La moglie di Frankenstein

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“She’s alive…ALIVE!”

In un pomeriggio buio e tempestoso (davvero!) ho deciso di riguardarmi questo altro super classico della Universal Pictures diretto da James Whale nel 1935, regista che in quegli stessi anni aveva contribuito con il suo primo Frankenstein (1931) e con L’uomo invisibile (1933) alla creazione del famoso gruppo di “mostri della Universal”.

Il rischio che potevo vedere nella pellicola era di fare un semplice “Frankenstein 2”, nel senso che visto il successo del primo film era cosa assolutamente verosimile. Ma devo dire che no, sarà per una cosa sarà per l’altra ma questo secondo capitolo della storia risulta essere più interessante, girato meglio, con più idee, e, se si può dire di un film di questo genere (e in quegli anni), pure un filo più profondo.

Il lavoro inizia con un incipit molto interessante perché prende direttamente spunto dalle reali vicende che hanno portato alla scrittura del libro “Frankenstein o il moderno Prometeo” del 1818, che è stato alla base di tutto. Troviamo in una sfarzosa dimora a proteggersi da una notte piovosa il famoso poeta inglese Lord Byron insieme al suo collega Percy Shelley; con loro la giovanissima moglie di Shelley, Mary Wollstonecraft Godwin, conosciuta ai più con il suo cognome da sposata (Mary Shelley appunto). Leggenda vuole che quella notte e nei giorni in cui i tre stettero insieme, la scrittrice ebbe l’ispirazione per raccontare la storia del dottor Frankenstein e del mostro da lui creato. Nel romanzo non viene assolutamente menzionata la figura di una ipotetica moglie del mostro, quindi in questo prologo vediamo la Shelley che dopo aver scritto delle vicende già narrate (e sintetizzate da Lord Byron con tanto di scene del primo film, come succede nelle migliori soap opera e il loro “nelle puntate precedenti”) decide di raccontare ai due come prosegue la storia.

Si parte quindi con la storia vera e propria, che ho potuto apprezzare da subito perché a differenza del precedente capitolo vuole riallacciarsi (diciamo che ci prova!) al romanzo, dando un po’ più di contenuto e sottolineando quello che doveva essere il messaggio centrale di tutto: non spaventare, ma avvertire l’uomo di quello che succede quando si vuole “giocare a fare Dio”. Nel primo film tutto questo aspetto è quasi del tutto inesistente mentre qui la questione viene sottolineata più volte sia dalla stessa Shelley (che introduce la nuova storia partendo esplicitamente dalla morale della prima) ma anche dalle parole del dottor Frankenstein, che troviamo molto pentito per aver profanato la vita andando contro Dio, sebbene nel suo essere fosse ben compiaciuto di cosa la sua genialità medica lo aveva portato a fare.

Questo compiacimento nel corso della pellicola diventerà più importante del senso di colpa (per la serie “i personaggi non hanno imparato la morale del primo film”) fino spingerlo, grazie anche all’insistenza del suo ex insegnante e ora collega dottor Pretorius, a riprendere in mano l’idea di dare la vita ad un corpo morto. Questo potrebbe sembrare un semplice “reload” di quanto visto in Frankenstein, ma io c’ho visto ben altro: la creazione del topos horror dello scienziato pazzo. Nel primo film il dottore aveva semplicemente una visione, un sogno scientifico da realizzare magari anche con intenti benevoli. Qui vediamo invece come sia lui che il dottor Pretorius sono talmente inebriati dal successo dei loro esperimenti da fare ragionamenti che vanno ben oltre un ragionare “sano”, come il pensare di essere degli strumenti di Dio per la creazione di una nuova razza per creare “un nuovo mondo di divinità e mostri”, citando la pellicola, dove se i mostri è chiaro chi siano, le divinità diventano automaticamente loro. Deliri da scienziati pazzi insomma!

Il libro viene approfondito anche nella figura stessa del mostro, che ci viene presentato in maniera più chiara e approfondita come una creatura fondamentalmente buona che diventa violenta e reagisce solo nella misura in cui la società lo tratta come mostro. Le immagini di lui in mezzo ai boschi e del rapporto che crea con un cieco (l’unico quindi che non vedendolo lo tratta come un normale essere umano) richiamano la volontà della Shelley di sostenere le teorie del filosofo Rousseau, secondo cui ogni uomo nasce buono per poi venire corrotto dal contatto con un mondo “cattivo”. Questo aspetto era appena sfiorato nel primo film e sono molto contento di averlo visto in maniera così chiara sullo schermo, anche se per mostrare l’essenza fondamentalmente infantile del mostro ci vengono presentate delle scene non dico ridicole, ma che comunque più che commuovere fanno venire più di un sorriso.

Il che potrebbe essere stata anche una scelta voluta dal regista, visto che al di là del mostro che fa tenerezza provando a parlare e che al contempo fa scappare una mezza risata, c’è anche la figura di Minnie, una governante della moglie del dottor Frankenstein che risulta essere un personaggio volutamente comico, che “ammazza la tensione” e che ci porta ad un film non così cupo come poteva essere.

A livello di fattura il lavoro mi è piaciuto molto di più del primo, sia per le scenografie molto più ampie ed imponenti (immagino che il budget a disposizione fosse più importante visti i precedenti successi del regista) sia a livello di macchina da presa, con inquadrature e movimenti di macchina di gran lunga più interessanti e “moderni”, e che hanno sicuramente influenzato tutto il cinema horror successivo.  Sempre a livello tecnico devo fare anche una menzione per il trucco e gli effetti speciali, davvero ben fatti e per nulla fuori luogo se pensiamo che ho riguardato il film giusto ad 82 anni dalla sua uscita.

Concludo con alcune chicche: anche in questo film nei titoli di testa c’è la lista di tutti gli attori, ma quando si arriva alla protagonista del titolo rimane il mistero con un “The monster’s Mate…?” e quel punto di domanda già usato con Boris Karloff nel primo capitolo (mentre qui il suo nome capeggia quasi alla pari di quello del regista). Alla prima visione del personaggio vediamo però che si tratta chiaramente dell’attrice che nel prologo impersona Mary Shelley, ovvero Elsa Lanchester.

La capigliatura della “moglie di Frankenstein” è diventata quasi cult quanto l’aspetto del mostro: la ritroviamo in The Rocky horror picture Show, in Frankenstein Jr. , ed è richiamata da Tim Burton in diversi suoi film (leggi qui).

Altra cosa a cui non ho fatto subito caso è che il titolo della pellicola è “La moglie di Frankenstein”, in originale “Bride of Frankenstein”, che sembra naturalmente alludere al fatto che sia presentata una moglie per il mostro, non per il dottor Frankenstein. Quando generalmente parliamo di “Frankenstein” tutti pensano naturalmente e direttamente “al mostro creato dal dottor Frankenstein”, che però ricordiamolo, sia nel libro che nei primi film è chiamato semplicemente “il mostro”; con questa e con altre piccole “sviste” si è arrivati a sovrapporre completamente a livello di nome il mostro con il suo creatore.


LA MOGLIE DI FRANKENSTEIN

Bride of Frankenstein
Jame Whale, USA 1935, 75’
VOTO (Max 5)

About ilpina

ilpina
Creatore, curatore, amministratore, webmaster e in sostanza dittatore supremo e monarca assoluto di The Ed Wooder. Amo darmi alla latitanza quando il tempo me lo permette.