Harry Potter e il prigioniero di Azkaban

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harry_potter_azkabanEra facile immaginare che il cambio di regista per il terzo film di Harry Potter (via il mediocre Columbus, dentro il brillante cineasta messicano Alfonso Cuarón) avrebbe apportato alcuni cambiamenti allo stile della saga; del resto, un cambiamento forzato c’era già stato: la morte di Richard Harris, poco dopo l’uscita de La Camera dei Segreti, e il successivo casting di Michael Gambon nel ruolo di Silente.

Tuttavia, credo che in pochi potessero aspettarsi un divario qualitativo così grande fra il secondo film e il terzo. Grazie al fondamentale apporto di Cuarón, Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban diventò il primo film della serie capace di liberarsi dalla pesante ombra del romanzo e rivendicare una dignità cinematografica tutta sua.

Il regista messicano imprime il suo marchio di fabbrica su Il Prigioniero di Azkaban fin dalle prime scene: la casa di Privet Drive che emerge dalla notte, mentre la luce intermittente della bacchetta di Harry svela il logo della Warner, attraverso il quale scivola la macchina da presa; il travelling attraverso i vetri della finestra, l’uso della cinepresa a mano nello stretto spazio dell’ingresso, i colori stinti, lo splendido lavoro di montaggio nell’episodio di zia Marge che si gonfia come una mongolfiera, le inquadrature stracariche di elementi messi a fuoco grazie alla profondità di campo. In cinque minuti i film di Columbus sono già storia antica. Cuarón ha il coraggio di revisionare a fondo il look della serie, stemperando i colori in un livido grigio, cambiando le scenografie, i costumi e in alcuni casi l’aspetto dei personaggi, e soprattutto impossessandosi del film con il suo occhio da virtuoso, in un tripudio di inquadrature lunghe e fluide, che attraversano ripetutamente finestre, specchi e ingranaggi in movimento, e si sfuocano e poi si appuntano sui dettagli, e spesso e volentieri sfumano in raffinati iris da cinema muto. Le soluzioni visive sono innumerevoli, sempre nuove e mai gratuite: valga come esempio il movimento di macchina all’indietro che parte da un mercato affollato, attraversa una finestra e termina nella camera d’albergo dove Harry viene aggredito da un libro, utile a riassumere in pochi secondi la sovrapposizione/contrapposizione fra il mondo “babbano” e quello magico che è al centro dell’eptalogia di J. K. Rowling; la scena del Molliccio, d’altro canto, è incorniciata da due travelling che conducono fuori e dentro il riflesso di uno specchio, in evidente riferimento alle tematiche della ricerca della propria identità nel passaggio dall’età infantile a quella adolescenziale (ma è anche il prof. Lupin che si riflette nello specchio, sdoppiandosi, e non senza motivo). Una banale scena di dialogo espositivo fra Harry Potter e il signor Weasley viene trasformata da Cuarón in un complesso long take mobile di due minuti e mezzo, ricchissimo di personaggi che si spostano, si incontrano e parlano, nel quale il regista sfrutta l’architettura di una locanda per creare un montaggio interno al quadro, e che si conclude, dopo una gran quantità di movimenti di macchina, sul primo piano di Daniel Radcliffe. In termini di pura e semplice perizia registica, le vette raggiunte da Cuarón ne Il Prigioniero di Azkaban non saranno più nemmeno sfiorate nei successivi film di Harry Potter.

Ma non è di solo stile che vive Il Prigioniero di Azkaban: il suo vero cuore è nel rappresentare l’avventurarsi del giovane protagonista nei tortuosi meandri dell’adolescenza (simbolicamente rappresentati dall’assenza di linee rette nelle scenografie), con la scoperta del tradimento da parte degli adulti, il rapporto con il ricordo e l’eredità lasciata dai genitori, l’affrontare a viso aperto le paure (i Mollicci e i Dissennatori sono, in modi diversi, la summa di ogni terrore immaginabile), la ricerca di sé stessi e della propria identità. Anche il risveglio della sessualità non viene tralasciato: Ron e Hermione si prendono per mano, si guardano di sfuggita, si lasciano come se si fossero scottati; e nella primissima scena, vediamo il giovane Potter che “manipola la sua bacchetta” sotto le coperte, attento a non farsi scoprire da un adulto: la metafora è piuttosto scoperta, non credo di doverla spiegare! La macchina da presa di Cuarón che passa attraverso i meccanismi di un orologio in un’altra memorabile inquadratura lunga non è solo un virtuosismo del regista (e una citazione da un suo film precedente, La Piccola Principessa) ma allude all’inarrestabile scorrere del tempo, che trasforma l’infanzia in adolescenza, l’innocenza in esperienza, la spensieratezza in maturità: un tema da qui in poi sempre più fondamentale nella serie, e che Cuarón coglie in pieno, dimostrando che, pur allontanandosi dalla lettera di un romanzo, si può realizzare un film completamente fedele al suo spirito. Il tema del tempo, insieme a quello delle paure, è quello su cui poggia il film: c’è un tempo che scorre e non si può riportare indietro, ma anche un tempo sul quale si può ritornare, grazie alla clessidra magica di Hermione – un artificio che genera la miglior rappresentazione cinematografica di un viaggio temporale dai tempi di Ritorno al Futuro II. I nostri eroi, però, non possono cambiare la storia, ma solo ripercorrerla e chiarire a loro stessi il significato degli eventi passati: il che, a ben pensare, si allontana dall’elemento magico e rassomiglia invece a quello che chiunque di noi può sperimentare nella vita reale.

