La grande bellezza

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la_grande_bellezza.png Ok, che l’odio dell’intero universo mi sommerga. Molto in controtendenza posso dire che questo ultimo lavoro di Paolo Sorrentino candidato peraltro agli Oscar come miglior film straniero, non mi è piaciuto. O almeno non più di tanto.  La cosa mi rattrista, come mi rattrista particolarmente il fatto di non essere riuscito a causa delle 820.000 cose che devo seguire a vederlo al cinema. Sarà stata la visione a casa, sarà stata la stanchezza, “sarà quel che sarà”…ma La grande bellezza non mi ha colpito. Ma andiamo con ordine, qui sotto trovate la “trama”…

Roma si offre indifferente e seducente agli occhi meravigliati dei turisti, è estate e la città splende di una bellezza inafferrabile e definitiva. Jep Gambardella ha sessantacinque anni e la sua persona sprigiona un fascino che il tempo non ha potuto scalfire. È un giornalista affermato che si muove tra cultura alta e mondanità in una Roma che non smette di essere un santuario di meraviglia e grandezza.

La cosa che mi ha fatto maggiormente storcere il naso è il continuo rimando a Fellini. Ok, siamo in Italia, ok la tradizione, ok tutto…ma questo film è una sorta di fusione tra “Roma” e “La dolce vita” , non ci sono storie. La solennità di alcune inquadrature, i giri di macchina, l’andamento posato, i grandi silenzi, il mettere in mostra in maniera quasi onirica i personaggi di contorno, la presenza di suore, nani, signore impellicciate…in due parole, “Federico Fellini”. Aggiungiamo poi la tematica della “Dolce vita” romana, che qui risulta esserne quasi un proseguimento ideale: le feste, i party, il rumore di tutta questa gente è ritratto della povertà interiore delle persone in una società decadente se non già decaduta. Un proseguimento ideale del film di Fellini che però viene ripreso a mio modo di vedere pure troppo da un punto di vista visivo e in parte contenutistico.

E che male c’è?” si potrebbe dire…Tarantino passa la vita a prendere ispirazione (ergo “copiare” spesso e volentieri) e nessuno gli dice mai nulla. La differenza a mio parere (che sottolineo, è del tutto questione sentimentale per me) è che il regista americano dall’altra parte dell’oceano cita film molto lontani da lui, e spesso e volentieri film non del tutto apprezzati dalla critica. Il dare lustro e importanza a film come “Milano Calibro 9” o “Lo chiamavano Trinità” giusto per citarne due, ha un senso profondo a mio parere, valorizza lavori che non si sarebbe guardato nessuno con l’occhio giusto. Ma qui Sorrentino prende in ballo in Italia IL regista italiano per antonomasia, non citando solo piccole cose, ma prendendo a piene mani il suo stile, facendolo proprio. E questo secondo me non ha molto senso, soprattutto da parte di un regista originale e in gambissima come lui (per me rimane comunque il nostro miglior regista attualmente, insieme a Salvatores e Virzì).

Non stupisce quindi la candidatura agli Oscar, perché gli americani questo vogliono da noi, l’italiano che ripete sé stesso con le sue tipicità, anche cinematografiche. Per vendere in America non dobbiamo essere originali ma dare quello che loro vogliono vedere, alias ”l’italiano bella vita”, l’italiano che sdrammatizza, l’italiano che soffre ma con spirito.

Detto tutto ciò rimane innegabile l’incredibile fattezza registica del lavoro. Tecnicamente è davvero ineccepibile! Adoro i movimenti di macchina di Sorrentino come adoro le sue inquadrature, la sua ricerca dello stupore, la sua volontà di dare un senso alle parti più dinamiche come a quelle più lente, pensate o addirittura oniriche. Naturalmente non c’è nulla da dire su Toni Servillo, che riesce anche questa volta a dare vita ad un personaggio cult in sé, un successo annunciato anche solo dalla sceneggiatura. La sua parlata, le sue espressioni, quel perenne senso di vuoto interiore che riesce a trasmettere fanno davvero la differenza. E debbo dire di aver apprezzato tutto il cast, soprattutto Carlo Verdone e Sabrina Ferilli, che adoro, ADORO quando fa parti diciamo “più aderenti” al suo essere, con la parlata romanesca e utilizzando questa sua bellezza un po’ artificiale che data l’età si condisce di volontà di sedurre ancora nonostante siano passati gli anni.

A livello di contenuti invece il film mi pare a volte un po’ povero, nel senso che il senso profondo della pellicola può essere intuito quasi fin da subito; la storia infatti si snoda non tanto su avvenimenti e fatti “forti” come se si trattasse del classico drammone da nord Europa, ma da tante piccole situazioni che compongono un quadro finale chiaro fin da subito. Detta in parole povere, non ce la raccontiamo: per moltissimi il film gira un po’ a vuoto, gira su sé stesso e sul finale risulta quasi inconcludente. Il che non è necessariamente un male ed anzi, visti gli ultimi lavori risulta essere quasi un marchio di fabbrica per Paolo Sorrentino.

La grande bellezza, sottolineata nel suo essere soprattutto dagli incantevoli titoli di coda, è alla fine della fiera un film davvero molto bello (un 4/5 come voto non è poco per i mie standard!), ma non certo il massimo che un regista come Sorrentino potesse dare. A ogni modo credo che lo riguarderò visto il gran parlare che ha fatto e sta facendo di sé (considerando anche che pure il “Roma” di Fellini la prima volta non mi era piaciuto per nulla).

LA GRANDE BELLEZZA
Paolo Sorrentino, Italia 2013, 142′
VOTO (Max 5)

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Creatore, curatore, amministratore, webmaster e in sostanza dittatore supremo e monarca assoluto di The Ed Wooder. Amo darmi alla latitanza quando il tempo me lo permette.