Hachiko – Il tuo migliore amico

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Trama: “Ogni giorno Hachi, un cane trovatello di razza Akita, accompagna il professor Parker alla stazione e lo aspetta al suo ritorno per dargli il benvenuto. L’emozionante e complessa natura di ciò che accade quando questa routine viene bruscamente interrotta rende la storia di Hachi una favola per tutte le età”.

Esistono le commedie amare in cui tra una risata e l’altra ci scappa qualche pensiero un po’ triste con annessa lacrimuccia,  ci sono poi i film drammatici in cui ne succede di ogni, ci sono i film drammatici spinti che da tanto che ti sommergono di tristezza ti fanno venire la depressione per settimane, e poi ci sono film come Hachiko evidentemente scritti a quattro mani dalle multinazionali dei fazzoletti di carta in associazione con la lobby delle pompe funebri, pronta a prendersi cura dei tanti morti col cuore spezzato a fine film (gombloddoh!!11!).

Hachiko è il film che porta all’estremo i sentimenti più naturali ed infantili dello spettatore medio (o dell’essere umano in generale) facendo leva su situazioni e immagini che non possono non toccare nel profondo, perché strettamente connesse a ciò che (psicopatici a parte) crea empatia ed amore sullo schermo: i bei cuccioli, gli animali belli. È ormai acclarato che se al cinema si vede un film come Kill Bill non si prova una benché minima pena per gli 88 folli uccisi e seviziati da Beatrix Kiddo, mentre se si vede la mamma di Bambi morire nella neve si rischia un trauma psicologico non colmabile. Ecco perché non c’è da stupirsi che questo lavoro diretto da Lasse Hallström (Buon compleanno Mr. Grape , Chocolat) adattato da una incredibile storia vera finisca sempre in una valle di lacrime, perché vedere un cagnolino soffrire è una cosa che fa stare male nel profondo per quanto stupida sembri. Sì, io giuro che mi sono sentito uno scemo in certe scene, ridevo e piangevo pensando “Ti piace vincere facile eh Lasse?”.

Sì perché il regista non prova neanche alla lontana a mandarsela a dire, non prova a mettere in piedi una storia “con un po’ più di ciccia”, non ci vuole provare. Tutto è già scritto, si capisce fin da subito cosa succederà, dove andrà a parare la trama, dove verremo pugnalati, addirittura a un certo punto mi sono immaginato come potesse essere il finale (a livello proprio di musiche, immagini e montaggio) e l’ho centrato in pieno. Ma il tutto funziona, e funziona alla grande perché il risultato ottenuto sebbene sia esattamente quello che ci si aspetta riesce a sortire lo stesso effetto. È come quando uno è cosciente che mangiare mezzo chilo di calamari fritti (esperienza autobiografica ah ah) gli farà male, ma li mangia comunque. È come quando James Cameron durante l’affondamento del Titanic inquadra i due vecchietti che si abbracciano a letto con l’acqua che entra in cabina: è quasi una “violenza” (passatemi il termine) perché è chiaro che il regista sta pensando “tu guardi questo e devi piangere…oh sì che piangi!”, è un cinema in cui lo spettatore è particolarmente passivo perché in preda alle sole reazioni emotive che universalmente certe scene suscitano. Il che dal mio punto di vista non è un bene perché io sono per lo spettatore “attivo” al cinema, ma tant’è, il tutto funziona e non si può non dargliene atto.

Parte fondamentale di questa operazione pro-pianti sono certamente le meravigliose (meravigliose!) musiche del premio Oscar Jan A.P. Kaczmarek, che mi hanno ricordato un po’ come la genesi della storia delle atmosfere orientali moderne, le classiche che si respirano in molti film. E poi il protagonista, un protagonista davvero incredibile. E no, non parlo naturalmente di Richard Gere (non particolarmente “vulcanico” qui, diciamo così ah ah) ma del cane protagonista, nello specifico interpretato da dei cuccioli di razza Shiba Inu e degli Akita adulti, una meraviglia agli occhi sia per gli amanti degli animali che non. E c’è da dire che, non so come sia possibile, avevano una espressività soprattutto nelle parti finali del film che sembrava davvero parlassero con gli occhi, sembrava di percepire realmente i loro sentimenti.

Solo una cosa mi ha fatto veramente ridere: la traduzione italiana del titolo in “Hachiko – Il tuo migliore amico”. Sapete quando le sigle dei cartoni animati usano il pronome personale “tu” per far sentire i bambini felici e connessi alle storie? Ecco, l’effetto sortito è lo stesso. Il mio migliore amico? Sarà il migliore amico del protagonista no?!

Un cagnolino triste, musiche strappalacrime, il ricordo dei propri animali domestici, flashback dolci ed il film è servito: Hachiko sebbene molto povero contenutisticamente parlando (si poteva benissimo farne un corto, mezzora sarebbe bastata) è uno di quei film che rimane impresso nel cuore e nella mente, un lavoro che certamente in molti non vorranno rivedere per non ritrovarsi con gli occhi gonfi.

 

HACHIKO – IL TUO MIGLIORE AMICO
Hachi: A Dog’s Tale
Lasse Hallström, USA 2009, 93’
VOTO (Max 5)

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ilpina

Creatore, curatore, amministratore, webmaster e in sostanza dittatore supremo e monarca assoluto di The Ed Wooder. Amo darmi alla latitanza quando il tempo me lo permette.