La forma dell’acqua – The Shape of Water

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Allora, sarà difficile scrivere qualcosa di obiettivo perché adoro il buon Guillermo Del Toro dai tempi di “La spina del diavolo” (2001), e con gli anni non ho fatto altro che innamorarmene sempre di più. Dal 2004 in poi è riuscito a sfornarmi 6 film (dei quali almeno due capolavori) che mi hanno fatto sentire di nuovo dentro una “casa” cinematografica, una casa fatta di fiabe, di racconti semplici ma incisivi, di mostri e di diversità, di amore per la poesia e per il gotico,  di contenuto ma anche di immagine, una casa che negli anni era stata lasciata sprovvista di un proprietario dopo la botta in testa presa da Tim Burton. Timmy ti prego, torna!

The Shape of water è la quintessenza di Del Toro, è la somma e la sintesi della sua visione da regista, un lavoro da lui scritto (soggetto e sceneggiatura), diretto e prodotto che trasuda autorialità in ogni fotogramma e che, neanche a dirlo, mi è piaciuto da morire. Ed evidentemente non solo a me viste le 13 candidature agli Oscar di quest’anno tra le quali miglior film, miglior regia e miglior sceneggiatura originale.

Trama:”USA,1963. A causa del suo mutismo, l’addetta alle pulizie Elisa si sente intrappolata in un mondo di silenzio e solitudine, specchiandosi negli sguardi degli altri si vede come un essere incompleto e difettoso, così vive la routine quotidiana senza grosse ambizioni o aspettative. Incaricate di ripulire un laboratorio segreto, Elisa e la collega Zelda si imbattono per caso in un pericoloso esperimento governativo: una creatura squamosa dall’aspetto umanoide, tenuta in una vasca sigillata piena d’aqua. Eliza si avvicina sempre di più al ‘mostro’, costruendo con lui una tenera complicità che farà seriamente preoccupare i suoi superiori”.

Tra i lavori candidati all’Oscar come miglior film di quest’anno quelli che mi hanno certamente colpito di più sono stati Dunkirk di Christopher Nolan e Chiamami con il tuo nome del nostro Luca Guadagnino. Sono film che metto assolutamente sullo stesso piano e che rappresentano a mio modo di vedere delle eccellenze ciascuno per il proprio modo di raccontare una storia: Nolan ne ha preso una storica/reale e l’ha sublimata in un film pulito (nonostante il tema), ragionato, preciso, affascinante ma al contempo algido (non in senso negativo!); Guadagnino invece ne ha presa una molto semplice e ha fatto l’operazione inversa, puntando ad un realismo sensoriale senza pudori molto più caldo e (passatemi il termine) “sporco”, per far vivere le esperienze dei protagonisti. In poche parole il primo l’ho amato con la testa, il secondo con i cinque sensi. Del Toro in tutto questo rappresenta per me una sorta di terza via: quella che parla al cuore, quella che con l’espediente della fiaba che ci fa tornare bambini, va a colpire direttamente il sentimento, utilizzandolo assieme alla fantasia come strumento per farci ragionare sul nostro presente.

Il film benché ambientato in America negli anni ’60 tra tensioni sociali con le persone di colore e l’avanzante guerra fredda con l’ex URSS, è coperto da una patina fiabesca sia dal punto di vista visivo (meravigliosa la fotografia di Dan Laustsen che gli è valsa una nomination all’Oscar) che da quello della trama, viene tutto passato come se si stesse raccontano una storia ad un bambino in cui non ci sono dettagli realistici sui quali fare attenzione o personaggi sfaccettati e complessi: i “buoni” sono personaggi che di carattere ma anche fisicamente ispirano una immediata empatia, mentre i “cattivi” sono deprecabili sotto ogni punto di vista, non si possono salvare in alcun modo. La protagonista Elisa è l’apice di tutto questo,  persa nel suo mondo di sogni e capace di cullarsi nei pensieri più dolci anche con alle spalle un palazzo in fiamme. È una persona con mente e cuore su un altro livello che riesce a vedere la bellezza nelle piccole cose e la semplice essenza di questo mondo con una naturalità che non può che affascinare (ricorda un po’ la Amélie del celebre film di Jean-Pierre Jeunet, da cui Del Toro ha sicuramente preso ispirazione).

Non stupisce quindi la semplicità e la normalità con cui la ragazza riesce ad entrare in contatto e successivamente ad innamorarsi della creatura (chiaramente ispirata al famoso “Mostro della laguna nera” dell’omonimo film di Jack Arnold ,1954) , perché in barba alla logica e all’anatomia umane il messaggio che questo lavoro vuole mandare è quello di un amore universale, l’amore che trascende ogni tipo di diversità comprese le più difficili da comprendere. L’amore come l’acqua non ha una forma, le persone non si innamorano le une delle altre solo per quello che è il “guscio” esterno di ciascuno, ma per quello che c’è dentro. La morale di questa meravigliosa fiaba (anche se di solito erano le favole ad averla) è che la vera “forma dell’acqua” è la sua stessa essenza, l’acqua come l’amore è tale indipendentemente dal suo contenitore. Un messaggio a mio modo di vedere molto moderno oltre che meraviglioso, certamente un po’ abusato negli anni ma sempre attuale.

