La crisi dell’horror USA

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Sembra che il cinema USA ultimamente per quanto riguarda l’horror abbia ben poco da dire, sfornando continuamente film che lasciano il tempo che trovano, tra sequel, remake, teenage horror movie, torture movie e reboot. L’altro giorno ho guardato “The Hole 3D” di Joe Dante e ne sono rimasto davvero colpito. Il perché è semplice, ho trovato della qualità cinematografica molto buona in un film “horror per famiglie” direi, o “teen horror movie” se vogliamo individuare in maniera più specifica il target di riferimento. La stranezza di tutto ciò? Stupirsi per un film solo perché di genere.

C’ho pensato ed in effetti non ha senso questa cosa; voglio dire, perché un film horror per ragazzi non può essere di qualità o addirittura autoriale? La risposta sta nel fatto che nell’ultimo ventennio (con riferimento più specifico agli anni fra il 2000 e il 2010) abbiamo assistito ad un pesante calo della qualità dei film di genere horror prodotti in America e ne siamo stati assopiti; risultano ormai lontani i ricordi di autori come Carpenter, i primi Jackson e Craven, Raimi o Romero, risulta lontano il ricordo di film horror degni di nota o da poter essere considerati buon cinema.

Ovvio che l’horror non è solo made in USA ma come si sa un’industria cinematografica se produce film di genere è perché ne ha le possibilità economiche, derivanti da un sistema cinema che deve sfornare prodotti apprezzati. E’ per questo che in Italia potevano fare film dell’orrore et similia i vari Bava, Fulci o Argento, perché le tasche dei produttori erano piene grazie ad opere con un pubblico più vasto dei vari Fellini, Leone, Antonioni etc. Ed è per questo quindi che è logico aspettarsi che i film horror vengano prodotti maggiormente dalla potenza cinematografica per eccellenza.

Ed in effetti questo avviene regolarmente, Hollywood sforna secchiate e secchiate di film di genere all’anno, come del resto faceva negli anni ’70 e ’80. La differenza? In quegli anni c’era fantasia, c’era piglio, c’erano gli autori, c’era originalità. Oggi sembra invece che il cinema americano a riguardo abbia ben poco da dire, sfornando continuamente film che lasciano il tempo che trovano. Molto probabilmente sarà colpa anche dei produttori che vedono il cinema di genere come una papabile “gallina dalle uova d’oro” dimenticando che di cinema si tratta e che sarebbe possibile puntare un po’ più in alto a livello artistico.

In questi ultimi anni c’è stata invece una corsa spasmodica alla creazione di prodotti che continuassero ad ammiccare, a strizzare l’occhio allo spettatore, creando una serie infinita di filmacci artisticamente inutili e creando involontariamente una massa di fans ormai incapaci di discernere il buon cinema dal cattivo cinema. Uno specchio per le allodole insomma, un po’ come il tanto decantato 3D.

SEQUEL
freddy vs jasonUna delle perversioni peggiori dei produttori ritengo sia la volontà di fare sequel anche se non si ha una minima idea interessante, con il solo scopo di guadagnare. Negli anni ’80/metà anni ’90 per il genere era una prassi, cosa che ha aiutato allo sviluppo di filoni (soprattutto legati allo slasher) come quelli derivanti dal primo “Halloween” di Carpenter (1979) o da “Venerdì 13” (1980). Tuttavia quelli erano anche gli anni di uscita di grandi lavori horror e similari come la trilogia di “La Casa” di Raimi (anche se l’ultimo è del ’93), “The fog”, “La cosa” e altri lavori di Carpenter, i film di Romero, il Craven di “Nightmare” o il primo Jackson.  Nell’ultima decade invece vediamo una quasi totale assenza di film horror di un certo livello ma la presenza ancora una volta di sequel sciacquati fino all’inverosimile. Penso a film come “L’esorcista – La genesi” (Renny Harlin, 2004), “Jason X” (James Isaac, 2001) o al terribile “Freddy VS Jason” (Ronny Yu, 2004) dove si mischiano due icone dell’horror anni ’80 un po’ come negli anni ’30/’40 faceva la Universal con le sue punte di diamante (es. “Frankenstein contro l’uomo l’upo”etc.).
Sempre parlando dei famosi mostri della Universal persino loro sono stati scopiazzati in maniera devo dire terribile (e per questo degna di nota) nel “Van Helsing” di Stephen Sommers (2004) dove si trova un’accozzaglia generalizzata di mostri e figure giustapposte fra effetti speciali e altra robaccia. Un disastro.

