Frankenweenie

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Trama: “Frankenweenie è il racconto di un bambino Victor e del suo cane Sparky. Dopo aver inaspettatamente perso il suo adorato cucciolo, il giovane Victor sfrutta il potere della scienza per riportare in vita il suo amico, ma con qualche lieve variazione. Il ragazzo prova a nascondere la sua creazione cucita in casa, ma quando Sparky esce i compagni di scuola di Victor, gli insegnanti e l’intera città scoprono che “tenere al guinzaglio una nuova vita” può essere mostruoso“.

Chi mi legge sa che sono da sempre fan di Tim Burton. Ho amato i suoi film, li ho visti e rivisti, ne ho scritto e li ho approfonditi (per esempio con il mio percorso “Tim Burton e il mostro” di ormai molti anni fa che se vi interessa è a questo link 😉 ). Tuttavia dopo “Alice in Wonderland” (di cui parlo qui)  e il patto demoniaco stretto dal regista con la diabolica Walt Disney Picture (che a confronto Satana è un pivello) sono rimasto un po’ perplesso per le scelte fatte in alcuni suoi lavori, benché non prodotti dalla casa di Topolino.

Questo in particolare l’ho visto al cinema, rivisto in DVD e ora un’altra volta in originale, non tanto per masochismo o per scarso buon senso, ma perché il cortometraggio di Frankenweenie da cui questo film in stop motion è tratto, è a mio parere una delle opere più belle di Burton. Erano gli anni in cui era conosciuto come “il lato oscuro di Spielberg” e la cosa si vedeva: grande autorialità, una storia semplice che parla di tanto, citazionismo, la struttura della fiaba che diventa universale, amore per il cinema gotico e tanta tanta poesia.

Cos’è successo nel frattempo per arrivare a questo “remake” che non mi ha convinto fino in fondo? Forse la cosa peggiore che potesse capitare a Burton: la sua poetica (soprattutto visiva) è diventata di moda. La sua filmografia è spesso stata improntata sulla contrapposizione tra un modo bigotto e perbenista da una parte e l’esaltazione di personaggi “weird” (come si direbbe in inglese) dall’altra parte. In questo film invece è chiaro come le “stranezze” dei suoi protagonisti siano diventati la moda del momento, soprattutto tra i più giovani. La Disney con Nightmare before Christmas (che ricordo non voleva produrre perché “non ci può essere un protagonista senza occhi” per poi però comprarlo dalla Touchstone una volta visto il successo ottenuto) è riuscita con la produzione massiva di maschere di Halloween, tazze, calzini , bambole e simili a far diventare di moda un prodotto “dark”. Con gli anni sto maledetto “tono dark” che tanto piace è diventato la caricatura di sé stesso con Alice in Wonderland, ed altre tazze, altri calzini, altre bambole fino al punto più basso arrivabile: le immagini su Facebook del cappellaio matto con citazione “Lo sai che i matti sono i migliori?”…non ce la posso fare.

Il risultato dello “strano/dark” diventato moda è la sua stessa aberrazione: se è cool essere strani, non ha più senso la poetica dello strano inteso come diverso. E in questo film la cosa è ahimè chiarissima: il protagonista Victor non ha amici (oltre al suo cane of course, che tenerezza) e la sua famiglia è malvista da tutta la città (inarrivabile la scena delle due signore al parco –  “chissà cosa succede in quella casa, forse dovremmo andare ad abitare da un’altra parte”). E in cosa consiste la loro stranezza, ciò che li fa vedere come strani e non li fa essere bene inseriti? Ditemelo voi, scrivetemi, mandatemi un messaggio privato perché davvero non lo capisco.

I genitori di Victor sono normalissimi, lei è una bella signora che fa le pulizie di casa, lui un brav’uomo con la testa a posto che porta suo figlio a giocare a Baseball. Victor invece nei confronti dei suoi compagni di classe è assolutamente il più normale visto che tra questi ne troviamo uno identico al mostro di Frankenstein, una bambina psicopatica che legge nella cacca dei gatti (simile a quella della poesia “Staring girl” di “Morte malinconica del bambino ostrica”, libro scritto e illustrato dal regista), un bambino con evidenti problemi di schiena che ricorda volutamente Igor di Frankenstein Jr. , una ragazza vitale e allegra come una fila di cipressi e dulcis in fundo un asiatico super competitivo ed un timoroso ragazzino in evidente sovrappeso. A me è sembrata sinceramente la sagra delle vittime di bullismo più che il ritratto di una generazione uniformata ed esclusiva com’era quella descritta in “Edward mani di forbice”.

