It

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Il bello delle recensioni “da blog” è che non ti danno un giudizio dall’alto sui film, ma che rispecchiano un po’ chi le scrive, un punto di vista o meglio un “punto di accesso” ad un’opera che difficilmente ti può essere dato da chi analizza il cinema da una cattedra (che sia ben chiaro, sono cose che leggo volentierissimo, che mi permettono di capire, ma che non mi danno un’idea se il film mi piacerà o meno).

Il mio personale “punto di accesso” a questo IT è di quello che non ha letto il libro (fatalità) e che vive la precedente versione con Tim Curry come un incubo fatto da bambino, uno di quei ricordi che rimangono là per quello che sono e che non riesci a valutare con l’obiettività da personcina di una certa età. In pratica sono uscito dal cinema con la consapevolezza di aver visto un nuovo film, una cosa a sé che non ha niente a che vedere con quanto già visto/sentito; se in questa recensione dirò quindi delle evidenti banalità per chi ha letto il romanzo di King, o se non farò raffronti con il precedente film, non mandatemi al diavolo! 😉

Trama: “Adattamento dell’omonimo romanzo di Stephen King, IT si incentra sulla prima parte del racconto, ambientata negli anni 80. Il palloncino rosso che galleggia a mezz’aria è il biglietto da visita di una misteriosa entità demoniaca che tormenta i ragazzini di Derry, attirandoli in una trappola mortale senza vie di scampo. Nell’immaginaria cittadina del Maine dove la gente scompare senza motivo, l’ennesima vittima è un bambino di sette anni di nome George, risucchiato in un tombino durante un temporale. Un gruppo di ragazzini perseguitati dai bulli per diverse ragioni, si riunisce sotto la denominazione di Club dei Perdenti per indagare sul mistero della morte di George e degli altri ragazzi scomparsi. Quando la ricerca li conduce a un clown sadico e maligno chiamato Pennywise (Bill Skarsgård), ciascuno dei coraggiosi componenti del neonato Club si rende conto di averlo già incontrato prima”.

Cari wooders, sono molto soddisfatto. E non tanto perché sono uscito dal cinema con la paura addosso, quanto perché l’aspetto orrorifico della pellicola sebbene molto efficace è solo parte di questa storia, che parla sostanzialmente di altro. Non siamo di fronte al classico film horror dove c’è un gruppo di ragazzi che deve fronteggiare una minaccia, e a dirla tutta non mi sentirei neanche di definirlo appieno un film dell’orrore. Il fulcro della vicenda è uno dei più grandi temi della letteratura: la crescita, la formazione, il rito di passaggio. I giovani protagonisti durante le vicende si trovano a dover fronteggiare una serie di pericoli, minacce e situazioni che gli permetteranno di maturare ed entrare nell’età adulta, grazie anche alla necessità di usare le sole proprie forze senza fare affidamento sul mondo esterno e su un mondo degli adulti mai così distante.

Il terribile clown Pennywise in tutto questo non è il centro della vicenda, ma solo l’ostacolo più “chiaro” da superare in una marea di altri forse più temibili. Per quanto per dei ragazzini (o per chiunque in questa classica situazione horror) sia tremendo dover fronteggiare un vero e proprio mostro, il film ci mostra come non sia assolutamente da meno sopravvivere a certe situazioni che la vita ci mette davanti giorno per giorno, situazioni che a differenza di un nemico reale e visibilmente pericoloso risultano quasi più difficili da affrontare. Il fatto che al centro ci sia un gruppo di ragazzini “perdenti” (per gli altri) è emblematico da questo punto di vista: il balbuziente, il figlio del rabbino, quello di colore, il quattrocchi, l’ipocondriaco “cocco di mamma”, il ciccione e la ragazzina a cui tutti danno della poco di buono, vivono già una situazione in cui devono farsi strada con le unghie e con i denti per sopravvivere. C’è chi deve dimostrare per forza di essere all’altezza per non deludere il proprio padre, chi viene isolato da tutti gli altri, chi deve sopportare tutti i giorni a casa le violenze psicologiche dei propri genitori, chi viene costretto ad essere in un modo che non gli appartiene, e tutti oltre a dover fronteggiare tutto questo sono anche vittime di derisione, di bullismo e violenza da parte dei ragazzi più grandi. E non stiamo parlando di eventi sovrannaturali, ma di violenza reale, tangibile, violenza “di tutti i giorni” direi, che proprio perché più vera di visioni orrorifoche è più crudele ed insidiosa. È più “facile” affrontare un essere diabolico che ti assalta terrorizzandoti o un genitore che ti molesta? È più facile uscire vivi da una situazione in cui si è contro un entità malvagia o una in cui dover affrontare la società in cui si è cresciuti? Come diceva Tim Burton (prima che perdesse completamente il senno) “Sai cos’è spaventoso per un bambino? Sentire il proprio padre tornare a casa la notte e sbattere contro i mobili perché ubriaco; quello è spaventoso non i mostri”. E io sono perfettamente d’accordo.

