Il silenzio degli innocenti

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Questa sera ho rivisto “Il silenzio degli innocenti”, uno di quei film che quando passano in TV è del tutto impossibile non fermarsi a guardare. L’occasione era un po’ triste nel senso che si trattava di un omaggio a Jonathan Demme, regista della pellicola scomparso qualche giorno fa (il 26 aprile 2017).

La trama (la scrivo solo per prassi) è questa: “Una giovane recluta del FBI (J. Foster) è incaricata di far visita in carcere a Hannibal Lecter (A. Hopkins), psichiatra pluriomicida, per ottenere informazioni su un assassino psicopatico che ha ucciso e scuoiato cinque donne. Le ottiene, ma in cambio deve raccontargli episodi del suo passato”.

Gli occhi di Anthony Hopinks. I primi piani su quello sguardo vitreo che scruta, che legge nel profondo e che al contempo terrorizza. E non si tratta della classica paura “da horror” causata dalla presenza di una qualche entità sconosciuta e pericolosa, del maniaco o del mostro di turno. La forza del personaggio di Hannibal Lecter da lui interpretato è che incarna quello che nel periodo romantico veniva definito esteticamente “sublime”, ovvero quella sensazione esercitata a livello passionale da qualcosa che spaventa e terrorizza, che desta idee di dolore e di pericolo ma che al contempo attrae e affascina: un “delightful horror” come diceva Edmund Burke.

Essere in presenza del dottor Lecter è come rimanere incantanti guardando un incendio: non si può che rimanere affascinati dalla sua incredibile cultura, dalle citazioni, dai modi cortesi e dalla sua capacità di leggere ogni piccolo particolare interiore ed esteriore del suo interlocutore, ma al contempo il terrore non può abbandonarci pensando alla sua animalesca e primitiva natura di mostro. Si tratta certamente di uno dei “cattivi” (scusate la banalizzazione) più controversi, profondi e imperscrutabili della storia del cinema. E il maggior pregio di questo lavoro è non tanto la presenza di un personaggio che già sulla carta (ricordiamo essere frutto della penna di Thomas Harris e dei suoi romanzi) ha già tutto quello che serve, ma la presenza di un attore che riesce a dargli vita in maniera a dir poco perfetta.

Tuttavia se è vero che un’ottima interpretazione non basta per fare di un film un capolavoro (soprattutto se il personaggio in questione non è onnipresente), averne due aiuta sicuramente già di più. Ecco quindi gli occhi di Jodie Foster che riescono (per me al 200%) ad esprimere quanto scrivevo sopra: quel terrore misto ad ammirazione nei confronti di Lecter. Clarisse (questo il nome del suo personaggio) è una giovane donna ancora spaventata dal mondo ma che nonostante tutto non si fa intimorire da nulla, né da Hannibal né da colleghi e superiori (per molti dei quali lei è “solo una ragazzina”) né tantomeno (senza fare spoiler) dalla situazione più difficile in cui poteva trovarsi. E la cosa che mi piace molto di lei è che nonostante tanta grinta leggi ancora nei suoi gesti la paura, sembra (parafrasando un po’ il titolo originale) un agnellino che tremante si lancia nella gabbia dei leoni e ne esce comunque viva. E sono proprio questa fragilità e questa determinazione ad affascinare il personaggio di Hopinks e a creare uno speciale rapporto tra due, uno dei più interessanti sulla pellicola a memoria d’uomo.

Oltre alle tre colonne portanti del film (attore protagonista, attrice protagonista e sceneggiatura non originale, peraltro premiati tutti e 3 con l’Oscar nelle rispettive categorie nel 1992) non posso non citare anche il regista Jonathan Demme. Il film dalla primissima all’ultima scena riesce a mantenere una tensione che si taglia con il coltello, con scelte registiche ma anche di montaggio (soprattutto nelle parti finali) che a mio modo di vedere hanno aperto la strada a tutti i vari thriller-horrorifici visti negli anni ’90, partendo dal “Se7en” di Fincher e arrivando a “Il collezionista di ossa” di Phillip Noyce. Grazie anche alle musiche di Howard Shore ogni fotogramma viene caricato di grande senso di ansia, che con l’utilizzo di immagini a volte anche molto crude, non lascia un secondo di relax in tutto il lavoro, proprio come ogni thriller che si rispetti dovrebbe fare.

Ed è certamente anche per questo che “Il silenzio degli innocenti” oltre ad aver conquistato gli Oscar citati sopra è stato premiato con quelli di miglior film e miglior regia , anche se è vero che nulla può essere paragonato o barattato con la fama di pubblico che oltre a fare di questo film un capolavoro l’ha reso uno dei più conosciuti della storia del cinema.


IL SILENZIO DEGLI INNOCENTI

The Silence of the Lambs
Jonathan Demme, USA 1991, 118’
VOTO (Max 5)
10

About ilpina

ilpina
Creatore, curatore, amministratore, webmaster e in sostanza dittatore supremo e monarca assoluto di The Ed Wooder. Amo darmi alla latitanza quando il tempo me lo permette.