Ed oltre ad essere tutti strani hanno giustamente tutti una cosa in comune: le occhiaie. Sì perché se sei un personaggio di Tim Burton DEVI avere le occhiaie, non importa che tu sia buono, cattivo, strano, integrato o quello che volete, le occhiaie ci vogliono. E sono proprio loro ad esprimere il vero senso di questo lavoro: una diversità solo apparente, direi quasi forzata, formale, vuota.

A queste infelici scelte si aggiunge anche una sceneggiatura abbastanza frivola, che tocca il minimo storico con farsi come “Tutti pensano che la scienza sia qui (indica la testa) ma in realtà è anche qui (indica il cuore). Hai sempre amato il tuo esperimento?”. Io capisco che i bambini sono bambini, ma si possono fare film per loro senza cadere in queste atroci banalità che ci ricordano che viviamo in un mondo in cui “si canta col cuore”, “si recita col cuore”, “si parla col cuore”, “si balla col cuore” e via discorrendo dimenticando una semplice cosa: la vita vera, in cui il cuore può servire ma non in maniera così schifosamente retorica. Mi stupisco dello sceneggiatore John August che ha scritto alcuni dei miei film preferiti di Burton (“Big Fish” , “Charlie & la fabbrica di cioccolato” , “Dark Shadows” e “La sposa cadavere”) ma che era in evidente overdose da zuccheri o qualcosa di simile questa volta.

Ma quindi non mi è piaciuto proprio niente? Direi di no, quei piccoli spezzoni che mi hanno ricordato il corto originale mi sono piaciuti, ed anzi con le musiche di Danny Elfman qui si amplificano ed approfondiscono di poesia. Ho anche apprezzato le solite (ormai ahimè sono diventati quasi cliché) citazioni, a parte quelle palesi del Frankenstein di James Whale (a tal proposito rimando ad un mio commento in cui mettevo in relazione quel film con il corto di Frankenweenie, valido comunque anche per questo lavoro vista la somiglianza delle scene in questione), la città è quasi identica a quella di Edward mani di forbice, il professore di scienze è simile a  Vincent Price (lo scienziato del film appena citato nonché idolo e amico di Burton), vediamo i genitori del protagonista guardare in TV un film di Dracula con Christopher Lee, a un certo punto compare una copia del famoso kaiju Gamera (di cui ho recensito il film “King Kong e l’impero dei Draghi) etc.

Ma non basta, soprattutto a causa del finale (ATTENZIONE SPOILER) dove tutti i ragazzini riportano in vita qualche animaletto morto creando dei veri mostri. Ecco che quindi un film che nella sua idea originale di cortometraggio voleva parlare (anche ai bambini, per carità!) di diversità e di accettazione rendendo poetico e fruibile ad un pubblico “moderno” un film come Frainkenstein, diventa una inutile passerella di personaggi “mostruosi” che non hanno alcun senso ai fini della trama e che annebbiano il messaggio per dirci…cosa? Ancora non l’ho capito. Mi è sembrato tutto improntato sul “facciamo vedere i mostri che ai bambini piacciono”.

Se vi piace l’idea della storia, ed anche se volete farla vedere ai vostri figli/nipoti o fratellini, accendete il cortometraggio originale. E se pensate che Burton si sia bevuto il cervello (e su questo le mie parole so che non hanno aiutato) guardatevi il videoclip “Here with me” che ha girato per i The Killers lo stesso anno di uscita di Frankenweenie. Ha ancora molto da dire, riesce ancora ad essere originale, a portare la poesia sullo schermo, a stupire pur rimanendo sé stesso (con i suoi piccoli e grandi elementi tipici)…il problema sono le storie che si sceglie.

FRANKENWEENIE
Tim Burton, USA 2012, 84’
VOTO (Max 5)
2

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ilpina
Creatore, curatore, amministratore, webmaster e in sostanza dittatore supremo e monarca assoluto di The Ed Wooder. Amo darmi alla latitanza quando il tempo me lo permette.