Il filo nascosto

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Non vorrei trovarmi nei panni della giuria dell’Academy quest’anno. Sono stato all’anteprima di Il filo nascosto, ultimo lavoro di Paul Thomas Anderson candidato a sei Oscar (miglior film, regia, attore, attrice non protagonista, costumi e colonna sonora) e che dire…ennesimo lavoro tra i diversi visti quest’anno che merita assolutamente questi riconoscimenti.

Trama: “Nella cornice glamour e scintillante della Londra degli anni Cinquanta, il sarto Reynolds Woodcock dirige insieme con sua sorella Cyril  la celebre House of Woodcock, inconfondibile marchio di stile e bellezza, richiesto da reali, stelle del cinema, ereditiere, socialiste, debuttanti e nobildonne. Gli originali e moderni capi firmati proiettano Woodcock al centro della moda britannica, e consacrano il suo nome come uno dei più conosciuti e ammirati del dopoguerra. Nonostante la conoscenza dei desideri e della figura femminile, lo scapolo impenitente considera l’amore un privilegio precluso a un artista del suo calibro, e preferisce intrattenersi con donne diverse che gli forniscono la giusta dose di ispirazione e compagnia. Finché non incontra Alma, ragazza ambiziosa e caparbia che riesce a insinuarsi nel suo cuore come musa e come amante, sconvolgendo da un giorno all’altro la sua perfetta vita su misura”.

Se dovessi dare un aggettivo a questo film, direi sicuramente “magnetico”. Anderson mescolando la sua classica perfezione stilistica dell’immagine con musiche meravigliose ed una storia intrigante riesce dalla prima all’ultima scena a tenere incollati allo schermo, in un bilanciamento perfetto dalle parti che conferisce alla pellicola una cosa che spesso e volentieri non si vede: una identità. Il film è assolutamente riconoscibile, ha uno stile personale fatto dalla somma dei suoi elementi, e sono sicuro che proprio in virtù di questo rimarrà nella memoria come uno dei migliori film del regista nonché a mio modo di vedere una delle più belle interpretazioni di Daniel Day-Lewis, che ha ahimè annunciato di voler lasciare la recitazione dopo questo lavoro.

Il film si basa su due elementi sostanziali: un’atmosfera elegante e formale ma al contempo ansiogena e la storia d’amore malata che nasce su queste premesse. Il mondo descritto è quello opulento, pulito e chic (anche se il protagonista odiava questo aggettivo!) della moda inglese degli anni ’50, quello degli atelier che producono opere d’arte più che vestiti, quello per cui ciò che si indossa rappresenta non solo uno status-symbol ma anche una vera e propria estensione di sé. Gli abiti confezionati in questa maniera hanno una loro valenza sentimentale, visiva ma anche mistica in alcuni tratti, e la loro importanza viene sublimata da rituali che li rendono davvero qualcosa di più.

Cerimoniere ed anzi vero e proprio vate di questa religione laica è il protagonista Reynolds Woodcock, un uomo estremamente turbato dalle sue manie e dalle sue routine che essendo un vero e proprio genio viene assecondato dalla sorella (la bravissima Lesley Manville, candidata all’Oscar) e dal suo entourage in ogni piccola ossessione. La sua è una storia che parla anche di potere, nel senso che tutte le persone intorno a lui venerandone l’arte si mettono automaticamente in una posizione di inferiorità, si prostrano in maniera cieca e irrazionale ad ogni sua richiesta e non perché abbia solo una qualche leva economica sugli altri, ma perché è la sua stessa caratura ad imporre rispetto e ammirazione.

Questo equilibrio fatto di riverenze e formalismi viene messo in discussione dall’arrivo della giovane Alma (Vicky Krieps), una ragazza che dietro ad una parvente bontà d’animo nasconde uno spirito ben più egoistico e che rappresenta il punto di volta ma anche quello di maggiore interesse di tutta la pellicola. Il rapporto che si crea tra lei e Reynolds è spettacolare nel suo essere altalenante: è intrigante, passionale, tenero, malato, è un insieme di suggestioni che creano un fulcro tematico per il film che non può lasciare indifferenti. Il tutto merito di una sceneggiatura ben scritta che riesce ad alternare momenti di serietà ad altri più leggeri o addirittura quasi grotteschi, in un misto di emozioni del tutto bilanciate che a fine film regalano uno stato di stupore e spaesamento.

Tecnicamente è tutto gestito al meglio, l’aspetto visivo sempre così “bon ton” si sposa alla perfezione con le musiche eteree di Jonny Greenwood e crea un’atmosfera unica che si sposa alla perfezione con storia e sceneggiatura. Il filo nascosto da questo punto di vista è un lavoro completo, si percepisce chiaramente che al centro di tutto c’è la visione del regista demiurgo Anderson e la sua grande autorialità.

Film che consiglio a tutti, anche per essere l’ultima prova da attore del grande Daniel Day-Lewis, che ci mancherà davanti alla macchina da presa. Un’addio alle scene in grande stile!

 

IL FILO NASCOSTO
Phantom Thread
Paul Thomas Anderson, USA 2017, 130’
VOTO (Max 5)
10

About ilpina

ilpina
Creatore, curatore, amministratore, webmaster e in sostanza dittatore supremo e monarca assoluto di The Ed Wooder. Amo darmi alla latitanza quando il tempo me lo permette.