Incontri ravvicinati del terzo tipo

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Un film più che cult, una pietra miliare della fantascienza cinematografica nonché una vera e propria Bibbia per chi spera in un contatto con esseri alieni. Steven Spielberg nel 1977 si approccia al mondo della fantascienza 5 anni prima di E.T., con un lavoro evidentemente molto sentito di cui oltre alla regia ha scritto anche soggetto e sceneggiatura.

Ma partiamo con la trama: “Un messaggio musicale dallo spazio, una serie di misteriose apparizioni nei cieli degli Stati Uniti, il riproporsi di fatti del tutto inspiegabili, un messaggio subliminale indotto in molte persone. Presagi di una venuta degli alieni. Roy Neary, ossessionato da una strana montagna, e una mamma a cui è sparito il figlioletto sono tra gli eletti ad accoglierli, mentre uno scienziato francese sovraintende al misterioso rendez-vous”.

Il titolo (neanche a dirlo) vuole essere esplicativo della trama della pellicola: gli “incontri ravvicinati del terzo tipo” secondo una classificazione tipica dell’ufologia sono quelli in cui viene fatta una osservazione di esseri animati associati ad un avvistamento UFO. Il che di per sé potrebbe sembrare un incredibile spoiler della pellicola, ma a mio modo di vedere anche se da una parte è innegabile che lo sia, dall’altra approfondisce il senso e l’approccio da avere nei confronti del film.

Un titolo del genere infatti predispone già lo spettatore al taglio del lavoro, che non vuole essere qualcosa di misterioso o di troppo enigmatico, ma piuttosto una sorta di “documentario”. Se mi attacco un film che si chiama “Incontri ravvicinati del terzo tipo”, so già per certo (se conosco un po’ la materia) che in un momento o nell’altro ci sarà un effettivo contatto con esseri alieni; il film in tutto questo può quindi solo descrivere, fare una descrizione delle modalità e delle implicazioni di una cosa che si sa già accadrà. C’è un interesse quasi scientifico nel pensare e descrivere le modalità di comunicazione e interazione con gli alieni, la chiave di lettura che ho sentito è legata ad una domanda molto pragmatica: “che cosa succederebbe realmente se arrivassero gli UFO sulla terra?”.

È forse questo il lato che mi è piaciuto di meno della pellicola (scusate se parto dai punti “meno forti”!): la mancanza di una vera trama con al centro i suoi personaggi, la mancanza di una certa profondità umana, la mancanza di sentimento. Al centro del lavoro c’è la scoperta, ci sono le persone che lavorano per arrivarci e quelle che lasciano tutto per capire/comprendere, a tratti sembra quasi una “guida” al da farsi in caso di avvistamenti UFO. Il che non è un male in sé, ma non mi ha creato quel certo trasporto emotivo che necessito di sentire davanti ad un film, di qualsiasi genere si tratti.

Detto questo la pellicola è tecnicamente ineccepibile, è Spielberg al 200% ed è pieno stracolmo di spunti interessanti. Anzitutto l’elemento spielberghiano è particolarmente chiaro per l’inserimento (secondo me a tratti anche forzato) dell’elemento della famiglia, dei giovani sposini rappresentati nella loro realtà quotidianità tra scaramucce e figli che piangono. Credo che l’intenso fosse, al di là di un topos poetico per il regista, di ricreare una normalità familiare per farla poi accostare con stupore all’elemento chiamiamolo “sovrannaturale” o comunque extra-umano degli UFO. È un po’ lo stratagemma dei film horror, più crei una situazione di vita tipica più lo spettatore si riconosce e più rimane a bocca aperta quando la trasformi in qualcosa di “altro”.

La normalità disturbata dall’elemento extraterrestre è chiarissima nell’avvicinamento delle prime navicelle spaziali, descritto più che con grandi effetti speciali attraverso l’interazione con oggetti comuni: non vediamo una super astronave arrivare sopra la città tipo Indipendence Day ma cose molto più semplici, come forni, radio ed apparecchi elettronici che si accendono da soli, macchine impazzite (scene meravigliose peraltro) o il classico black-out cittadino che da una parte mostra l’interferenza degli alieni sulla nostra vita di tutti i giorni, e dall’altra permette al regista di fare delle meravigliose inquadrature del cielo di notte, ricco di stelle visibili solo a lampioni spente come a ricordare la nostra piccolezza rispetto alla maestosità del cosmo. Ho trovato anche molto bella l’dea dei bambini “attirati” dagli extraterrestri facendo muovere giocattoli e macchinine, perché creano, vista dai loro occhi, una vera e propria magia facendo avvertire da subito la non-ostilità dei nostri ospiti.

Altro aspetto ottimo è l’utilizzo delle luci, naturalmente quando associate agli UFO. Sia i fasci di luce bianca in controluce (tipici del regista e ripresi da J.J. Abrams e altri) che le luci colorate a intermittenza delle astronavi, sono davvero una delizia per gli occhi, fanno stupire e meravigliare ed associate ai loro movimenti silenziosi creano ancora una volta un senso di “vicinanza” con queste creature che non si mostrano se non per i loro mezzi di trasporto ma che tutto sembrano fuorché desiderose di fare del male.

Ma la vera originalità del lavoro che da musicista non ho potuto che adorare è stata la centralità data alla musica. Tra le arti la musica è da sempre stata vista come la più universale e diretta in quanto, a differenza di altre che necessitano di un passaggio di intelletto (di razionalità) per essere comprese, è l’unica che può trasmettere messaggi e sensazioni senza necessitare di altro se non di sé stessa. Perché un accordo maggiore da universalmente quel senso di gioia e positività mentre un accordo minore trasmette più tristezza? È il mistero della musica (che poi troppo mistero non è ma non sto qui a scriverne per non annoiarvi). Spielberg cosciente di questo ha voluto che l’unico modo per poter comunicare con degli esseri con i quali non abbiamo alcun background linguistico comune fosse proprio la musica, e nello specifico una sequenza di note (la banalizzo per farmi capire) “ad accordo maggiore”, come segno di pace e distensione. Ho adorato il senso di tutto questo, e devo ringraziare anche l’inarrivabile John Williams per il lavoro fatto sia con questi suoni che con le musiche di tutto il film. Come sempre da Oscar!

Benché per rendere il senso di quanto appena detto bastasse molto poco, il regista ha comunque puntato tanto anche sugli effetti speciali, che a mio modo di vedere per l’anno di uscita del film sono certamente “wow”. Mica per niente il film che doveva inizialmente costare 2,7 milioni di dollari alla fine ha superato i 19 per essere prodotto!

In sintesi credo che questo lavoro nonostante l’ottima fattura mi abbia detto poco solo perché non sono un grande appassionato di ufologia, quindi il suo essere così poco emozionale e molto didattico non poteva certamente colpirmi; diciamo che tra questi alieni e quelli visti in un film uscito lo stesso anno che se non erro si chiamava “Guerre Stellari”, preferisco ad occhi chiusi (nonostante tutto) i secondi.

 

INCONTRI RAVVICINATI DEL TERZO TIPO
Close Encounters of the Third Kind
Steven Spielberg, USA 1977, 135’
VOTO (Max 5)

About ilpina

ilpina
Creatore, curatore, amministratore, webmaster e in sostanza dittatore supremo e monarca assoluto di The Ed Wooder. Amo darmi alla latitanza quando il tempo me lo permette.