Il bambino con il pigiama a righe

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bambino_con_il_pigiama_a_righe.png Possono le barbarie del regime nazista nei confronti degli ebrei diventare la normalità? Può una così estrema forma di pazzia collettiva coniugarsi con la dimensione familiare degli individui?  Il bambino con il pigiama a righe parte con questo interessantissimo punto di vista: guardare l’olocausto dagli occhi della famiglia di un gerarca nazista e nello specifico dagli occhi del bambino di casa che si ritroverà a dover realizzare l’idea di quello che il suo popolo e suo padre stavano facendo agli ebrei.

Trama: “Bruno è un tranquillo ragazzo di otto anni figlio di un ufficiale nazista, la cui promozione porta la famiglia a trasferirsi dalla loro comoda casa di Berlino in un’area desolata in cui questo ragazzino solitario non trova nulla da fare e nessuno con cui giocare. Decisamente annoiato e spinto dalla curiosità, Bruno ignora le continue indicazioni della madre, che gli proibisce di esplorare il giardino posteriore e si dirige verso la “fattoria” che ha visto nelle vicinanze. Lì, incontra Shmuel, un ragazzo della sua età che vive un’esistenza parallela e differente dall’altra parte del filo spinato. L’incontro di Bruno col ragazzo dal pigiama a strisce lo porta dall’innocenza a una consapevolezza maggiore del mondo degli adulti che li circonda, mentre gli incontri con Shmuel si trasformano in un’amicizia dalle conseguenze terribili“.

Come si può spiegare il male ad un bambino? Come si può spiegare a un bambino che il proprio padre, quello che questi considera un eroe (il mio papà è un militare e lavora per far star meglio tutti) è lodabile solo nella misura in cui perpetua il male altrui per “la gloria della grande nazione tedesca”? Il lavoro ci fa riflettere molto su questo genere di questioni mostrando come la vita della famiglia Bruno a due passi dal campo di concentramento, vada avanti nella maniera in cui vanno tutte le famiglie, senza mai toccare la questione -in quei tempi “normale”- del genocidio. Già questo dice molto della dimensione pubblica e privata dei gerarchi nazisti: il padre di Bruno mente sistematicamente alla moglie e ai figli per non rendere noto ciò che viene fatto (e che lui direttamente fa) dentro il campo di concentramento -dimensione privata-, dimostrando invece estrema convinzione dei suoi gesti con le persone del partito -dimensione pubblica-.

Il passaggio dal pubblico al privato si vede chiaramente con l’arrivo del maestro per seguire i bambini nel loro apprendimento: insegnando con i metodi e i testi approvati dalla dirigenza nazista riesce da subito a corrompere l’animo e gli ideali di Gretel , sorella di Bruno, trasformandola nell’ennesimo automa imbottito di stupidaggini che il regime ha creato. Non si lascia invece corrompere il protagonista della nostra storia, che con l’innocenza che contraddistingue i bambini cerca costantemente di darsi spiegazioni a fronte di quanto raccontatogli dal suo amico nel campo per non cadere nella disillusione della realtà: è troppo legato a suo padre per credere che sia un mostro ed è troppo legato al suo amico per poterlo vedere come un parassita della società o come qualcuno da eliminare.

L’amicizia sincera tra i due trascende ogni presunta differenza razziale, trascende l’odio, trascende la violenza e insegna che tutto quello che molte volte sembra essere la realtà oggettiva dei fatti (o la presunta tale visto che qui si parla di cose aberranti) è in realtà il solo frutto di imposizioni sociali perpetuate in tutti i ranghi della società dalla paura e dalla violenza dell’uomo verso l’uomo. Emblematica a riguardo la scena in cui Bruno scoperto da un generale dopo aver offerto in casa un dolce a Shmuel mente dicendo di non conoscerlo e di non avergli mai offerto nulla: è una metafora di gran parte del popolo tedesco di quegli anni che, esclusi i pochi coraggiosi che emigrarono (peraltro condannando i propri cari ad essere etichettati come “parenti dei traditori”), accettavano le terribili logiche del regime per paura di essere emarginati o peggio, eliminati.

In questo contesto alla fine è l’innocenza che vince, portando ad un tragico finale che insegna (e non è retorico dirlo) che l’unica cosa che ci differenzia gli uni dagli altri sono al massimo i vestiti.

Per quanto la trama sia interessantissima e densa di significato non ho trovato tuttavia troppo efficace la sua trasposizione su grande schermo; di fronte ad altri lavori similari artisticamente meravigliosi come La vita è bella o Schindler’s list , a puro livello cinematografico questo film risulta molto scarno, mettendosi sullo stesso livello di una fiction televisiva ben fatta.

Meravigliose le musiche, soprattutto quelle di piano solo.

IL BAMBINO CON IL PIGIAMA A RIGHE
Mark Herman, USA/UK/Ungheria 2008, 91′
VOTO (Max 5)

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ilpina
Creatore, curatore, amministratore, webmaster e in sostanza dittatore supremo e monarca assoluto di The Ed Wooder. Amo darmi alla latitanza quando il tempo me lo permette.