Differenziandosi più che mai da Columbus, il regista messicano – in combutta con lo sceneggiatore Steve Kloves, ormai un aficionado – prosciuga la trama del film da tutto ciò che non gli permette di portare avanti la sua visione, ricavandone un film snello, scattante, quasi privo di quei dialoghi espositivi che appesantivano i suoi predecessori. Riassumere tutti gli snodi del libro per i pochi spettatori che non l’avevano letto sarebbe stato problematico, e Cuarón non ci prova neppure; anzi, forse l’unico punto sul quale Il Prigioniero di Azkaban può essere oggetto di critiche, è sull’eccessivo lavoro di rimozione delle sotto-trame create dalla Rowling, importanti in questo episodio, ma addirittura fondamentali nei successivi. Le spiegazioni sulle origini della Mappa del Maladrino e sul gruppo dei quattro Magici Malfattori, dei quali faceva parte anche il padre di Harry, vengono completamente omesse, e questo rende alcune parti del finale pressoché impenetrabili a chi non conosce il romanzo. Ma a Cuarón, è evidente, i dialoghi d’esposizione sugli eventi passati interessano ben poco rispetto alla crescita attuale, viva e presente dei suoi personaggi: e se questo gli attira addosso l’odio di quei fan per i quali ogni dettaglio che si discosta dai libri è un sacrilegio, gli permette di creare un film aderente alla vera natura della serie, quella di un grande romanzo di formazione popolato da personaggi in carne ed ossa che vivono, crescono, amano e soffrono come persone reali, pur se calate in un mondo di fantasia.

Cuarón è il grande artefice del successo de Il Prigioniero di Azkaban, ma la sua classe sembra trasmettersi al resto dei realizzatori, spingendo tutti a dare il meglio: i tre protagonisti sono sempre più calati nei rispettivi ruoli, e tre anni passati a lavorare uno a fianco all’altro hanno reso la loro amicizia sullo schermo verosimile e naturale (non guasta che Daniel Radcliffe cominci anche ad imparare a recitare). Michael Gambon si discosta con intelligenza dall’interpretazione di Richard Harris, e rivisita Silente come un vecchio hippy che s’è fatto qualche acido di troppo nel ’69; tra gli altri nuovi arrivati, David Thewlis è ottimo nel ruolo di “uomo tranquillo” che gli richiede la parte di Lupin, ma chi splende davvero è Gary Oldman, come sempre a suo agio quando si tratta di fare il pazzo. Per farla breve, tutto il cast di vecchie glorie britanniche si dimostra ancora una volta uno dei punti di forza della saga. Degni di menzione anche il montaggio di Steven Weiseberg, perfetto complemento all’estetica del long take di Cuarón, e le musiche di John Williams, con il compositore americano che compone un tema davvero memorabile (A Window to the Past) in appoggio allo Hedwig’s Theme che identifica la serie.

A sei anni di distanza dalla sua uscita nei cinema, Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban rimane uno dei migliori film dedicati alle avventure del giovane mago con gli occhiali, e il primo ad interpretarne fedelmente le tematiche e i sottotesti. Elegante, spigoloso, cupo, autenticamente magico ed intriso di sofferenza ed eroismo come ogni vero percorso iniziatico, il terzo Harry Potter stupisce ad ogni nuova visione. Sembrava impossibile mantenere simili livelli di qualità, ma il futuro della serie riservava ancora molte sorprese…

HARRY POTTER E IL PRIGIONIERO DI AZKABAN
Harry Potter and the Prisoner of Azkaban
Alfonso Cuaròn, Regno Unito/USA 2004, 141′
VOTO (max 5)

About Thor Maso

Thor Maso
"...Il segreto delle Grandi Storie è che esse non hanno segreti. Le Grandi Storie sono quelle che abbiamo già sentito e che vogliamo sentire di nuovo. Quelle in cui possiamo entrare da una parte qualunque e starci comodi. Non ci ingannano con trasalimenti e finali a sorpresa. Non ci sorprendono con l'imprevisto. Ci sono familiari come le case in cui abitiamo. Come l'odore della pelle del nostro amante. Sappiamo in anticipo come vanno a finire, eppure le seguiamo come se non lo sapessimo. Allo stesso modo in cui sappiamo che un giorno dovremo morire, ma viviamo come se non lo sapessimo. Nelle Grandi Storie sappiamo chi sopravvive, chi muore, chi trova l'amore e chi no. E ciononostante vogliamo sentirle un'altra volta. In questo consiste il loro mistero e la loro magia." Arundhati Roy - Il dio delle piccole cose