Death Note

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Credo di non avervi mai parlato di Netflix. Ebbene, io neanche a dirlo sono il classico drogato di questa piattaforma di streaming, non tanto per i film quanto per le loro produzioni in ambito telefilm che mi hanno entusiasmato spesso e volentieri, partendo da House of Cards (anche se in Italia ne detiene i diritti Sky), i vari Marvel (soprattutto i Daredevil…tra i migliori prodotti cinecomic mai girati), Better Call Saul, Sense 8, Stranger Things, The Crown, The O.A…tutti prodotti nella maggior parte fatti da dio, scritti bene, diretti meglio, con una produzione alle spalle da alzare le mani.

Viste le premesse la notizia di un adattamento a film di Death Note (di cui non ho mai letto il manga ma che ho apprezzato nell’anime) mi aveva a dir poco entusiasmato; quante volte ho pensato “magari la qualità dei telefilm di Netflix ci fosse nei film al cinema”! E invece come al solito le premesse non bastano: questo film nonostante tutto è oggettivamente fatto coi glutei, c’è veramente poco/niente da salvare. Per non sparare sulla croce rossa tuttavia, parlerò di questo lavoro come se non sapessi nulla della storia originale, unico modo per non ridurre queste righe ad una sequenza di insulti ed epiteti poco gentili.

La trama è questa: “Light Turner è studente delle scuole superiori che trova un quaderno dai poteri soprannaturali, il Death Note, che è stato lasciato sulla Terra dal dio della morte Ryuk. Il quaderno conferisce a Light il potere di uccidere chiunque scrivendoci il nome e visualizzandone il volto. Light inizia ad usare il Death Note per uccidere criminali e disonesti così da creare un mondo dove non ci sia più il male. Le morti improvvise e misteriose però attirano l’attenzione di Elle, un investigatore privato chiamato a indagare sul caso. Light decide di usare il potere a fin di bene, ma perdendo sempre di più il controllo”.

Partiamo dagli aspetti positivi: la produzione alle spalle si vede. L’HD tipico di Netflix è gradevolissimo, i colori della pellicola sono belli accesi, belli i titoli di testa e di coda e bello anche il taglio generale delle scene, ma solo nel senso che si vede che non stiamo parlando di un B movie…cosa che peraltro fa girare ancora più gli zebedei se si pensa al risultato finale, ma questa è un’altra storia.

La cosa che mi ha colpito di più fin dalla prima scena è stata la sceneggiatura, una robaccia che a confronto i film horror moderni di serie B diventano quasi film d’essai. L’effetto che si ha è un po’ quello del Final Destination, o meglio dei final destination dal 2 in poi, quando passato lo slancio innovativo della prima pellicola si avverte chiaramente che non c’è più nulla da dire. Gli sceneggiatori devono poi aver lavorato molto duro per riuscire a togliere completamente ogni qualsiasi mistero dalla trama, ogni piccola suspence, ogni sorpresa. Insomma, là fuori c’è un pubblico che odia sorprendersi guardando un film, hanno fatto bene a svelare subito tutte le carte in gioco eliminando il rischio di creare interesse. La serie animata inoltre è abbastanza lunga, quindi ha avuto anche molto senso comprimere tutte le vicende facendole susseguire alla velocità della luce per creare l’effetto “nelle precedenti puntate di…” come si vede in alcuni telefilm. Il risultato è praticamente un riassunto fatto male, quindi la loro è stata scelta indubbiamente oculata.

L’attore protagonista (di cui non perdo nemmeno il tempio di cercare il nome su google) è senza dubbio un altro degli elementi deboli della pellicola, sia per aver rovinato il personaggio originale (là un genio, qui uno sfigato…anche se vi avevo promesso di non fare confronti) sia per le espressioni, quel modo di urlare e quella faccia da ebete (non infierisco parlando dei colpi di sole ai capelli). Ma la vera delusione in termini di personaggio è lo shinigami Ryuk, che benché abbia la faccia niente  po’ po’ di meno che di Willem Dafoe, non riesce ad essere per nulla né spaventoso né interessante, con quel corpicino e quella testa enorme (ho visto dei cosplay di Ryuk molto ma molto più convincenti, il che è tutto dire). Unica fortuna è che non ci viene praticamente mai fatto vedere integralmente, ma viene lasciato sempre in penombra. Sì, non avrei mai pensato di essere contento di non vedere bene Ryuk, ma di fronte a una carnevalata del genere è stato meglio così.

All’inizio della pellicola ho apprezzato un po’ la regia, devo ammetterlo, ma dopo la dodicesima inquadratura obliqua (le prime erano molto d’impatto, devo dirlo) viene una naturale voglia di prendere il regista per i capelli e spiegargli che per non cadere nella caricatura è meglio dosare certe cose. Idem per le musiche forzatamente anni ’80 che fanno figo, è vero, ma che stanno diventando ormai un cliché dei film attuali.

Giusto per non salvare nulla (ah ah ah) ed anche se non è colpa della produzione originale, concludo criticando anche i sottotitoli italiani (e immagino quindi anche il doppiaggio): mi spiegate perché nel nostro bel paese una frase chiara (per fare un esempio) come “Karma is a bitch” diventa “il karma non perdona”? Maledetti benpensanti. Peraltro ho scoperto anche che in Italia il titolo è stato tradotto “Death Note – Il quaderno della morte”, quindi niente, ho capito che avevano bevuto e non ci penso più.

L’unica cosa che mi verrebbe da scrivere sul Death Note in questo momento è il film di Death Note stesso (oltre a quelli di Michael Bay of course ah ah ah…chissà quanto avranno già fatto questa battuta).


DEATH NOTE
(o “Death Note – il quaderno della morte”….)
Adam Wingard, USA 2017, 101′
VOTO (Max 5)
2

About ilpina

ilpina
Creatore, curatore, amministratore, webmaster e in sostanza dittatore supremo e monarca assoluto di The Ed Wooder. Amo darmi alla latitanza quando il tempo me lo permette.