Departures

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Ripensando a questo film mi vengono in mente tanti spunti interessanti, che in effetti meriterebbero di un approfondimento maggiore con una seconda (se non anche terza, o quarta) visione. Non perché ci siano segni nascosti o chissà quale trama profonda da svelare, ma perché all’interno del film ci sono tante piccole metafore e immagini che possono raccontare molto più di quello che si vede.

La trama è questa: “Un ex violoncellista fallito realizzerà se stesso e scoprirà finalmente di possedere un talento (sebbene alquanto inusuale): preparare i cadaveri (lavarli, vestirli, truccarli, profumarli) per una ditta di pompe funebri. Un rituale di rara grazia, una cerimonia fatta di piccoli gesti, e di movimenti leggiadri, che ci restituiranno il fascino ma anche il mistero del culto giapponese più antico e più profondo: quello per i defunti“.

Parlando del lavoro in genere devo dire che certamente è di una eleganza unica, ha quello scorrere pacato che comunica quasi un senso di grazia e di “rispetto” , un po’ come le cerimonie di thanato-cosmesi descritte nel film. Nel suo susseguirsi di scene non fa mancare però anche momenti più leggeri e divertenti, seppur sempre nell’ottica della generalità del lavoro.

Il messaggio che questo film ci vuole trasmettere è estremamente chiaro, anche se declinato in diverse scene e in diverse forme. La morte, la cosa dalla quale tutti siamo accomunati, cancella molte cose, azzera molti conti in sospeso, dà pace, trasmette serenità. Di fronte a un caro defunto si chiude un occhio davanti alle cose brutte che ha fatto nella sua vita e si pensa invece ad apprezzare ciò che questa persona lascia di positivo nel mondo, un sorriso, un messaggio, un figlio. E l’arte del svestire il cadavere per prepararlo poi al suo “ultimo viaggio” sottolinea appieno questa cosa, dando un rispetto e una importanza enorme a quel “contenitore” che un tempo racchiudeva l’anima di una persona cara.

E anzi, è proprio questa rispettosa ed elegante cerimonia che in un certo senso ridona un’anima ad un corpo senza vita, dandogli le sembianze di quello che era quando “abitato”, e restituendogli una grande dignità e umanità con un profondissimo senso del rispetto che si confonde facilmente con l’amore che si può provare verso una persona.

Il tutto è un inno alla vita, allo scorrere del tempo (nella pellicola si parte dalla nebbia dell’inverno e si finisce con un meraviglioso turbinio di foglie di ciliegio agitate dal vento) che inesorabile ci avvicina sì sempre più alla nostra fine, ma al contempo ci permette di crescere, di comprendere, di risolvere i nostri guai, di capire chi siamo e cosa vogliamo.

Citando una scena “perché i salmoni vanno controcorrente per poi morire? – Per tornare a casa“, ovvero per ritrovarsi, per tornare alla radice di noi stessi permettendoci di scoprirci in maniera più intensa e profonda. Come il protagonista che dopo un grande smacco (lo scioglimento della sua orchestra) torna alle sue origini e si riscopre, riscopre il piacere di suonare il violoncello per stare bene (non per lavoro), attraverso il suo lavoro rielabora e rivive il lutto “in sospeso” per la madre e nel finale ritrova suo padre, ridando forma ai suoi ricordi offuscati, ridando senso alla sua vita e “chiudendo il cerchio”.

Un film con delle musiche avvolgenti e meravigliose, che ti fa commuovere senza grandi scene strappalacrime ma con la semplicità e la sobrietà di chi sa gestire bene le emozioni del pubblico. Oscar (come miglior film straniero, anno 2009) assolutamente meritatissimo.


DEPARTURES

おくりびと, Okuribito
Yōjirō Takita, Giappone 2008, 130′
VOTO (Max 5)
9

About ilpina

ilpina
Creatore, curatore, amministratore, webmaster e in sostanza dittatore supremo e monarca assoluto di The Ed Wooder. Amo darmi alla latitanza quando il tempo me lo permette.