiltà primitive, crudeli e desiderosi solo di portare a casa un documentario d’impatto senza alcuna valenza scientifica. La seconda parte che a spezzoni ci mostra il viaggio nell’inferno verde dei quattro documentaristi è frutto di un lavoro certosino di montaggio da parte di Deodato che voleva a tutti i costi dare il tocco realistico al tutto e ci riesce attraverso dei fantastici espedienti (il sonoro che va e viene, problemi di messa a fuoco, immagini di pochi fotogrammi girate per sbaglio, l’attenzione maniacale a chi tiene la telecamera, graffi sulla pellicola e altro ancora…) e fra gli spezzoni di rara brutalità delle pellicole abbiamo delle parti cittadine di Monroe con i produttori che hanno l’effetto rinfrescante di un sorbetto al limone fra una porzione e l’altra di orrore in modo da permetterci di riposare i nervi ma anche di ripartire e venire scioccati di nuovo in pompa magna.
Da dire che Cannibal Holocaust fu il primo vero esperimento del genere Cam che poi venne plagiato da The Blair Witch Project (i produttori e Deodato stesso fecero causa ai creatori del sunnominato film sostenendo che la struttura e molte riprese era pari pari prese dal film di Deodato sostituendo le scene scabrose con più leggeri espedienti di paura. La causa fu vinta da Deodato ma ancora oggi il capostipite dei cam movies secondo i critici ITALIANI rimane TBWP dimenticando Cannibal Holocaust come ci si dimentica di un brutto incubo) che diede il via ad un sacco di esperimenti riusciti o meno (Diary Of The Dead è molto ben fatto ad esempio con molta attenzione per i dettagli, Cloverfield fatica a decollare all’inizio, tiene incollati allo schermo ma alcune imperfezioni lo hanno portato a diventare una parodia da parte di South Park).
Il film fu girato il loco, ovvero nella foresta amazzonica stessa con una crew molto rilassata e una larga libertà data agli attori che, per rendere la spontaneità, fu concessa molta improvvisazione che portò ad un maggiore realismo ma diede vita ad alcune scene che poi vennero incriminate di crudeltà verso gli animali (Luca Barbareschi che spara ad un maialino, Le scimmie decapitate, La tartaruga ecc…sono tutti animali vivi trovati sul posto e poi a detta del regista cucinati e mangiati per pranzo) a cui dovette rispondere Deodato in persona durante il processo. Per la prima del film il regista romano decise di far sparire gli attori in modo da far credere al pubblico che fosse tutto vero salvo poi farli tornare e iniziare la critica contro l’oggetto vero e proprio del suo film: I documentari shock (oltre ai capostipite Mondo Cane ci sono da nominare ultime grida dalla savana che ha mostrato morti vere ed inscenate e nudo e crudele che con espedienti  e scene recitate ha portato teorie razziste su popolazioni sottosviluppate) e la corsa selvaggia agli ascolti (lo stesso deodato ha sempre affermato che il cinema di consumo subisce forti pressioni per la censura che non vengono applicate ai documentari che possono mostrare scene efferate anche se alle volte sono fittizie e ha affermato che pur di avere più share i produttori sarebbero disposti ad uccidere la gente in diretta).
Purtroppo l’espediente funzionò fin troppo bene: la gente ne rimase shockata, le pellicole vennero sequestrate e Deodato ricevette diversi avvisi di garanzia anche a seguito del Fonico traditore (come venne chiamato nelle interviste) che per avere 5 minuti di gloria affermò al mondo che era Deodato stesso l’assassino e citando le sue parole “é un folle, uccide la gente sul set, è un pazzo ossessionato dal realismo”. Non venne aiutato molto nemmeno dai trascorsi di Robert Kerman (che interpreta il professor Monroe) che era famoso per essere un pornoattore (!). Ovviamente nulla di ciò detto dal fonico traditore era vero e Ruggero potè provarlo richiamando gli attori dal loro anonimato e discolparsi delle accuse più gravi. Fu però condannato per crudeltà verso gli animali e ricevette minacce di morte dalla Colombia dopo che nella sua pellicola veniva mostrata la pratica barbara della caccia all’indio (mostrata senza ripercussioni di sorta già in ultime grida dalla savana nel 1975 mescolando riprese vere a riprese finte) Il film venne riproposto l’anno seguente (1980) con oltre 30 minuti di tagli e rimasto per anni oggetto di scambi clandestini e copie pirata. Solo negli ultimi 5 anni restaurato in una bellissima edizione della Alan Young Pictures che comprende diversi succulenti contenuti fra cui il commento del regista e un bellissimo documentario che segue passo passo la genesi del film fino ai suoi problemi legati più un piccolo Easter Egg che sicuramente gli spettatori apprezzeranno.
Concludendo Il film è per stomaci forti ma può essere visto sia come un exploitation, sia come un magistrale lavoro tecnico ma soprattutto come un film di critica sociale che ha anticipato i tempi (la televisione verità, i reality e altre disumane crudeltà su pellicola dopo questo film verranno viste sotto una luce tutta nuova) e punta il dito direttamente sullo spettatore che non è mai sazio di orrore.
Ottimi gli attori che sono spontanei al massimo e Roger Kerman che ispira simpatia dall’inizio alla fine.
Citando le parole testuali di Ruggero Deodato: “Ci misi una cura maniacale in quel film perchè tutto fosse perfetto, ho strisciato addirittura la pellicola per che tutto fosse più veritiero”
Questo a mio avviso rende perfettamente l’idea di quanto questo lavoro di artigianato meriti di essere visto.
Infine è doveroso citare per i più attenti ai dettagli l’interpretazione del giovanissimo e sanguinario Luca Barbareschi, i cameo del Fonico traditore nella scena della partenza dei quattro documentaristi (è il tecnico del suono con la barba) e di Paolo Paoloni (il megadirettore galattico Fantozziano) come presidente del Network
Non c’è molto altro da dire se non augurarvi una buona visione al di fuori dei pasti e possibilmente in religiosa solitudine e silenzio.

CANNIBAL HOLOCAUST
Ruggero Deodato, Italia 1979/1980, 91′
VOTO (Max 5)
8

About Marco De Lazzer

Marco De Lazzer
Il Fascino del male su pellicola parte dal fatto che c'è più poetica nello splatter che in una storia d'amore.