Il regista per non lasciare che il senso della storia venisse solo avvertito decide comunque di metterlo nero su bianco parlando oltre che della poetica storia tra i due protagonisti anche di altre diversità. Il migliore amico nonché dirimpettaio di Elisa è infatti un vecchio omosessuale che da tutta una vita cerca di trovare qualcuno da cui poter essere amato, mentre la sua amica e collega Zelda (ed anche alcune comparse come si vede chiaramente in una scena) essendo di colore deve sopportare di essere vista come una persona di serie B, qualcuno che solo per il proprio colore della pelle può essere discriminato. Del Toro ci va giù abbastanza pesante come è giusto che sia, sottolineando senza mezzi termini la piccolezza degli uomini che non accettano l’esistenza al mondo di persone diverse da loro, mostrandoceli come fondamentalmente vuoti, privi di giustificazioni, inutilmente ostili nei confronti degli altri.

L’originalità di questa storia poetica e fiabesca sta anche in alcuni “inserti” che mi sono piaciuti non poco e che l’hanno completata dandole le giuste sfaccettature per scongiurare il pericolo di farla sembrare un film Disney. Anzitutto il film è percorso da una certa ironia di fondo, ironia per nulla leggera o di quelle abusate. C’è poi il classico aspetto macabro/gotico che è cifra onnipresente nelle pellicole del regista e che anche qui fa la sua porca figura, e per finire c’è un elemento di sensualità (anche realistica) particolarmente nuovo che non ricordo di aver visto in altre sue pellicole. Un mix molto funzionale e funzionante di suggestioni, stili e toni diversi che hanno permesso ad una storia altrimenti troppo seria e a tratti troppo classica di guadagnare una marcia in più.

A livello tecnico un ruolo centrale è riservato alle meravigliose musiche di Alexandre Desplat, che più che una mera colonna sonora sono un commento quasi visivo alle scene, hanno una potenza incredibile nel trasferire quel senso di mistero e di romanticismo e non potevano che essere candiate agli Oscar quest’anno. Sempre parlando di Oscar un’altra delle 13 candidature (tutte meritate!) è quella di Luis Sequeira per i costumi, quello del mostro è una cosa davvero fuori misura dalla bellezza! E ringrazio Del Toro che in una Hollywood sempre più propensa all’effetto speciale ha deciso di limitare al massimo l’utilizzo del computer dando così vita ad una creatura realistica, molto ma molto più che tante merd*ate (scusate il francesismo) fatte in CGI. Idem le scenografie (o meglio i “set fisici”) di Paul D. Austerberry, Jeff Melvin e Shane Vieau che to’ guarda hanno ricevuto anche loro una nomination dall’Academy quest’anno…tornando a quanto dicevo a inizio recensione, caro Tim Burton ricordati che tu vieni da qui, vieni dalla scuola dei teatri di posa, dei costumi reali , degli animatronics, altro che effetti visivi digitali e fondali verdi (scusate la parentesi, ho il dente avvelenato se non si fosse capito ah ah).

Tra gli attori oltre alla bravissima protagonista Sally Hawkins candidata all’Oscar come miglior attrice protagonista per questa parte (bravissima a maggior ragione non potendo parlare!) ho molti nomi da ricordare: il dirimpettaio Giles è interpretato da Richard Jenkins (candidato Oscar come miglior attore non protagonista) a cui sono affezionato per la serie “Six Feet Under”;  il dottor Hoffstetler è interpretato da un ottimo Michael Stuhlbarg, che ricordo soprattutto come protagonista di A Serious Man dei fratelli Coen ma che (sottolineo) quest’anno è presente in altre due pellicole candidate all’Oscar, ovvero The Post ma soprattutto in Chiamami col tuo nome in cui è davvero sensazionale; Octavia “Minnie” Spencer è invece Zelda, e non posso dire altro se non che lei è la mia big mama preferita, e che si è meritata con questo ruolo la nomination come migliore attrice non protagonista. Last but not least Doug Jones (la creatura), una vera e propria “musa” di Del Toro avendo interpretato molto dei suoi celebri mostri: è stato Abe nei due Hellboy, il Fauno e il mostro senza occhi in “Il labritino del Fauno” e un fantasma in “Crimson Peak”. Sembra una cavolata, ma avere quella presenza scenica (è alto più di due metri) e avere una mimica corpore del genere non è cosa da poco. Che cast!

E niente, mi sono innamorato di questo film.

Unable to perceive the shape of You,
I find You all around me.
Your presence fills my eyes with Your love,
It humbles my heart,
For You are everywhere


LA FORMA DELL’ACQUA – THE SHAPE OF WATER

The Shape of Water
Guillermo Del Toro, USA 2017, 119’
VOTO (Max 5)
10

About ilpina

ilpina
Creatore, curatore, amministratore, webmaster e in sostanza dittatore supremo e monarca assoluto di The Ed Wooder. Amo darmi alla latitanza quando il tempo me lo permette.