Gran Torino

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gran_torinoChe dire, un film del genere nel 2008 risulta certamente una controtendenza. In epoca di 3D e personaggi digitali, Eastwood ci insegna che il buon cinema necessita solamente di una buona storia e di un buon regista.

ATTENZIONE! Come per ogni film realmente degno di nota, spenderò qualche parola in più.

Trama (mymovies): “Walt Kowalski, un veterano della guerra in Corea, vive da solo nella sua abitazione (vista la scomparsa della moglie a inizio pellicola) a fianco di una famiglia di asiatici di etnia Hmong. Le uniche sue passioni, oltre alla birra, sono il suo cane e un’auto modello Gran Torino che viene sottoposta a continua manutenzione. La sua vita cambia il giorno in cui il giovane vicino Thao, spinto dalla gang capeggiata da cugino Spider, si introduce nel suo garage avendo come mira l’auto. Walt lo fa fuggire ma di lì a poco tempo assisterà a una violenta irruzione dei membri della gang con inatteso sconfinamento nella sua proprietà. In quell’occasione sottrarrà Thao alla violenza del branco ottenendo la riconoscenza della sua famiglia e iniziando un rapporto con i suoi vicini”.

Che dire, un film del genere nel 2008 risulta certamente una controtendenza. Nessun effetto speciale, nessuna esplosione, nessun personaggio digitale, addirittura nessun attore famoso (protagonista a parte) e nessuna musica (solo lievi cenni assolutamente minimalisti). In epoca di 3D (anche se all’uscita del film si era lontani ancora quell’anno e mezzo/due dall’arrivo di questa tecnologia) e di personaggi digitali, Eastwood ci insegna che il buon cinema necessita solamente di una buona storia e di un buon regista. E ce lo dimostra soprattutto sfornando nel giro di 5 anni tre capolavori come “Million Dollar baby” e “Changelling” oltre a questo, film assolutamente aderenti al suo stile che ho già definito “Neoclassico” ovvero di “Nobile semplicità e quieta grandezza” in termini di stile. Non una sbavatura e non un colpo di testa, ogni inquadratura/movimento è pesato, pensato, segue il respiro dello spettatore senza cadere mai nella frenesia o nella spettacolarità fine a sé stessa.
Il film è controcorrente anche per il genere di storia che si vuole raccontare; il protagonista è il classico prototipo dell’americano “alla Capitan America” direi, fiero, orgoglioso della sua nazione, combattivo, coraggioso e convinto che “USA is better”, sempre e comunque. Ma come il buon vecchio Clint anche Walt Kowalski è anziano, rappresenta un’americanità che ormai non c’è più; la fierezza di essere tale qui risulta più una copertura per i terribili dissidi interiori del protagonista. Il capitano cowboy ora soffre ripensando alle persone che ha ucciso nella sua vita, e su questi presupposti nonostante una iniziale reticenza mette in discussione le sue certezze facendosi accogliere e amare dal diverso, da quello stesso diverso (gli Hmong) così simile alle persone che era stato costretto ad uccidere in Vietnam ma che diventeranno la sua vera famiglia.
Tutto il film è di per sé un ritratto dell’America multietnica, è lontano dai tempi in cui i cowboy americani cacciavano indiani. Il regista mette un personaggio per etnia inserendo asiatici, messicani, africani, un irlandese, un italiano, persino una donna araba nella scena in cui il protagonista andando all’ospedale si accorge di essere l’unico americano in sala d’attesa. Paradosso vuole che anche lui sia di origini polacche (lo dice il cognome ma viene anche detto esplicitamente) come a dire che quel prototipo dell’americano “puro” non esiste ormai più da generazioni. Come parlando di religione si tratta di cattolici, di protestanti e dei riti Hmong o parlando di auto si vuole sottolineare la differenza fra le Toyota e le Ford: l’America ora è indubbiamente un melting pot, e persino l’ultimo vecchio bianco con ancora la bandiera USA sotto il porticato, finirà per capire che “siamo tutti foglie dello stesso albero”.
Questo messaggio di fratellanza non ci viene passato però in maniera buonista e sterile, il regista ci tiene a far vedere fra le positività anche i lati oscuri dei popoli, un pò come aveva fatto nella interessante operazione dei due film da lui diretti trattanti un unico tema (una battaglia della seconda guerra mondiale) visto da entrambi i lati (quello americano – “Flags of our fathers” e quello giapponese “Letters from Iwo Jima”). Ed è anche questo uno dei punti di forza della pellicola.
Interessantissimo anche il tema dell’amicizia fra Walt e il giovane hmong Thao, due personaggi con molte similitudini e complementarietà. Strepitoso (come al solito) Eastwood dietro e davanti la macchina da presa, che riesce a creare momenti molto divertenti alternandoli al registro generale da film drammatico e ad attimi estremamente commoventi.

