Il grande Gatsby

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il_grande_gatsby Approfittando dell’ultimo giorno della Festa del Cinema, la settimana scorsa sono andata a vedere Il grande Gatsby (The Great Gatsby), diretto da Baz Luhrmann e tratto dall’omonimo romanzo di Francis Scott Fitzgerald.

Trama: Nick Carraway, giovanotto di belle speranze intenzionato ad arricchirsi in quel di Wall Street, si trasferisce nel sobborgo di West Egg e scopre di essere diventato il vicino di casa del misterioso Gatsby, un uomo d’affari che ogni sera ospita nella sua dimora le feste più frequentate della città. Un giorno Nick riceve da Gatsby un invito personale e anche la richiesta di un importante favore…

Ah, vecchio mio. Questa volta, caro Baz, non sei riuscito nell’intento di trasportarmi in un mondo sì tragico, ma anche incantato e meraviglioso, in quel luogo di pura immaginazione che mi aveva irrimediabilmente conquistata guardando Moulin Rouge! Forse però la colpa, se di colpa si può parlare, non è interamente del regista australiano. Il grande Gatsby è un romanzo a mio avviso impossibile da trasporre in un film, perché la sua bellezza risiede nello stile con cui è scritto più che nella storia stessa. Questo Luhrmann lo ha capito, ha preso la voce narrante di Nick Carraway e l’ha contestualizzata in un triste futuro dove il personaggio si ritrova a scrivere la storia di Gatsby come terapia per i suoi problemi psicologici e di alcolismo, mescolando così immagini e scritte in sovraimpressione, stralci del romanzo ed estratti di alcune lettere scambiate tra Gatsby e Daisy, ma purtroppo non è bastato. Il grande Gatsby, infatti, rimane grande, anzi grandioso, fino a poco oltre la metà della pellicola, paradossalmente proprio fino al momento della riconciliazione dei due sfortunati amanti. Dopo questa svolta importantissima, quello che nel romanzo rimaneva avvolto nel mistero o appena sussurrato nel film viene invece rivelato platealmente e palesato in tutta la sua vuota puerilità, tanto che sembrerebbe quasi di guardare l’imbarazzante puntata di una soap opera (o di una crime story), dove i personaggi discutono, si separano e si riprendono per un nonnulla, sotto lo sguardo attonito e vuoto di chi non c’entra nulla con la vicenda.

Questa incredibile ed ammorbante caduta di tono fa decisamente a pugni con una prima parte scoppiettante, a tratti ironica e a tratti molto tenera, accompagnata da una colonna sonora bellissima (le versioni jazz di successi come Crazy in Love o Back to Black, alternate a nuove hit della sempre affascinante Lana Del Rey e del sempre tamarro Jay-Z) e graziata da sequenze incredibili alle quali persino il 3D rende giustizia: a parte i meravigliosi party che rendono veramente l’idea dell’ottimismo sfrenato e della disgustosa e vuota opulenza pre-depressione, le scene migliori di tutto il film e già ampiamente mostrate nei trailer, ho adorato l’introduzione di Daisy, avvolta da uno svolazzare di tende bianche come se fosse l’incarnazione stessa della leggiadria e della purezza, l’ironica ed orgiastica riunione nell’appartamento di Myrtle, filtrata dal punto di vista di un Tobey Maguire allucinato, l’esilarante primo incontro tra Gatsby e Daisy, ambientato in una saletta mutatasi in serra per l’occasione, lo sciocco e assai coreografico “lancio delle camicie” e, last but not least, il dolce confronto tra i due amanti, in un oscuro e silenzioso giardino trapuntato di stelle, lontano da occhi indiscreti (raramente mi capita di emozionarmi fino sentire battere il cuore più forte, soprattutto in questo genere di film. Ebbene, stavolta mi è successo, grazie Baz). Nella seconda parte del film diciamo che lo stile non viene meno e la regia rimane comunque strepitosa, Luhrmann azzecca un paio di idee da pelle d’oca, come quella di rendere un occhialuto cartellone pubblicitario l’inquietante testimone del delitto finale, ma purtroppo il ritmo rallenta e diventano insostenibili alcune mancanze legate sostanzialmente alla recitazione degli attori e alla caratterizzazione dei personaggi.

Partiamo dagli attori. Caro Leo, ormai ti ho perdonato e ti ho riconosciuto come un grande professionista soprattutto quando i tuoi personaggi sbroccano, i miei complimenti. Premesso che, comunque, la tua faccia da bambolo continua a non farmi sesso manco per niente, come Gatsby sei perfetto, un giusto mix di piacioneria, faccia tosta ed incredibile sensibilità, l’ultimo dei romantici e dei sognatori, una creatura inadatta per la società priva di valori e morale descritta nel romanzo e nella pellicola. Anche Carey Mulligan è perfetta, per quanto la Daisy cinematografica sia ancora più sciocca ed irritante di quella del libro, una vanesia viziata che si riempie la bocca di paroloni solo per rendersi più interessante e che rimane col marito (interpretato magistralmente da Joel Edgerton) solo per avere una vita comoda e rispettabile, talmente scema da dichiarare, pur avendo più corna di un cervo, di averlo amato per un paio di banalissime attenzioni che qualsiasi uomo dovrebbe, di regola, tributare alla propria compagna. Tobey Maguire, invece, è inqualificabile. Espressivo quanto RZA, viene reso inutilmente ridicolo persino quando dovrebbe mantenere un minimo di serietà. All’inizio l’ingenuità del personaggio è divertente e ben si accompagna alla faccina stralunata dell’attore, ma poi basta, santo cielo! Nel romanzo Nick è sì il silenzioso testimone della storia del Grande Gatsby, ma non rimane impalato a seguire gli avvenimenti con la faccia di chi non sta capendo e non capirà mai una mazza, solo per poi buttare lì due frasi sensate senza averne il carisma. Considerato che Maguire compare per più di metà film e che le uniche sequenze in cui si toglie dal viso quella fastidiosa espressione da ebete sono quelle che fanno da cornice alla vicenda, capirete che non è stato facile arrivare alla fine delle due ore e passa di durata. Detto questo, non posso quindi affermare che Il grande Gatsby mi sia piaciuto tanto quanto avrebbe dovuto, né posso sbilanciarmi fino a consigliare di andarlo a vedere assolutamente (in 3D poi non vale davvero la pena). E’ stato un po’ il diludendo dell’anno, nonostante non possa definirlo brutto. Togliete l’aggettivo Grande dal titolo e accingetevi a guardarlo senza farvi troppe illusionio il cuore potrebbe spezzarvisi come quello del povero Gatsby… ma cercate anche di godervi quanto c’è di bello nella pellicola, lasciandovi ammaliare dall’oggettivo ed innegabile fascino delle sue immagini.

IL GRANDE GATSBY
The Great Gatsby
Baz Luhrmann, Australia/USA 2013, 142′
VOTO (Max 5)

About Erica

Erica
IL BOLLALMANACCO DI CINEMA - Un animo nerd che si nasconde dietro una facciata di normalità e adora sproloquiare di cinema.