Frankenstein

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“He’s alive”!!! Non riesco a fare una vera recensione di questo lavoro, quindi starò a metà strada tra il commento e la vana celebrazione.

Sì perché questa è storia del cinema! C’è poco da fare, c’è poco da dire, questo film volente o nolente è l’archetipo del genere horror, soprattutto nella sua accezione più “pop”. Il cinema espressionista tedesco ci aveva regalato delle perle che seppur non prettamente nel genere (penso a “Il Gabinetto del Dottor Caligari” di Wiene del 1920) risultavano essere lavori molto autoriali e tendenti alla “forma-arte” del cinema. Gli Universal Studios con “Il fantasma dell’opera” (1925) avevano cominciato a portare al grande pubblico il cinema dell’orrore, ma è solo con il Dracula di Browning (1931) e questo Frainkesnetin che le figure mostruose in sala diventano delle vere e proprie icone popolari, che ricordiamo tutt’ora. Il mostro di Frankenstein nel classico aspetto da omone verdognolo con la fronte alta, le scarpe con la zeppa , gli elettrodi sul collo, il mascellone e la giacchetta con le maniche troppo corte, è il regalo che ci ha lasciato James Whale girando questo film.

La vocazione pop è chiarissima già dalla prima scena: un uomo in smoking che esce da un sipario (come se fossimo a teatro più che al cinema) per avvertire a nome del produttore Carl Laemmle Jr. che il film che stava per cominciare trattava di argomenti scioccanti e che poteva provocare orrore nello spettatore. Stratagemma ripreso molte altre volte, tra le quali voglio ricordare l’inizio di “I tre volti della paura” di Mario Bava e l’ “Ed Wood” di Tim Burton (anche se ironicamente).

Altra chicca che è stata ripresa un milione di volte (soprattutto nel cinema d’exploitation anni ’70) è la volontà della produzione di far credere che le vicende del film horror siano in qualche modo reali, cosa già capitata qualche anno prima con il Nosferatu di Murnau (e le voci che giravano sull’attore protagonista Max Schreck sul fatto che fosse realmente un vampiro) e che viene qui esplicitata nei titoli di testa con la lista dei personaggi e rispettivi interpreti, fino ad arrivare a “The monster….?” ,con quel punto di domanda per creare interesse e mistero (anche se con gli anni il suo attore Boris Karloff è diventato quasi più icona del personaggio stesso).

Si potrebbero scrivere altre pagine e pagine su quanto questo lavoro abbia influenzato il cinema successivo (a parte le ovvietà come il “Frankenstein Jr.” di Brooks pensate agli “Edward mani di forbice” e al “Frankenweeine” di Burton…) ma volevo chiudere sottolineando come la Universal sia riuscita con questa ed altre figure a “svuotare” l’anima di alcuni personaggi letterari per portare l’horror “alle masse”. Questo film rispetto al libro da cui è tratto è stato liberato (anche se è brutto da dire) da tutte le velleità artistiche e dai pensieri profondi che spinsero Mary Shelley a scriverlo: nel cinema popolare non c’è spazio per approfondire le teorie di Russeau sull’uomo che nasce fondamentalmente buono e che diventa “cattivo” solo in quanto corrotto dalla società o l’ammonimento nei confronti di chi pensa con la scienza di eguagliare Dio. È rimasto solo l’involucro esterno del mostro di Frankenstein che è mostro punto e basta, e con lui sono rimasti i delitti, i forconi, le torce della folla inferocita e quel vecchio mulino a vento in fiamme.

Non è così che si crea un’opera d’arte profonda, è vero,  ma è così che si crea una leggenda del cinema.

FRAINKENSTEIN
James Whale, USA 1931, 71′
VOTO (Max 5) – Per la valenza cinematografica

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ilpina
Creatore, curatore, amministratore, webmaster e in sostanza dittatore supremo e monarca assoluto di The Ed Wooder. Amo darmi alla latitanza quando il tempo me lo permette.