Harry Potter e la Pietra Filosofale

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harry_potter_e_la_pietra_filosofaleQuando nel 2000 trapelò la notizia che la serie fantasy di Harry Potter – all’epoca giunta al quarto libro ma già forte di milioni di copie vendute – sarebbe stata adattata al grande schermo, gli innumerevoli fan della prima ora (tra i quali il sottoscritto) gioirono e tripudiarono e festeggiarono per giorni e giorni; poi, passata la sbornia, si disposero in paziente attesa.

Le notizie sul casting e la lavorazione del film furono seguite attentamente, discusse e commentate per oltre un anno; all’uscita del primo trailer, che materializzava finalmente personaggi e luoghi già impressi a fondo nell’immaginario e nei sogni di tanti, ci fu chi lo vide trenta o quaranta volte al giorno per ingannare una trepidazione divenuta insostenibile. Infine la data fatidica (16 novembre 2001) arrivò, e una marea di spettatori – molti dei quali non chiedevano nulla di meglio che poter sfuggire all’opprimente clima di ansia che era calato sul mondo da due mesi a quella parte – affollarono i cinema. La lunga attesa fu premiata: il film era bello. E oggi, passato qualche anno e altri cinque (fra poco sei) film, è ancora bello e coinvolgente, pur non reggendo il confronto con gli episodi successivi della serie.

Chris Columbus, diciamolo subito, era il peggior regista che si potesse scegliere per un’operazione del genere: troppo “americano”, troppo zuccheroso, mediocre in tutto e per tutto; ma il fatto che nemmeno lui sia riuscito a rovinare Harry Potter e la Pietra Filosofale è indicazione della bontà intrinseca del materiale: difficile, invero, non appassionarsi al “viaggio dell’eroe” del giovane Potter, che il giorno del suo undicesimo compleanno scopre il suo destino, l’esistenza della magia e del male e compie “il primo passo in un mondo più vasto” – come direbbe un personaggio di un’altra grande serie che, come quella scritta da J. K. Rowling, affonda le sue radici nelle strutture mitiche del percorso iniziatico individuate da Joseph Campbell nel seminale L’eroe dai mille volti. Harry Potter, che ha vissuto tutta l’infanzia in un sottoscala, vessato da ottusi e ridicoli zii che ricordano le più feroci caricature della middle class inglese realizzate da Roald Dahl, riceve la “chiamata” e varca la soglia dell’avventura attraversando con il suo carrello dei bagagli la barriera fra i binari 9 e 10 di King’s Cross; alla scuola di magia di Hogwarts, incontrerà non solo il suo vecchio e saggio mentore dalla barba bianca, ma alleati, nemici e una serie di prove che culmineranno, alla fine dell’anno scolastico, nel primo di molti confronti con la sua nemesi, Lord Voldemort, incarnazione del Male. Si tratta di una struttura mitica esemplare, che si ripete in ogni libro/film e si riflette a sua volta nella macro-struttura dell’eptalogia.

L’impresa a cui erano chiamati Columbus e lo sceneggiatore Steve Kloves avrebbe intimidito cineasti ben più abili e blasonati: non solo per la complessità dei temi del libro, nascosta dietro la chiarezza del racconto, ma anche per la necessità di tenere in considerazione i futuri capitoli della saga, e soprattutto di non scontentare una delle più grandi e fedeli basi di fan del mondo (capace di portare immensi guadagni, in cambio di un buon film – avranno pensato gli esecutivi della WB). Alla fine, dimostrando molta praticità e poco coraggio, i realizzatori del film scelsero la strada della fedeltà assoluta al libro, ottenendo un risultato finale che, pur appiattendo l’insieme e risultando un po’ meccanico e impersonale, intrattiene, diverte e spesso incanta. Una gran parte del merito per questo successo va assegnata al cast, che assembla tutto il who’s who del cinema britannico degli ultimi trent’anni: dal leggendario attore irlandese Richard Harris, al cattivo di razza Alan Rickman (qui in versione Renato Zero), passando per Maggie Smith, Ian Hart, Robbie Coltrane e Julie Walters, senza dimenticare il cameo di John Hurt e l’apparizione fantasmatica di John Cleese, che si stacca la testa da solo in una spruzzata di umorismo alla Monty Python; quanto al trio dei protagonisti, tutti esordienti, Rupert Grint ed Emma Watson eclissano decisamente, per immedesimazione e simpatia, il blando protagonista Daniel Radcliffe, che avrà comunque modo di migliorare.

