Final Destination 3

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final_destinationLa serie horror di “Final Destination”, con tutti i suoi grotteschi e inverosimili incidenti alla Wile Coyote, ha sempre avuto in sé una certe componente di comicità più o meno volontaria ma con questo penultimo capitolo si arriva spesso a momenti così demenziali che mi ritrovo a chiedermi se il regista, vedendo che ormai la serie aveva il fiato corto, non abbia deciso di buttarla sul ridere a bella posta. Del resto, giunti al terzo film con la stessa identica trama degli altri due, e con una formula che impedisce qualsiasi evoluzione di rilievo, mi sembra normale sentirsi un po’ in imbarazzo. Ma questo sporco lavoro qualcuno deve pur farlo (avrà pensato il regista): ed ecco allora svolgersi il consueto incidente mortale a inizio film – questa volta su un ottovolante, dopo l’aeroplano e il maxi-tamponamento – nel corso del quale schiattano orrendamente decine di persone ma al quale un gruppetto di ragazzi riesce a sfuggire grazie a una premonizione; ed ecco la Morte, solerte come un medico fiscale, inseguire uno per uno (o due alla volta, vedi le bionde nel solarium) i sopravvissuti e farli fuori nelle maniere più arzigogolate e ridicole che si possano immaginare, senza trascurare però di fornire delle misteriose premonizioni negli attimi precedenti alla catastrofe, onde dar loro almeno una chance di salvarsi la pelle.

Il primo film funzionava perché era ancora nuovo, oltre che ben confezionato, mentre il secondo sopperiva alla mancanza di originalità con delle morti più elaborate e sanguinose, e con abbondanti iniezioni di humour nero; tuttavia, tutto quello che aveva reso interessanti i primi due capitoli è qui ormai ridotto a uno stanco cliché: al regista James Wong (già al timone del primo “Final Destination”) non rimane che trovare nuovi modi per sfoltire il cast – un cast particolarmente imbarazzante, aggiungerei, composto dai soliti venti-venticinquenni inespressivi che si improvvisano liceali. Del resto, inutile negarlo, chi vede questo film non aspetta altro che il fatale momento nel quale le coincidenze letali si mettono in moto ed oggetti quotidiani diventano micidiali strumenti di morte e distruzione: in “Final Destination 3” assistiamo a decessi per motore d’auto, lettini abbronzanti, attrezzature da palestra e cartelli, tra le varie cose. Il tutto condito da una spruzzata di splatter che non guasta, e accompagnato dalle becere sghignazzate del pubblico di fronte al destino cinico e baro dei protagonisti. A questo punto devo dirlo: “Final Destination 3” come horror non varrà molto, ma come commedia (in)volontaria è capace di intrattenere alla grande. Vedere i vari personaggi tentare di assumere delle espressioni di paura e terrore con l’ausilio delle loro scarse capacità recitative è già abbastanza spassoso, ma il vertice della comicità appartiene, credo, all’idiota che muore sollevando pesi; le sue espressioni facciali, unite alle battute che pronuncia subito prima di tirare le cuoia e alla grande “qualità” della recitazione, rendono questa scena uno dei grandi momenti del “so bad it’s good” cinematografico.

Sia chiaro, il film è indirizzato specificamente agli onnivori dell’horror, agli adolescenti sfaccendati e ai cultori del cattivo gusto. Analizzato da un punto di vista più rigoroso, non fornisce nessuno spunto di riflessione: la recitazione è mediocre, la regia appena funzionale, i personaggi di cartongesso, i dialoghi assai cretini. Non c’è niente di particolarmente tremendo (a differenza di quanto si vedrà nel pessimo capitolo successivo, “The Final Destination”), ma niente che sia davvero valido: il genere di pellicole per quale è stato inventato il detto “senza infamia e senza lode”. Alla fine un’insufficienza non grave (2.5) mi sembra il voto giusto, ma con l’ausilio di amici spiritosi (o ubriachi), popcorn, birra e un senso dell’umorismo un po’ deviato, può arrivare anche a 3. E nella scena delle bionde che si abbronzano (…troppo) il regista ci regala pure un po’ di tette. Buon divertimento.

 

FINAL DESTINATION 3
James Wong,USA 2006, 93′
VOTO (max 5)

VOTO RISATA (involontaria?)
SorridenteSorridenteSorridente

About Thor Maso

Thor Maso
"...Il segreto delle Grandi Storie è che esse non hanno segreti. Le Grandi Storie sono quelle che abbiamo già sentito e che vogliamo sentire di nuovo. Quelle in cui possiamo entrare da una parte qualunque e starci comodi. Non ci ingannano con trasalimenti e finali a sorpresa. Non ci sorprendono con l'imprevisto. Ci sono familiari come le case in cui abitiamo. Come l'odore della pelle del nostro amante. Sappiamo in anticipo come vanno a finire, eppure le seguiamo come se non lo sapessimo. Allo stesso modo in cui sappiamo che un giorno dovremo morire, ma viviamo come se non lo sapessimo. Nelle Grandi Storie sappiamo chi sopravvive, chi muore, chi trova l'amore e chi no. E ciononostante vogliamo sentirle un'altra volta. In questo consiste il loro mistero e la loro magia." Arundhati Roy - Il dio delle piccole cose