Si torna quindi a parlare del reale significato della parola “mostro” che non vuole definire un essere pericoloso o dall’aspetto terribile, ma vuole “mostrare” e “avvertire” (“monstrare” e “monère” in latino) la natura malvagia dell’uomo: Pennywise non è un mostro in sé ma è una sublimazione della società malata in cui crescono i protagonisti, o meglio possiamo dire che sia Derry stessa (la cittadina dove si svolgono le vicende). Il clown e gli abitanti della città agiscono nella stessa maniera facendo violenze mentali e fisiche, non ascoltando i bisogni, le necessità e le paure dei più piccoli, facendo loro paura. È per questo che in città nessuno parli di IT (anche nonostante il suo ciclico ritorno ogni 27 anni), è per questo che gli adulti in alcuni casi vogliano separare il gruppo dei protagonisti, ed è per questo che loro sono costretti ad affrontare tutto da soli comprandosi letteralmente i cerotti per curarsi le ferite, combattendo l’indifferenza, lavando il sangue e l’orrore che il mondo non riesce a vedere.

In tutto questo la soluzione è l’amicizia, il fare gruppo, il sostenersi a vicenda e soprattutto il non avere paura del mondo, non avere paura delle angherie e delle violenze, ma resistere e combatterle insieme agli altri. Un messaggio a mio modo di vedere meravigliosamente sottolineato dalla semplicità della scritta “LOSER” (perdente” sul gesso al braccio di Eddie)  che diventa “LOVER”, ovvero “amante” nel senso di “chi ama”. Contro ogni discriminazione, contro ogni differenza sociale/fisica/mentale.

Capite quindi che il senso della pellicola sta assolutamente in piedi anche senza Pennywise, che come nei migliori horror risulta essere solo un pretesto per parlare di altro, per approfondire tematiche. E sia beninteso, non voglio sminuire la sua presenza nel film, anzi! Il clown ballerino è descritto e interpretato in maniera a dir poco perfetta, riesce a trasmettere un vero senso di terrore grazie alle sue fattezze fisiche e alle movenze, ci sono scene a riguardo che mettono davvero i brividi! Diciamo che chi non vuole vedere il manifesto senso principale della pellicola può godersi comunque un horror di tutto rispetto, non ho davvero nulla di negativo da dire da questo punto di vista anche nonostante la storia viri su certi cliché di genere (teniamo conto comunque che il libro da cui il film è tratto è del 1986) come la figura del pagliaccio stessa e la necessità di mostrare sempre tutto, un po’ lontana come idea dal mio ideale di horror molto più “avvertito”. Ma spettacolare comunque!

Oltre alla parte horror e violenta (della vita reale e del sovrannaturale) il film riesce anche a dire altro, descrivendo per esempio le prime cotte tra ragazzi, meravigliose situazioni di amicizia con scaramucce annesse, o semplicemente una certa “gioventù anni ’80” (mio dio come ne sto parlando ah ah ah) che lo fa essere anche un film descrittivo di un periodo, come va tanto di moda in questi anni (pensate alla serie di Stranger Things). A riguardo è interessante pensare che le vicende nel materiale originale sono ambientate a fine anni ’50, mentre il regista ha voluto traslarle di una trentina d’anni ambientando il film in un periodo che rappresenta evidentemente la sua adolescenza (la storia parte nel 1988, quando il regista aveva anagraficamente 15 anni).

Ottimi tutti gli attori, partendo dall’incredibile Bill Skarsgård (Pennywise) e arrivando al gruppo dei “losers”, di cui non conoscevo nessuno se non Finn Wolfhard perché protagonista del già citato Stranger Things (e devo dire che vedendolo qui ci sono rimasto male da quanto sia stato capace di calarsi in un altro personaggio così differente). Unica nota dolente anche se non ho ancora avuto il piacere di vedere il film in originale è il doppiaggio, non tanto e non solo per quello che è in sé ma anche per come sono stati gestiti nella traduzione certi punti (meraviglioso quando a un certo punto si comincia a parlare di “IT” così, senza sapere da dove venga quel nome).

IT
It (It: Chapter One)
Andrés Muschietti, USA 2017, 135’
VOTO (Max 5)
10

About ilpina

ilpina
Creatore, curatore, amministratore, webmaster e in sostanza dittatore supremo e monarca assoluto di The Ed Wooder. Amo darmi alla latitanza quando il tempo me lo permette.