Seguendo con la macchina da presa lo sguardo meravigliato del giovane Harry, Columbus immerge gli spettatori in un mondo dove regnano il fantastico e il meraviglioso, e la magia fa parte della vita quotidiana: grande attenzione viene riservata alle scenografie e alle ambientazioni, immerse in una limpida fotografia che oscilla fra le tinte dorate e il blu notte, ed è fondamentale l’apporto degli effetti speciali, che comunque sono meno invadenti di quello che si potrebbe pensare; soprattutto, la computer-grafica è relativamente poco presente (e quando compare è sotto la media – vedi il troll nei bagni), e si registrano molti effetti pratici e meccanici, nonché un’enorme quantità di oggetti di scena curati fino al minimo dettaglio. L’impressione finale è che la scuola di Hogwarts si trasformi in una specie di enorme parco giochi: un’impressione fedele allo spirito giocoso del primo libro, dove a farla da padrone è il senso del meraviglioso verso una magia di tipo fisico, capace di far galleggiare le piume (e le clave), spalancare le porte, volare le scope, spostare le scale, immobilizzare gli arti e saltar via le rane di cioccolata. Peccato che Columbus non resista ad inserire in questo contesto fiabesco il suo umorismo infantile e slapstick (Ron che si prende un manico di scopa in faccia, Neville che capitombola dalla scopa, Seamus che fa esplodere qualsiasi cosa…), rendendo diverse parti del film poco appetibili ai maggiori di dieci anni.

Nel tripudio generale di meraviglie visive, non può comunque sfuggire che la trama del film è la meno valida della serie (specialmente nel finale), tanto che buona parte di Harry Potter e la Pietra Filosofale si può considerare un prologo volto a introdurre i personaggi principali e a gettare le premesse degli eventi che seguiranno: da qui una sovrabbondanza di dialoghi espositivi non sempre irresistibili, ma necessari per chi non ha letto il libro. Columbus diverte e si diverte con gli effetti, gli attori ci mettono del loro, ma il film ha dei problemi con il ritmo (dovuti al fatto di dover comprimere tutti gli eventi principali in un tempo limitato), e alla fine rimane l’impressione che, nella foga di rispettare il romanzo, sia stata toccata solo la superficie della storia. Fortunatamente, più importanti della CGI e delle belle scenografie ci sono i personaggi, ancora un po’ schematici rispetto al libro, ma ai quali è davvero facile e naturale affezionarsi. Del resto, il grande segreto del successo di Harry Potter è probabilmente questo, ancora più delle avventure e delle invenzioni che sgorgano ininterrotte dalla pagina e dallo schermo: il fascino di personaggi tridimensionali e credibili, che vivono sentimenti e passioni umane anche mentre intorno a loro trionfano il soprannaturale e la magia.

Harry Potter e la Pietra Filosofale, nonostante i difetti, è una fortunata eccezione alla triste prassi che vorrebbe i film per bambini di qualità sempre inferiore a quelli “per adulti”. Non solo: è un film nel quale, a distanza di quasi dieci anni, è possibile leggere in filigrana lo spirito dei suoi tempi. La Pietra Filosofale incassò moltissimo (è tutt’oggi la pellicola più redditizia della serie) e avrebbe incassato moltissimo in qualunque periodo fosse uscito, ma il motivo per cui in tanti si immedesimarono nel giovane Harry Potter, è che la sua avventura era esattamente la storia di cui il mondo aveva bisogno in quei mesi difficili che seguirono gli attentati alle Torri Gemelle; non una banale storia escapista di maghi e scope volanti, utile a distrarsi per un paio d’ore, ma un racconto forte e simbolico, popolato da personaggi autentici, sulla scoperta del male e della morte nel mondo, ma anche del potere dell’amore come unica arma in grado di vincerle. Meglio di tutti lo scrisse G. K. Chesterton: “Le favole sono più che vere: non perché ci dicono che i draghi esistono, ma perché ci dicono che i draghi possono essere sconfitti.”

 

HARRY POTTER E LA PIETRA FILOSOFALE
Harry Potter and the Philosopher’s Stone
Chris Columbus, USA/Gran Bretagna 2001, 152′
VOTO (Max 5)
7

About Thor Maso

Thor Maso
"...Il segreto delle Grandi Storie è che esse non hanno segreti. Le Grandi Storie sono quelle che abbiamo già sentito e che vogliamo sentire di nuovo. Quelle in cui possiamo entrare da una parte qualunque e starci comodi. Non ci ingannano con trasalimenti e finali a sorpresa. Non ci sorprendono con l'imprevisto. Ci sono familiari come le case in cui abitiamo. Come l'odore della pelle del nostro amante. Sappiamo in anticipo come vanno a finire, eppure le seguiamo come se non lo sapessimo. Allo stesso modo in cui sappiamo che un giorno dovremo morire, ma viviamo come se non lo sapessimo. Nelle Grandi Storie sappiamo chi sopravvive, chi muore, chi trova l'amore e chi no. E ciononostante vogliamo sentirle un'altra volta. In questo consiste il loro mistero e la loro magia." Arundhati Roy - Il dio delle piccole cose