ATTENZIONE, SPOILER!
PER NON ROVINARVI IL FINALE DEL FILM NON LEGGETE QUI

Ci tengo a dire due parole anche sulla dimensione religiosa della pellicola, un tema trattato con grandissima maestria e supportato da una sceneggiatura sapiente. Il film comincia con un funerale e la morale cattolica a riguardo: “la morte è amara nella perdita ma dolce nella salvazione”. Walt fatica a entrare in questa logica in quanto come viene detto, lui “conosce più la morte che la vita” avendo dovuto massacrare molti ragazzi asiatici nella guerra del Vietnam. Dov’è in quel caso la dolcezza della morte? Il paradosso continua anche quando mostra la medaglia al valore che si era guadagnato in guerra per essere rimasto unico sopravvissuto di una squadra durante un agguato. Che onore è l’onore macchiato del sangue altrui? Come può gioire una persona sapendo che quella gioia è tale solo perché altre vite si sono spente per procurarla?
In questo contesto il finale risolve tutta la situazione. Thao, imprigionato nella cantina dell’uomo è impossibilitato ad andare a vendicare la sorella uccidendo chi l’aveva violentata e massacrata di botte; Walt infatti non voleva che anche il giovane al quale si era così affezionato potesse patire le sue stesse sofferenze per aver spento una vita. E’ allora in uno slancio che ha molto del Cristo che l’uomo si sacrifica, che decide di accollarsi le sofferenze e i problemi altrui offrendo la sua vita in cambio della pace interiore del giovane Thao che così vedrà la cattura degli aguzzini della sorella colmando la sua sete di vendetta, ma soprattutto imparando che la violenza genera altra violenza e non risolve nulla. Il gesto che Walt compie regalando la sua medaglia all’onore al ragazzo vuol dire proprio questo: “Il vero onore è non macchiare mai la propria anima”.
Il protagonista inoltre prima del suo sacrificio va a confessarsi, ma si libera davanti a Dio solo dei suoi peccati più “umani” (il mancato rapporto coi figli, il non aver pagato le tasse che “è come rubare”) ; non si confessa invece per aver ucciso persone in guerra, il suo vero e unico grande blocco interiore, sapendo che per redimersi da quella terribile macchia (anche se obbligata) e per ritrovare definitivamente la pace, non gli bastava l’assoluzione da parte del giovane prete, ma doveva pagare con il suo sangue e la sua vita. Con la sua morte si libera definitivamente da tutti i suoi peccati e “purifica” il giovane hmong dalla volontà di sporcarsi le mani di sangue.
Non a caso quindi dopo la raffica di spari della gang vediamo il vecchio accasciarsi a terra con le braccia spalancate e le gambe unite, quasi a simulare una croce. Come non è un caso che si veda chiuso nella mano l’accendino che gli avevano regalato da Boy scout macchiato di sangue, simbolo oltre che della sua non intenzionalità del fare una strage anche della liberazione del suo spirito che ritorna definitivamente a quella purezza infantile rovinata dagli orrori della guerra.

In definitiva, un film d’obbligo: CAPOLAVORO.

GRAN TORINO
Clint Eastwood, USA-2008, 116′
VOTO (max 5)

 

About ilpina

ilpina
Creatore, curatore, amministratore, webmaster e in sostanza dittatore supremo e monarca assoluto di The Ed Wooder. Amo darmi alla latitanza quando il tempo me lo permette.