Il capitale umano

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Il capitale umano“I progetti faciloni di ascesa sociale di un immobiliarista, il sogno di una vita diversa di una donna ricca e infelice, il desiderio di un amore vero di una ragazza oppressa dalle ambizioni del padre. E poi un misterioso incidente, in una notte gelida alla vigilia delle feste di Natale, a complicare le cose e a infittirne una trama corale che si compone come un mosaico”.

Sorpreso dal fatto che la giuria dell’Academy abbia deciso di escludere la candidatura italiana per l’Oscar come miglior film straniero quest’anno, ho deciso di recuperarmi il film che il nostro belpaese aveva proposto e che è stato surclassato da colleghi estoni, mauritani e polacchi: Il capitale umano di Paolo Virzì, peraltro uno dei nostri autori che preferisco.

Il bello di Virzì è sempre stata la sua capacità di coniugare in maniera intelligente la commedia con il dramma, seguendo la strada tracciata dalla commedia italiana anni ’60/’70 di cui spesso e volentieri sento la mancanza. E che dire, suoi film come “Tutta la vita davanti” o “La prima cosa bella” mi avevano non poco appagato da questo punto di vista. Arriva però un momento in cui un regista decide di virare un attimo il suo linguaggio, giusto per trovare nuove forme espressive e nuove storie da raccontare (e per fortuna aggiungo!). Questa volta il nostro Paolone nazionale (ah no, quello dovrebbe essere Sorrentino…) ha deciso di darsi al dramma, ad un film emotivamente intenso (almeno nelle intenzioni) con un tocco di noir. Il risultato è, a mio parere, abbastanza controverso.

Il film è strutturato raccontando alcuni fatti nello stesso periodo di tempo da 3 punti di vista più un quarto corale, separati gli uni dagli altri come capitoli a sé stanti ma complementari. Il che ok, è carino, ma non si può urlare “al miracolo” visto che da quando Tarantino ha cominciato a girare è diventato un artificio piuttosto visto. I personaggi sono tutti ben delineati nel loro essere (l’affarista, il poveraccio, la mamma, la donna instabile etc.) e compongono un quadro ricco di drammi piccoli e grandi che ricordano vagamente il cinema di Gabriele Muccino (periodo italiano). Il che sinceramente è apprezzabile, ma non mi ha entusiasmato particolarmente per la cifra un po’ troppo pessimista generale che non è controbilanciata da quello di cui dovrebbe essere pieno un dramma: i sentimenti. C’è sì dell’amore, dell’affetto, dell’amicizia, ma mi sono sembrati tutti condimenti buttati qua e là che non sono riusciti a creare un reale trasporto emotivo per le vicende narrate.

Il personaggio meno riuscito a riguardo è a mio modo di vedere quello interpretato da Valeria Bruni Tedeschi (la sorella della Carlà per capirci eh eh), una donna del tutto assimilabile come storia, emotività e comportamenti ad un numero imprecisato di personaggi interpretati nel corso degli anni da Margherita Buy. Con la differenza che la sua voce smorzata e quelle continue espressioni (oltre che la storia che ha sotto) non riescono a creare un minimo di empatia…idem per suo marito, il classico “bauscia” ricco affarista milanese che già dalla prima scena saprai non sarà una figura positiva.

Nota positiva invece è stata l’interpretazione di Fabrizio Bentivoglio, che nonostante non mi vada particolarmente a genio è riuscito qui a dare vita a un personaggio volutamente “fastidioso”, figlio un po’ della società attuale che basandosi esclusivamente sull’apparenza e sulla superficialità delle cose porta la gente a fingersi ciò che non è, a fare di tutto per mostrare di avere i soldi, di essere nell’alta società, di valere qualcosa nel mondo dei ricchi. Il che è piuttosto avvilente non tanto per la situazione in sé, quanto per il pensare che sia davvero QUELLA la vera vita, il vero sogno, la cosa a cui aspirare. La figura della già citata Bruni Tedeschi serve anche a bilanciare questo pensiero, essendo lei donna ricca che in controtendenza si appassiona e vorrebbe appartenere ad un mondo “più povero ma più vivo”, un mondo intellettuale e un po’ con la testa per aria rappresentato dalla figura di Luigi Lo Cascio (anche se devo dire che anche lui come attore è ormai la caricatura di sé stesso, vittima di quell’unico personaggio che gli fanno sempre recitare).

Questi ed altri personaggi ci portano a comprendere meglio il titolo del film, quel “capitale umano” che significa sostanzialmente dare valore monetario alle persone. La visione di Virzì è abbastanza cinica nel senso che tra chi ci crede di più e chi ci crede di meno il denaro risulta essere forse il più forte metro di valutazione del mondo, tranne per chi sa ancora soffermarsi più sulla’ “umano” che sul “capitale” (la figura della giovane Serena). Il cinismo del regista diventa poi critica feroce sul finale, critica ad un paese come l’Italia in cui è sempre la logica del più economicamente forte a farla da padrone e in cui non può e non potrà mai esistere una vera giustizia.

Ripensandoci ora al di là del poco trasporto emotivo posso concludere dicendo che a questo ultimo lavoro del regista livornese manca forse un po’ l’idea di un messaggio univoco: troppi spunti buttati lì, troppe cose piccole e grandi che alla fine della fiera non vengono approfondite e recepite come si vorrebbe. Se questo è il meglio del nostro cinema che abbiamo saputo proporre all’Academy, sicuramente si può dire che il 2014 non è stato un anno proficuo per il cinema nostrano…
IL CAPITALE UMANO
Paolo Virzì, Italia 2014, 109′
VOTO (Max 5)

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ilpina
Creatore, curatore, amministratore, webmaster e in sostanza dittatore supremo e monarca assoluto di The Ed Wooder. Amo darmi alla latitanza quando il tempo me lo permette.