REMAKE
the ringAltro fenomeno che denota la povertà creativa di questi anni è la produzione di molti remake di film horror famosi negli anni ’70/’80, una dichiarazione implicita di incapacità di creare storie e personaggi che possano essere interessanti come quelli creati nel “periodo d’oro” per il genere. Il fenomeno è diventato tale da divenire quasi una moda, un amore per il vintage.
Di esempi ce ne sono tanti, cito i più eclatanti: “L’alba dei morti viventi” nel 2004 (remake di “Zombie” di Romero), “Amityville Horror” (2005) o “The Fog, nebbia assassina” (2005).
Interessante notare poi come i produttori e registi per sopperire alla mancanza di idee, siano andati a copiarle (nel senso più becero della parola) persino dall’Asia, cominciando una fotocopia dietro l’altra di J-Horror movies (e non solo giapponesi) creando anche in questo caso, una vera e propria “moda”. Parlo di film anche molto amati dal grande pubblico, che risultano essere un vero e proprio saccheggio artistico di lavori peraltro di pochissimi anni prima; insomma la logica è: “sono belli, non li conosce nessuno perché sono asiatici e non hanno grande distribuzione; quindi li prendo, li copio americanizzandoli e li distribuisco in tutto il mondo così faccio i soldi”. L’esempio maggiore è “The ring” (2002) – remake di “Ringu” (Hideo Nakata, 1998) ma ci sono anche (per citarne alcuni) “The grudge” (2004) – remake di “Juon” (Takashi Shimizu, 2003; caso strano perché il regista ha diretto anche il suo “gemello americano”), “The eye” (2008) – remake dell’omonimo film cinese (Oxide Pang Chun, 2002) e “Shutter” (2008) – remake dell’omonimo tailandese del 2004.

REBOOT
venerdì 13Ma non finisce qui. Un altro modo per saccheggiare altri film al posto di creare cose originali è la pratica dei cosiddetti “reboot”, ovvero far “rinascere” dei franchise famosi. Esempio negativo a riguardo è il nuovo “Venerdì 13” (2009), film che di nuovo ha però veramente poco. L’anno prossimo uscirà poi “A Nightmare on Helm Street”, riavvio della saga di Freddy Krueger.
L’unica nota veramente positiva a riguardo la posso fare per la rinascita della figura di Micheal Myers ad opera del grandissimo Rob Zombie coi suoi Halloween ed H2. In questo caso (unico) ci troviamo di fronte ad una operazione molto interessante. Il regista riesce infatti a coniugare alla perfezione la volontà dei produttori di ridare vita ad un franchise ma al contempo crea film assolutamente autoriali, che prendono le distanze anche in buona parte dallo stile del suo creatore (Carpenter) regalandoci due prodotti di Rob Zombie al 100%. Una operazione che dovrebbe essere fatta anche per gli altri ma che evidentemente, sarà per scelte della produzione, sarà perché mancano talenti registici made in usa, per ora non si riesce a fare.

I TEENAGE HORROR MOVIE
final destination 3Altra piaga del cinema horror made in usa di questi anni (da fine anni ’90 ad oggi). Il problema molto grave a mio parere è che questo genere (molto discutibile da un punto di vista artistico) sia una delle poche cose “originali” nel panorama di genere d’oltre oceano. In realtà possiamo dire che si tratta anche di un genere trasversale in quanto molti dei film citati prima potrebbero essere annoverati in questa categoria. Nati dagli spunti del primo Scream di Craven (1996) si tratta di film anche qui fondamentalmente anonimi da un punto di vista autoriale con protagonisti gruppi di ragazzi (tutti fighi/e, of course) alle prese con elementi fra l’horror e il thriller. Cito fra i più famosi “So cos’hai fatto” (1997) , Urban Legend (1998), “San Valentino di Sangue” (2009) e “Final destination” (2000), forse quello con più seguito visto i successivi sequel (in totale sono 4). Al di là della totale mancanza di un profilo artistico questi film si denotano anche per una serie imbarazzante di cliché e topoi, senza contare la presenza come attori di star dei ragazzi del piccolo schermo. Insomma, qui siamo davanti ancora una volta e mere operazioni commerciali che nulla hanno a che fare con l’horror autoriale degli anni passati. Ed è un po’ avvilente pensare che il grande pubblico debba bersi tutta questa roba se vuole vedere cinema di genere.

TORTURE MOVIE
sawFinisco la carrellata con i film che trattano il tema della tortura, film per lo più legati allo splatter (anche questo elemento introdotto nel genere già negli anni ’70 da Mario Bava) portato ai massimi livelli. L’esempio principe di questi anni è ovviamente la saga di Saw – L’enigmista, una continua tortura scevra da un qualsiasi fine artistico che arrivata al sequel numero 6 in nemmeno 10 anni (!!!) stufa e anestetizza lo spettatore alla visione di tutti quegli sbudellamenti. Mi hanno invece parlato bene di “Hostel”, film dell’amico di Tarantino Eli Roth, che però non ho avuto ancora il piacere di vedere.

Tirando le somme, cosa si evince da tutto ciò? 30 anni fa c’erano in America i più grandi autori horror, Hollywood era l’industria per eccellenza del cinema di genere e riusciva a coniugare molto bene il valore cinematografico dei film con il guadagno. Avevano gli autori, lo stile, la fantasia. Ora non c’è più nulla di tutto questo e se vogliamo vedere horror di qualità dobbiamo necessariamente volgere lo sguardo o ai nuovi lavori degli stanchi autori “del tempo che fu” o ad altri paesi. Penso per esempio all’horror spagnolo/sudamericano (ottimi esempi sono “La spina del diavolo” di Guillermo del Toro -2001, “The Orphanage” di Juan Antonio Bayona -2007 o “The others” di Alejandro Amenábar -2001), di nuovo all’horror asiatico e chissà che magari non si smuova qualcosa anche in Italia…mandando in pensione l’ormai “spremuto” Dario Argento.

 

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ilpina
Creatore, curatore, amministratore, webmaster e in sostanza dittatore supremo e monarca assoluto di The Ed Wooder. Amo darmi alla latitanza quando il tempo me lo permette.