Eraserhead

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Sento l’impellente necessità di fare una maratona di 16 ore di Peppa Pig. Credo sia l’unica soluzione dopo la visione di quello che non è un film, ma una specie di tortura, una malattia, una delle cose più angoscianti e disturbanti che siano mai state messe in pellicola.

Chi legge le mie recensioni sa che prima di parlare dei film faccio sempre un piccolo riassunto della trama, giusto per far capire di cosa stiamo parlando. Per un lavoro del genere però la storia diventa a mio modo di vedere del tutto ininfluente, perché le visioni e gli incubi a cui Lynch dà vita qui superano di gran lunga quel poco di senso logico che il film ha. A ogni modo, per gli affezionati della logica e dei significati oggettivi, ecco qui un piccolo abbozzo delle vicende:  “Henry Spencer, tipografo, vive da solo in uno squallido appartamento fra le allucinazioni che la sua mente malata visualizza. Durante un grottesco pranzo in casa dei suoceri, apprende che Mary, la sua ragazza è incinta e viene obbligato a sposarla”.

La prima volta che ho visto questo film (molti ma molti anni fa) ero agli inizi del mio amore per il mondo del cinema e non ero certamente pronto a capire che la settima arte potesse essere qualcosa di così potente e incisivo: l’ho vissuto semplicemente come un brutto sogno senza senso. Negli anni mi sono appassionato molto a David Lynch, e rivedere oggi questo suo primo lungometraggio (peraltro al cinema in versione restaurata e in originale!) dopo tutti i suoi lavori e dopo l’ultima spettacolare stagione di Twin Peaks (la serie da lui ideata) mi ha fatto un effetto certamente diverso e mi ha confermato la grandezza di questo regista visionario, un regista che nel 1977 in barba a tutto e a tutti ha sfornato come sua opera prima quello che può essere visto come un manifesto di un certo cinema, un cinema talmente surreale da diventare pura emozione senza filtri logici. Diciamo che Eraserhead mi ha insegnato che non sempre ricercare il senso e le connessioni tra le cose sono la strada da seguire per capire un film, o ancora meglio mi ha posto la semplice domanda “perché devo sempre capire”? Questo lavoro è talmente illogico ed emozionale che l’unica via che io trovo per approcciarlo è semplicemente “sentirlo”, farsi trasportare, assorbire gli stati d’animo che trasmette. Sono un grande fan del surrealismo (anche in pittura) e per quanto un’opera d’arte di quel tipo abbia spesso e volentieri un senso e un messaggio da decifrare, trovo che l’emozione che trasmette sia comunque indipendente da tutto il resto, come accade in misura anche maggiore con la pittura espressionista. Il centro è lo stato d’animo, l’emozione! A sottolineare ciò anche lo stesso regista, che lo ha definito semplicemente come “un sogno di avvenimenti oscuri e pericolosi”, senza volergli affibbiare chissà quale altra lettura.

In questo contesto la genialità e l’originalità che riconosco a Lynch stanno tutte nella decisione di “quali” emozioni trasmettere: non la paura, non la gioia, non il divertimento, ma una purissima forma di ansia, che riconosco solo a lui e al grande Lars Von Trier (con Melancholia in particolare). L’ansia che si respira in Eraserhead risulta comunque più originale di altre perché non si basa su una storia o una situazione (è logico che se parliamo di soldati in guerra in trincea si crei un senso d’ansia) ma semplicemente perché vive di vita propria, supportata e sfamata non tanto dall’oggettività di una situazione, ma da piccole e continue suggestioni: una donna che piange, la visione della malattia, la deformità fisica, l’incapacità di comprendere, il senso di impotenza. E in questo ha un valore molto importante anche l’utilizzo del sonoro, qui sfruttato in tutti i modi per essere recepito come disturbante dallo spettatore, con quel persistente rumore di fondo (di “fabbrica” o di macchinari in funzione, di elettricità, di vecchie tubature, di vento e pioggia), con i tacchi che battono sul legno, un bambino che piange, l’acqua che bolle, gli ingranaggi di ferro che scricchiolano tra di loro. Con lo stesso intento vengono gestite anche le luci, in una pellicola in bianco e nero dove i passaggi forti da profondissimi bui ad inquadrature accecanti danno fisicamente fastidio allo spettatore, riuscendo ad ingabbiarlo nel vero senso della parola in questa atmosfera tremenda, dove non c’è niente ma proprio niente che faccia tirare un respiro di sollievo (neanche minimo). Non per nulla l’angoscia trasmessa dal film è talmente efficace che il grande Stanley Kubrick (inutile ricordarlo come uno dei migliori registi di tutti i tempi) lo proiettava continuamente durante la lavorazione di Shining per trasmettere l’inquietudine giusta che gli attori avrebbero dovuto mantenere nel girare le scene film.

Cosa che stupisce sempre al di là delle scene oniriche e in un certo senso “shock” della pellicola, è la perfezione stilistica del regista nel saper gestire ogni inquadratura come una fotografia , il suo uso dello zoom e delle immagini sovrapposte solo per sottolineare quel senso di angoscia al cuore del lavoro. Insomma, particolare quanto volete, ma Lynch ci sa fare dietro la macchina da presa, e questo è indubbio. Col senno di poi ho amato anche vedere come certe fissazioni che si trovano in molto suoi film e per gli affezionati anche nella serie Twin Peaks, fossero già presenti in questo primo lavoro: i pavimenti bianchi e neri (ce n’è uno in particolare identico a quello della loggia nera di T.P.), le stanze con la tappezzeria alle pareti, le luci “piantane” o in genere quelle che illuminano il muro dal basso, gli alberi secchi, le tende. In Eraserhead ci sono tutti i semi di quello che diventerà il regista negli anni successivi.

In una delle poche scene con musica del film, una donna dalla faccia deforme in abiti alla Marilyn Monroe canta sul palco di un teatro fatiscente “in heaven everything is fine” (in paradiso tutto va bene);  tutto il contrario di quello che si vede in questo film dove si viene catapultati in una sorta di limbo infernale, un incubo che dal primo minuto di pellicola non vedi l’ora che finisca da quanto è disturbante ma che al contempo incatena alla sedia, facendoci essere carnefici di noi stessi. David Lynch nel 1977 con il suo primo lavoro è riuscito a fare tutto questo.

ERASERHEAD
(mi rifiuto di scrivere l’inutile sottotitolo messo nella versione italiana, tanto fuorviante quanto inutile)
David Lynch, USA 1977, 89’
VOTO (Max 5)
10

About ilpina

ilpina
Creatore, curatore, amministratore, webmaster e in sostanza dittatore supremo e monarca assoluto di The Ed Wooder. Amo darmi alla latitanza quando il tempo me lo permette.